Comizi da Oscar

Gli 87esimi Academy Awards sono stati tra i più politicizzati della storia. Dagli immigrati a Snowden, ecco tutte le rivendicazioni dei vincitori
24 Febbraio 2015
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Comizi da Oscar

(Cinematografo.it/Adnkronos) – Si è parlato di immigrazione, parità di diritti e salari, di giustizia e democrazia. Gli Oscar 2015 sono sembrati più una sessione del Congresso Usa. Il presentatore Neil Patrick Harris ha subito scherzato sul “pallore” dei candidati ai premi, tra cui mancavano la regista Ava DuVernay e l’attore protagonista del film dedicato a Martin Luther King Selma. Ma questo è stato solo l’inizio di una cerimonia ricca di rivendicazioni.
Non è strano né tantomeno una novità. Politica e cinema infatti vanno a braccetto a Hollywood, di solito roccaforte dei democratici – a parte il repubblicano Clint Eastwood – e soprattutto vicina alle politiche del presidente Barack Obama, spesso supportato da attori e registi nelle sue cause. Patricia Arquette, Oscar come Migliore attrice non protagonista per Boyhood, ha chiesto la parità di diritti e salari per le donne. Il messicano Alejandro González Iñárritu, il grande vincitore della notte con Birdman, ha chiesto “rispetto e dignità” per i nuovi immigrati.
John Legend e Common hanno sostenuto i diritti degli afroamericani dopo la loro toccante performance con Glory, la canzone scritta per il film Selma, grazie alla quale hanno vinto l’Oscar per la Miglior canzone originale. Il film rappresenta una rievocazione delle marce da Selma a Montgomery che dal 1965 segnarono l’inizio della rivolta per i diritti civili negli Stati Uniti. “Selma è ora perché la lotta per la giustizia si sta ancora combattendo”, ha detto John Legend ritirando il premio.
Obama è però finito nel mirino quando Laura Poitras ha ritirato l’Oscar per il Miglior documentario con CitizenFour, la storia dei primi incontri segreti tra la stessa giornalista e l’ex contractor della Nsa: “Le rivelazioni di Snowden non mettono in luce le minacce solo alla nostra privacy, ma anche alla nostra democrazia”. “Edward Snowden, il protagonista del documentario (ora rifugiato in Russia che gli ha concesso asilo politico, ndr), non è potuto essere qui per qualche ragione”, ha scherzato il presentatore Patrick Harris.
Iñárritu, Arquette, Legend e Poitras hanno approfittato della cerimonia degli Oscar per fare le loro rivendicazioni, non così lontane da quelle che fece Michael Moore nel 2003 quando vinse con Bowling a Columbine (Miglior documentario). In quell’occasione il regista attaccò il presidente George W. Bush e la guerra in Iraq (iniziata tre giorni prima). Nel 2013, la first lady Michelle Obama – collegata in diretta dalla Casa Bianca – ha annunciato il Miglior film (Argo), in un anno in cui a competere c’erano diversi film politici come LincolnDjango Unchained o Zero Dark Thirty, oltre alla pellicola diretta e prodotta da Ben Affleck.
Ma le rivendicazioni di quest’anno non si sono limitate agli Stati Uniti. “Prego perché si riesca a costruire il governo che meritiamo”, ha detto Iñárritu, che ha comunque ricevuto via Twitter i complimenti del presidente messicano Enrique Peña Nieto. “Chi ha dato la green card a questo figlio di …”, ha detto l’attore Sean Penn, amico di Iñárritu, annunciando la vittoria di Birdman. Molti non hanno capito lo scherzo di Penn, che ha lavorato con il messicano in 21 grammi e per questo lo hanno attaccato sui social.

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