Cowboy in laguna

Al Lido la truce via italiana al western. Tra ironia e letture a posteriori, con la benedizione di Tarantino
28 Agosto 2007
Cowboy in laguna
Tarantino padrinodella retrospettiva

L’opera di riscoperta del cinema italiano sommerso prosegue alla Mostra del Cinema di Venezia con la retrospettiva dedicata al western all’italiana, curata da Marco Giusti e Manlio Gomarasca e fortemente voluta da Quentin Tarantino. Nel western all’italiana c’è un decadimento di valori e di ideali rispetto al western americano: l’eroe alla John Wayne, che incarna i valori di una nazione, cede il posto a banditi senza scrupoli. Storicamente il western all’italiana soppianta il peplum, attingendo da quel genere la propria linfa vitale (da lì provenivano, fra gli altri, Leone, Sergio Corbucci, Barboni, Tessari e Giraldi, tutti impegnati nel 1959 sul set de Gli ultimi giorni di Pompei di Mario Bonnard), e si pone in antitesi rispetto all’omologo americano. Con incoscienza pari al tipico genio italico il romanticismo di fondo dei panorami della Monument Valley, il mito della nascita di una nazione, che tutto poteva giustificare – persino il massacro degli indiani -, la purezza dei duelli sotto il sole cocente vengono soppiantati da sguardi più truci e da sparatorie più efferate. Gli americani hanno inventato il western e gli hanno dato un’anima, gli italiani hanno invece lavorato al corpo, martoriandolo. A Venezia rivedremo western violentissimi come Django di Sergio Corbucci o Se sei vivo spara di Giulio Questi (ma lo stesso dicasi di Per un pugno di dollari) in cui si compone una sinfonia del martirio. Alla quale Fulci contrappose ne I quattro dell’apocalisse il miracolo della vita con la straordinaria scena di un parto in un villaggio popolato solo da uomini. È proprio il grado di violenza e la consapevolezza del suo significato che fanno del western all’italiana un genere perfettamente inserito nella realtà sociale del periodo, a cavallo del ’68. Lo “spaghetti-western” rappresenta il versante postmoderno del genere, decreta il tramonto di un’idea classica di cinema. A Venezia vedremo film memorabili in questa prospettiva, come Matalo! di Canevari e Keoma di Castellari, nei quali aleggia il senso dell’imminente fine. I migliori western italiani sono quelli che portano la storia alle estreme conseguenze: dopo non ci sarà più nulla, la matassa è stata definitivamente sbrogliata e l’eroe si allontana verso un illusorio infinito. Spesso è un cerchio che si chiude: il protagonista riprende la strada iniziale, ma all’interno del cerchio possiamo solo contare il numero dei morti. Non c’è una morale da consegnare allo spettatore, solo una storia, che sembra racchiudere dentro di sé la storia dell’intero Far West. Solo Leone e pochi altri (il Valerii de Il prezzo del potere) hanno avuto l’ambizione di fare la Storia, di raccontare epopee, per il resto si facevano film, tanti, forse troppi. Pochi bellissimi, qualcuno bello, molti da rivedere. La retrospettiva di Venezia ne offre una selezione accurata che ripercorre tutte le fasi della breve ma intensa storia del genere (dalla metà degli anni ‘60 alla metà dei ‘70), ripescando registi dimenticati, come Franco Rossetti (El desperado), Giancarlo Santi (Il grande duello, due film amatissimi da Tarantino), Ferdinando Baldi (Preparati la bara!), Sergio Garrone (Una lunga fila di croci), Gianfranco Baldanello (Black Jack), oltre ai capisaldi del genere e alle incursioni nel western di Bava, Freda, Margheriti e del citato Fulci. Un programma stimolante, arricchito dalle testimonianze dei protagonisti: film da vedere in serie, in perfetto stile Grindhouse!

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