C’era una volta a Catania

Viaggio dentro un quartiere storico (e degradato) della città nel bel documentario di Morabito presentato a Torino: I fantasmi di San Berillo
26 Novembre 2013
C’era una volta a Catania
I fantasmi di San Berillo

La Sicilia e il cinema posseggono (da sempre?) un tratto in comune che suggella una liaison dangereuse ma allo stesso tempo fonte di inesauribile energia creativa. È risaputo che gli artisti siciliani sono ossessionati, a volte in maniera perturbante, da una necessità apparentemente ineludibile: il recupero archeologico della memoria storica di un luogo, con i suoi miti, i fantasmi, i paesaggi resi allucinati dal tempo trascorso, quasi che un simile recupero fosse l’unico modo per attuare la redenzione di un male atavico e non meglio identificato che incancrenisce la Sicilia dai tempi vaghi e oscuri del Mito. D’altro canto, il cinema come baluardo della memoria è un tema vecchio forse quasi quanto le origini stesse della settima arte. Il bel film di Edoardo Morabito – I fantasmi di San Berillo, presentato nella sezione dedicata ai doc italiani a Torino – a questo proposito, riesce a evitare le secche putrescenti di una certa attitudine isolana alla polverosa rievocazione del passato, proprio perché tenta la paradossale descrizione di un non-luogo, aprendosi quasi a un orizzonte metafisico.
La voce calda e suadente di Donatella Finocchiaro legge testi liberamente tratti da Goliarda Sapienza e Italo Calvino e ci accompagna, così, in un viaggio al termine della notte per i vicoli marciti dello storico quartiere San Berillo a Catania, cuore povero del capoluogo etneo e aggregatore di postriboli d’ogni sorta. La visuale offertaci dal film copre un arco di tempo che va dal 1958 (anno della legge Merlin sulla chiusura delle case di tolleranza) sino ai primi del 2000 e che ha visto in atto il più imponente sventramento urbanistico nell’Italia del dopoguerra, con masse di cittadini letteralmente deportati verso un Nuovo San Berillo dai contorni tanto fulgidi quanto ingannatori.
Una fotografia dai colori vividi, con la luce del sole siciliano che si insinua vorace per le stradine dai muri cadenti, oltre cumuli di immondizia e di macerie, coglie prostitute e trans in deshabillé, la pelle lattea e gonfia di cosce e seni vecchi al pari del quartiere entro cui si cela un’umanità marginale: un microcosmo “altro” e intangibile eppure, ecco il paradosso, a due passi dalla modernità. Morabito insiste sui volti rugosi, incisi dei suoi narratori-testimoni: la decrepita prostituta Holly con la sua disillusa rievocazione dei fasti erotici di un tempo, l’ottantenne Franco ex-pulitore di bordelli, e poi ancora Orazio e Vincenzo, due anziani “deportati”, il primo aggrappato a una buffonesca nostalgia per l’antica topografia di San Berillo, il secondo alle prese con una irrimediabile solitudine e i ricordi trasmessi dalla sua vecchia fisarmonica. È uno sguardo, quello di Morabito, per buona sorte avaro di moralismo e di nostalgia, ma inevitabilmente impregnato di dolore. Il disincanto è la reale chiave stilistica di un’opera che lascia trapelare la sottile indignazione di chi non riesce a rassegnarsi alle ferite inferte a una terra dove la bellezza sembra essere inestricabilmente connessa alla sofferenza. La Sicilia è anche questo: prendere o lasciare.

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