Corpus Christi: credere nella speranza

"Il mio protagonista si finge prete per fare del bene alla comunità" spiega Jan Komasa, regista del film polacco candidato all'Oscar. In sala con Wanted dal 29 ottobre
26 Settembre 2020
Al cinema, In evidenza
Corpus Christi: credere nella speranza

“È un po’ surreale questa situazione: e pensare che solo l’anno scorso ero alla Mostra di Venezia a mostrare per la prima volta il mio film”. Esordisce così, Jan Komasa, regista di Corpus Christi, che Wanted Cinema porta in sala dal 29 ottobre. “Mi sembra che quel periodo appartenga a una vita precedente. Dopo così tanti mesi il mio rispetto verso il nostro settore è aumentato sempre di più vedendo come sono state affrontate le difficoltà. Specialmente la distribuzione, che è il sangue circolante del cinema. Sono felice che Corpus Christi esca in Italia, dove tutto è cominciato”.

Dalla prima apparizione alle Giornate degli Autori nell’ambito di Venezia 76, dove vinse il Premio Label Europa Cinema, Corpus Christi ha fatto tanta strada, arrivando alla candidatura all’Oscar per il miglior film internazionale. A distanza di un anno, il pubblico italiano potrà scoprire la storia di un giovane sbandato polacco che si finge prete.

“Avevo perso il film a Venezia – spiega Anastasia Plazzotta, fondatrice e titolare di Wanted Cinema – ma quando l’ho recuperato non riuscivo a staccargli gli occhi: lo considero un piccolo capolavoro. Ho trovato fosse perfetto per la nostra line up, non ho pensato all’aspetto commerciale: è un film che solleva dibattiti, crea discussioni. Si vede che è realizzato venduto con passione. E noi lotteremo, cascasse il mondo, affinché il film possa essere visto dal maggior numero di spettatori”.

Corpus Christi è la storia di Daniel, un ventenne che sperimenta una trasformazione spirituale mentre vive in un centro di detenzione giovanile. Vuole diventare sacerdote, ma questo è impossibile a causa della sua fedina penale. Quando viene mandato a lavorare in un laboratorio di falegname in una piccola città, all’arrivo si veste da sacerdote e accidentalmente prende il controllo della parrocchia locale. L’arrivo del giovane, carismatico predicatore è un’opportunità per la comunità locale di iniziare il processo di guarigione dopo una tragedia.

 

Corpus Christi arriva in Italia dopo The Hater, il film che Komasa ha girato subito dopo e distribuito su Netflix: “Avevo iniziato a lavorare su The Hater prima di Corpus Christi. La sceneggiatura non è mia ma di Mateusz Pacewicz, un giornalista che ha scritto un articolo riferito al caso, realmente accaduto, di un giovane che per qualche mese si è spacciato prete. The Hater si basa sulla realtà che vedo, sul mio background: io vivo in una bolla di artisti, in un contesto metropolitano. Sono sempre stato interessato all’idea dell’apocalisse e ho voluto portarla all’interno di questa comunità che si sente minacciata dalla fine. Essendo un padre ho cominciato a pensare a quale mondo stiamo lasciando ai nostri figli, a quale agenda stiamo dando, alla polarizzazione molto violenta che viviamo”.

Due film che nascono da istanze diverse: “The Hater nasce dalle mie paure – riflette il regista – e dal fatto che non credo più nel concetto di comunità. Corpus Christi, invece, nasce dai miei desideri. Gli stessi protagonisti incarnano due punti di vista molto diversi: quello The Hater vuole esacerbare la situazione; Daniel, il finto prete, vuole fare del bene”.

Il film prende spunto da una storia vera, che paradossalmente è meno incredibile di quanto possa apparire a prima vista. “Ho scoperto che esistono varie persone che si fingono preti. Ma questo è un caso eccezionale: quel ragazzo si finse prete non per rubare denaro ma per fare del bene alla comunità. Come si poteva punire una persona del genere? Come si può escludere da una comunità qualcuno che vuole fare del bene? Mi viene da pensare a Gesù nel Nuovo Testamento, ma anche a Socrate: persone che portarono messaggi di speranza senza usare la violenza e l’odio e perciò trattati come un pericolo. Essendo persone che scuotono il mondo, molti si sentono minacciati da loro”.

 

Komasa non era nuovo a trattare persone simili a Daniel, un giovane con un passato criminale che vive un risveglio spirituale: “Avevo già girato un documentario su giovani polacchi tossicodipendenti – spiega il regista – e avevo già cominciato a collaborare con strutture che aiutavano questi ragazzi. Volevo che in Corpus Christi si sentisse questa autenticità, quindi ho utilizzato tutte le conoscenze che avevo. Sullo sfondo, infatti, ci sono tutte persone che provengono da queste strutture”.

Nel ruolo di Daniel c’è Bartosz Bielenia, classe 1992: “I produttori sono conservatori, difficilmente lo sceglievano come protagonista: un viso troppo strano, ambiguo, giusto per le parti secondari, sempre da criminale, pazzo, psicotico. Quando l’ho scelto i produttori pensavano fosse una scelta troppo artistica, ma sin dal primo provino ho visto qualcosa di straordinario in lui: una diversità, un mistero. Non sapevo dove saremmo arrivati ma non vedevo l’ora di iniziare il percorso con lui”.

Per Komasa Corpus Christi è quanto mai un film che interroga il nostro tempo: “La comunità ha sempre bisogno di trovare un capro espiatorio. È molto comodo denigrare chi cerca aiuto, per esempio attraversando il Mediterraneo. Una cosa che accade ovunque. La Polonia è stata tra le prime a dire di no all’ingresso di queste persone, senza nemmeno fare una discussione a livello nazionale, con i politici che hanno poi convinto la società a seguire questa strada. Troppe persone si sentono sminuite e hanno bisogno di dare la colpa a qualcun altro: è un atteggiamento che non finirà mai perché fa parte della natura umana”.

E conclude: “La Polonia è un Paese spaccato in due. Speriamo che un giorno ci si possa sedere tutti allo stesso tavolo per superare le spaccature e diventare una cosa sola. La differenza con The Hater sta qui: Corpus Christi crede nella speranza. Dobbiamo chiederci che cosa vogliamo come comunità. È bastato un virus a distruggere tutte le nostre certezze. Dobbiamo restare uniti”.

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