C’era una volta… Tarantino

Quentin torna a Cannes con DiCaprio, Pitt e “una Hollywood che non esiste più”: sullo sfondo i delitti della Manson Family, in primo piano la fabbrica – e la salvezza - dei sogni
C’era una volta… Tarantino
Quentin Tarantino

Once Upon a Time in Hollywood è il nono film – escludendo Four Rooms e considerando Kill Bill un dittico – di Quentin Tarantino, dunque dovrebbe essere, ipse dixit, il penultimo del regista di Knoxville, Tennessee, che il 27 marzo scorso ha compiuto 56 anni.

Dal 26 luglio al cinema negli States, dal 19 settembre in Italia, passa in Concorso sulla Croisette il 21 maggio, esattamente 25 anni dopo Pulp Fiction, indelebile Palma d’Oro nel 1994.

Alla sceneggiatura di questo confesso “Pulp Fiction’esque movie” – l’altra inferenza è Jackie Brown – Tarantino ha lavorato per un buon lustro, “E nella contea di Los Angeles ho vissuto gran parte della mia vita, compreso il 1969, quando avevo sette anni. Sono entusiasta di poter raccontare la storia di una L.A. e una Hollywood che non esistono più. E non potrei essere più felice di avere DiCaprio e Pitt nei panni di Rick e Cliff”.

Leo l’ha diretto in Django Unchained, Brad in Bastardi senza gloria, ma l’accoppiata è inedita, per Quentin e per tutti noi: salvo che nel corto promozionale – commissionato da un casino di Macao – The Audition diretto da Martin Scorsese nel 2016, DiCaprio e Pitt non hanno mai lavorato insieme, e già nel trailer vederli nella stessa inquadratura non varrà forse l’estasi dinnanzi a Robert DeNiro e Al Pacino in Heat – La sfida ma solletica assai. Di immaginario collettivo, si tratta, e che Brad (55 anni) e Leonardo (44) vi abbiano stabile residenza è conclamato.

L’icastico duo è peraltro congeniale alla poetica di Tarantino, che al rapporto persona-personaggio e alla recitazione ha dedicato scene su scene, ad alto voltaggio meta-cinematografico: spostare più in là la finzione, chiamandola esplicitamente, se non pletoricamente, in causa. Dramatis personae, sicché ne Le iene Mr. Orange alias Tim Roth conciona di storytelling e in Pulp Fiction Jules (Samuel L. Jackson) e Vincent (John Travolta) si esortano: “Coraggio, entriamo nei personaggi”, sicché Pam Grier non è solo Jackie Brown, ma Pam Grier che fa Jackie Brown, e lo stesso per Pitt e Di Caprio.

Post hoc ergo propter hoc
, Leo incarnerà l’attore di western televisivi Rick Dalton, Brad il suo stuntman e amico di lunga data Cliff Booth: attori che fanno attori, meglio, un attore che fa l’attore e un altro attore che fa suo il doppio. C’era una volta, e dentro ci sono molte volte: non è cinema di numeri primi, quello di Tarantino, né di solitudine, bensì di corsi storici e ricorsi cinematografici, e viceversa, un cinema a immagine e somiglianza del suo regista, uno che ha visto molto e che non ha mai smesso di vedere. Non l’uomo, Quentin, con la macchina da presa, ma il cinefilo onnivoro, il consumatore di vhs indefesso, il voyeur strenuo. Vedere il già visto e rivedere l’inedito, tra questi due argini scorre la sua poetica, la sua ideologia audiovisiva, e dunque eccoci qui tra la fiaba e la fabbrica dei sogni, l’archetipo e i prototipi, l’apogeo e la decadenza, le storie e la Storia.

“Nel momento di massimo splendore della hippy Hollywood”, Rick e Cliff non se la passano troppo bene, ma il primo “ha una vicina di casa molto famosa, Sharon Tate (Margot Robbie)”: attrice, moglie di Roman Polanski, venne massacrata dalla setta di Charles Manson il 9 agosto (la data d’uscita del film negli Usa inizialmente prevista) del 1969. Non sappiamo in quale misura C’era una volta… a Hollywood verterà sui delitti della Manson Family, dovessimo scommettere un dollaro, punteremmo a un Charles Manson (Damon Herriman) trattato alla stregua dell’Hitler di Bastardi senza gloria e, azzardiamo, a una Sharon Tate incolume, salvata proprio da Rick e Cliff: se il Cinema non cambia la Storia, del resto, a che serve? Potrebbe davvero smentirci, anzi, smentirsi Quentin?

Primo film di Tarantino senza l’apporto di Harvey Weinstein (Miramax e TWC), quindi distribuito da Sony che ha avuto la meglio su Fox, Universal, Warner, Lionsgate e Annapurna, nel cast troviamo Damian Lewis, Dakota Fanning, Emile Hirsch, Kurt Russell, Tim Roth, Michael Madsen e Al Pacino, che è nei credits dei due titoli più attesi dell’anno, questo e The Irishman di Scorsese, targato Netflix e in predicato per Venezia. Once Upon a Time in Hollywood custodisce l’ultima prova di Luke Perry, che interpreta Scott Lancer con probabile appiglio alla serie western del ’68 Lancer, al contrario, Burt Reynolds è morto prima di ultimare le riprese ed è stato rimpiazzato da Bruce Dern.

Di sola produzione il film è costato circa 100 milioni di dollari, ne serviranno 300 al botteghino per andare in pari, traguardo alla portata di Tarantino: Django Unchained ha incassato 425 milioni, Inglourious Basterds 321, ma l’ultimo The Hateful Eight solo 155, e nei primi due sappiamo chi c’era, nel terzo chi non c’era. Che cosa il fiabesco, stellare, immaginifico fattore LeoBrad saprà regalare al nono film di Quentin Tarantino, forse l’excipit “e vinsero felici e incassarono contenti”?

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