Ciprì che visse due volte

Alla prima senza Maresco, il regista siciliano si riscopre figlio unico e felice: "Vado al Lido per sfidare l'amico Bellocchio". E Vincere?
1 Settembre 2012
Ciprì che visse due volte
Daniele Ciprì

“Farò di tutto, se è necessario pure calarmi le braghe, perché lo vedano in sala. E’ venuto proprio bene”. Daniele Ciprì non si nasconde. E’ stato il figlio gli ha dato grandi soddisfazioni. La riprova: Cannes fino all’ultimo lo ha tenuto in stand-by, preferendogli alla fine il buon nome di Garrone (“Erano troppo simili per prenderli ambedue in gara”), ma Venezia non ha avuto dubbi: dritto in concorso, con La bella addormentata di Bellocchio, altro progetto che porta il suo zampino (direttore della fotografia) e un Toni Servillo di mezzo.
Non tutto è filato liscio: nonostante l’esperienza ventennale con Maresco, E’ stato il figlio veniva considerata un’opera prima. Un rischio. Il disco da solista dopo una vita in duetto. E poi: “Le idee non arrivavano, non vedevo le facce, non avevo le immagini e la Palermo descritta dal romanzo mi sembrava troppo definita. Avevo bisogno di ritrovare la città invisibile, riconoscibile, a cui ero abituato”. Soldi pochi all’inizio, poi sempre meno (il budget alla fine sarà poco più di un milione) e location che si spostavano. Dimenticare Palermo. E’ stato il figlio, pur ambientato nel capoluogo siciliano, è il suo primo lavoro realizzato lontano dalla città natale. In Puglia: “Lì ho ritrovato la mappa interiore dei luoghi, le geometrie nascoste, la mia città”. Addio, Palermo: “E’ il mio ultimo film ambientato lì. Non ci trovo più originalità. E’ cambiata, fatta a pezzi dalla politica e da una generazione bulimica di immagini e telefonini”.
L’immagine, questa ossessione. Ciprì rivendica la sua centralità: “Il cinema è immagine”. Ciprì lamenta la sua pervasività, a bassa risoluzione: “Ha ragione Garrone: l’Italia è diventata un immenso tubo catodico. Affluiscono immagini su immagini. Manipolabili, convertibili, rintracciabili da chiunque. All’apice del suo dominio tecnico l’immagine perde definizione e vive in balia dei capricci degli utenti”. Non è moralismo: “Amo la tecnologia, ma non questa generazione vuota. Mi ricorda gli Essi vivono di Carpenter”. Suggestione da brividi: “Ecco un genere di film che si adatta bene all’Italia di oggi: il fanta-horror”. E’ stato il figlio non lo è, non lo è del tutto. Eppure: “C’è molta sicilianità, memoria personale e, sì, molto di questo paese”. Tratto dal romanzo di Roberto Alajmo – liberamente adattato però dal regista siciliano – E’ stato il figlio è la storia dei Ciraulo, famiglia miserabile di Palermo, che si arrabatta come può vendendo ferri vecchi. Poi il colpo di fortuna: una tragedia. La pallottola vagante di un regolamento di conti tra clan uccide per sbaglio la più piccola, Serenella. Disperazione totale. E speranza. Sì, perché lo Stato deve risarcire. Lo Stato deve pagare le vittime della mafia: denaro sonante. La prospettiva di una vita da signori li spinge a spendere e a spandere, in attesa che i soldi arrivino. Ma questi tardano e i debiti salgono e l’usura s’impenna. Quando finalmente Babbo Natale bussa alla porta, il bel gruzzolo si è assottigliato. E con quello che ne rimane comprano un Mercedes: “Simbolo della miseria della ricchezza”. Figura chiave del Paese: un’auto di lusso rimasta a secco di benzina.
E’ stato il figlio è una tragicommedia che parla di vanteria, ipocrisia, ottusità. I personaggi sono grotteschi, non mostruosi. Fanno sorridere, non ridere. Io odio le battute”. Caratteri costruiti su ricordi familiari. Personaggi bizzarri dentro binari narrativi più solidi, lineari: “Ma vedrete quanto del cinema fatto con Franco (Maresco, ndr) c’è dentro. Facce e straniamento e follia: allusioni a un’apocalisse in atto o già passata”. Totò che visse due volte. Pardon, Toni. “Non lo voleva fare all’inizio. Servillo veniva da una serie di ruoli tutti uguali. Pensava di essere troppo napoletano per interpretare un vero palermitano. Si è dovuto ricredere”. Gli ha detto: “Toni non me ne frega nulla della lingua. Voglio un tipo strano, pazzo”. Gli ha detto: “Toni io ti spoglierò, ti farò diventare uno straccio, ti lascerò in mutande”. E Toni ci è rimasto. Letteralmente. Toni è rinato. Un altro attore. Sempre straordinario. Come il cileno, Alfredo Castro, narratore della storia: “Un genio. Sapevate che era un drammaturgo? Che Pablo Larrain (Tony Manero, Post Mortem, ndr) è un suo allievo”. E lodi ancora a collaboratori, amici e produttori (Alessandra Acciai e Giorgio Magliuolo): “Abbiamo creato sul set una famiglia. L’armonia, la chiave di questo progetto”. Il primo di una lunga serie: “Sto scrivendo un film ambientato al Nord”. Il primo dopo una lunga serie: “Maresco mi è mancato. Ma era giusto separarci dopo tutti questi anni, percorrere strade diverse. Non l’ha presa bene. Gli auguro il meglio”. Senza dimenticare la vecchia passione: “Per dedicarmi ai miei film dovrei smettere di fare il direttore della fotografia per gli altri. Ma mi piace troppo. Devo pensarci”.
Di sicuro non ha detto di no quando Garrone l’ha chiamato. Solo uno spot (Bulgari). Per ora.

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