Chacun son cinéma

Edizione dai mille volti, critici divisi su ogni film, selezione che ha colto nel segno: invitando tutti a "deporre" il pregiudizio
8 Settembre 2012
Chacun son cinéma

Vince Pieta, sorridono Paul Thomas Anderson (The Master: Leone d’Argento) e Ulrich Seidl (Paradise:Faith, Premio Speciale della Giuria), ringraziano Hadas Yaron, Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, Coppa Volpi lei/lui/l’altro.
Restano a bocca asciutta gli italiani, eccezion fatta per Ciprì (premio alla fotografia) e Fabrizio Falco (miglior attore emergente sia di Bella addormentata che di E’ stato il figlio). Piccoli riconoscimenti.
Attendiamoci le lacrime di coccodrillo di Stampa Nostra, pure se Bellocchio qualcosa in più – qualcosa almeno – avrebbe meritato. Opinione valida anche per L’intervallo del deb Leonardo Di Costanzo, a detta di molti uno dei pochi capolavori della Mostra e candidato ideale al Premio Opera Prima. Che è andato invece a un giovane turco – Ali Aydin, regista di Kuf – già opzionato da Moretti (Sacher). Dolore, profondissimo dolore, per l’esclusione di Mendoza (Thy Womb) dal palmares, tra le punte più alte di questo concorso.
Festival che vai, giuria che trovi: inutile battersi il petto. E poi vogliamo dirlo che questo stanco rituale dei premi aggiunge solo un po’ di pepe a chi segue la cerimonia da casa? Ai giornalisti che non hanno ancora battuto ritirata e si aggirano al Lido come zombie, pure se non c’è più nulla da fare e nulla da vedere? A chi traffica in pensieri e parole, talvolta in libertà, troppo spesso a vanvera?
A vincere davvero sono i film che ci rimangono dentro, quelli che ci hanno sedotto, emozionato, migliorato. A ciascuno il suo e al diamine le giurie.
Cinema bello perché vario: mai come quest’anno tra gli addetti ai lavori c’è stata tanta divergenza di opinioni. “E’ da Leone d’oro”, “Una presa in giro”, “Ma chi l’ha preso questo?”, “Finora il più bello”: lo abbiamo sentito dire uscendo da una sala a proposito dello stesso film. Lasciate perdere quel che domani scriveranno i singoli giornali, piuttosto prendeteli e leggeteli tutti: la verità su questa Venezia 69 non può che essere una, nessuna e centomila, un caleidoscopio di opinioni fesse, suggestioni forti, teoriche sfuggenti.
E se anche un “rosso” indelebile come Ken Loach accetta che a premiarlo sia un arcivescovo (il Premio Bresson), non sarà questo il primo grande segno della Mostra di Alberto Barbera, l’aver spaccato il pensiero, acceso un dibattito, rammollito i dogmi? Chacun son cinéma e cinema a – non “per” – tutti: c’è chi ha amato Seidl, chi Malick, chi De Palma e chi, persino, Korine.
Aver messo “contro” non critica e pubblico, ma critica e critica, è stata la migliore intuizione di questa prima edizione del “dopo Muller”. Un invito al confronto, persino allo scontro, critica al giudizio, che ha trovato nel vero filo conduttore della Mostra – la scoperta dell’altro – il giusto controcanto. Dagli ebrei ortodossi di Fill the Void alla comunità di pescatori filippini di Thy Womb, questa edizione ci ha costretti a sconfinare verso altre terre, culture, convinzioni.E pazienza se non si può abbracciarle tutte. Conta solo uscire da noi stessi e protenderci. Verso tutto o niente. Braccia larghe To the Wonder. Non per catturare qualcuno, qualcosa. Ma perché qualcuno, qualcosa, possa catturarci.

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