Cinque registi per Amelio

A Torino è di scena la passione per il cinema. Testimoni eccellenti: Argento, Costanzo, Mazzacurati, Luchetti e Verdone
29 Novembre 2010
Cinque registi per Amelio

Tra le novità introdotte al festival di Torino dal cinefilo Gianni Amelio spicca quella di “Figli e amanti”. Cinque registi italiani, per il secondo anno, hanno accettato l’invito come testimoni di una passione totalizzante: il cinema, appunto. Con il compito di spiegare al pubblico il film “di riferimento”, il colpo di fulmine, che ha cambiato le loro esistenze. Sono: Dario Argento, Saverio Costanzo, Carlo Mazzacurati, Daniele Luchetti e Carlo Verdone. Partiamo dall’ultimo: se la scelta di Verdone cade su un film conosciuto, e in qualche modo riconoscibile, come Lo Sceicco bianco, esordio di Fellini alla regia e debutto da protagonista di Alberto Sordi, gli altri sono meno facilmente abbinabili: Saverio Costanzo, ad esempio, racconta (martedì 30 alle 17.00) di essere stato folgorato dal surreale e potente Angelo sterminatore di Luis Bunuel. Ma a ben guardare qua e là si possono ritrovare delle affinità tra l’ironia amarissima del capolavoro di Robert Altman, Il lungo addio (dal romanzo omonimo di Chandler), e le ambientazioni noir dell’esordio di Mazzacurati di Notte italiana, anche se nel primo siamo a Los Angeles e qui nella realtà volutamente paesana del delta del Po.
Per certi versi più inattesa, la scelta di Luchetti che ricorda, il 2 dicembre alle 17.00, un film in parte “dimenticato” come If…/Se… di Lindsay Anderson, Palma d’Oro a Cannes nel ’69, che attraverso la ribellione di uno studente inglese diventò simbolo di quegli anni violenti ed emblema della ribellione giovanile. La vera sorpresa, che inaugura oggi la sezione, però viene da Dario Argento, che indica tra i suoi preferiti Il cineocchio di Dzig Vertov del 1924, celebrato dalle storie del cinema come pilastro fondatore del cinema documentario militante. Unico della serie che avrebbe dovuto comprenderne sei, descrive una giornata nell’Unione Sovietica. Forse è il riferimento all’occhio onnipotente della cinepresa, molto più efficace di quello umano nel cogliere fatti e raccontare il reale, rinunciando alla spettacolarità, il collegamento nascosto col maestro dell’horror italiano.

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