Complessi di colpa

Hammamet di Gianni Amelio arriva on demand (Chili), Il traditore di Marco Bellocchio è già disponibile: affinità politiche e simmetrie a-storiche
Complessi di colpa
Gianni Amelio e Pierfrancesco Favino sul set di Hammamet

Che l’Italia non se la passi bene non lo diciamo noi ma il World Happiness Report 2019 delle Nazioni Unite che ci colloca al 38° posto della graduatoria mondiale dietro a Guatemala, Panama, El Salvador. Gli italiani sono un popolo di infelici e in Europa peggio di noi stanno solo gli slovacchi, i polacchi, gli sloveni, i rumeni e i ciprioti. L’indice misura il Prodotto Interno Lordo, l’aspettativa di vita, il tasso di criminalità, il livello di istruzione ed infine il tasso di occupazione. Vengono poi eseguiti dei sondaggi a seguito dei quali si stila la classifica: non è detto quindi che i paesi più “tristi” siano anche i meno ricchi o i più insicuri. Conta molto il percepito, parametro che se può prescindere dal dato di realtà non può tuttavia essere prescisso dalle nostre vite.

Andare a indagare le ragioni di questo picco di infelicità in un Paese che si è sempre forgiato dell’appellativo di “bel”, un Paese la cui gente una volta era “brava” e ora di colpo sembra cattiva, è compito che spetterebbe a sociologhi e psicologi, non certo ai critici. Capita però che nel giro di qualche mese due importanti autori nostrani, due maestri come amiamo chiamarli, realizzino un paio di film che nel rievocare due figure centrali nella storia recente del Paese finiscono per dirci qualcosa anche della sua odierna amarezza.

Ci riferiamo a Marco Bellocchio e Gianni Amelio, a Il Traditore e ad Hammamet. Due biopic per modo di dire. Uno su Buscetta, l‘altro su Craxi. Due personaggi apparentemente agli antipodi, che condividono lo stesso tratto di tempo – anni ’80-‘ 90 -, il medesimo interprete (Pierfrancesco Favino) e una divorante, rabbiosa, malinconia. E potrebbero fondamentalmente scambiarsi anche il destino: se Craxi può essere considerato il traditore del popolo italiano, Buscetta ha scelto il “confino” per sottrarsi al giudizio (quello di Cosa Nostra).

Ma il vero trait d’union politico-sentimentale è il fatto che entrambi si siano sentiti “traditi” dalla propria gente, da cui una volta rispettati. Da qui la rabbia. Da qui la nostalgia. Rabbia e nostalgia: umori che fotografano a dirla tutta il presente italiano. Viene più di un sospetto che queste due incursioni d’autore nel nostro passato prossimo siano in realtà condizionate da uno stato d’animo in flagranza.

Le passioni sono importanti. Al punto da sopravanzare la distinzione tra cinema d’impegno, biopic sentimentale, film politico.

Bellocchio, tradizionalmente il più politico, ci ha restituito del pentito una lacerante umanità, con punte di intimismo e commozione inedite nel suo cinema. Amelio invece, che dei due è sempre stato il più sentimentale, ha finito per imbarcarsi in un discorso di retrospettiva sul Paese assai audace e non poco rischioso (c’è chi lo ha giudicato “ambiguo” e chi “doroteo”: decidetevi, delle due l’una). Per entrambi comunque tanto il vecchio cinema politico che quello biografico sono superati. Suggeriscono invece una strada nuova, che ibridi la sostanza dell’uno con la forma dell’altra. Il ritratto è come la carta velina su un’epoca che muore. Non a caso Bellocchio racconta l’ultimo Buscetta, il pentito, salvo un breve prologo. E Amelio il Craxi in esilio (o in latitanza, fate voi), salvo un breve prologo. Entrambi ricorrono a qualche rara parentesi dal passato. Il flashback è utilizzato però non in chiave di ricostruzione storica ma di rievocazione sentimentale o, specie in Amelio, di ricompensazione psicologica.

Con il passato non ci si fanno i conti, il passato lo si rimpiange e basta. Se la nostalgia è il sentimento di una rimozione, in parte giustificato all’occhio dello spettatore (e del regista?) da una percezione peggiorativa del presente, la rabbia è la voce della frustrazione. L’umiliazione del potere, rappresentato in un caso da un mafioso e dall’altra da un leader politico, che non ha più potere su nulla. Il sistema lo ha messo sotto scacco. E anche questo è uno stato psicologico che l’italiano di oggi lamenta. Sia Il traditore che Hammamet colgono attraverso due singolari vicende un bilancio comune. Un bilancio che è un verdetto di condanna.

Ambedue non a caso sono film processuali: Il traditore con più evidenza ma anche Hammamet assume i contorni di un dibattimento in contumacia, con l’aula di tribunale spostata in una dimora di campagna di Tunisi dove l’andirivieni di ospiti attesi e inattesi rammenta la chiamata a deporre di difensori e accusatori. Craxi è imputato ma anche giudice di coloro che lo vorrebbero giudicare. Buscetta invece da accusatore diventa traditore, e alla fine sarà lui a doversi difendere dalle accuse di un solerte avvocato. Tutto è ribaltabile, la morale ondivaga. Il morale? A pezzi. Entrambi i film raccontano lo smacco, la promessa mancata delle due più significative operazioni di purificazione collettiva tentate in Italia negli ultimi 30 anni: la lotta alla mafia e alla corruzione politica.

L’uno segnalandoci la reiterazione (i continui tentativi di Buscetta di colpire il bersaglio si realizzeranno solo in sogno), l’altro la rimozione (la recisione fisica e immateriale di Craxi dalla vita politica italiana non ha amputato il male del sistema, anzi). Azioni che si presuppongono, sostengono, si giustificano. La Storia, sembra suggerirci questa nuova forma di cinema psico-politico, è destinata a ripetersi laddove non si vuol ricordare.

Pubblicato sul numero di gennaio-febbraio 2020 della Rivista del Cinematografo

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