Calopresti, Africo, Italia

"Un film su tutte le persone che non hanno possibilità di scegliere e di esistere", dice il regista. Che dal 21 novembre porta in sala Aspromonte la terra degli ultimi
Calopresti, Africo, Italia
Mimmo Calopresti sul set di Aspromonte la terra degli ultimi @Nazareno Migliaccio Spina

“Siamo uomini o bestie?”. E’ il grido disperato rivolto all’autorità dalla piccola comunità di Africo, un paese arroccato nell’Aspromonte, isolato e abbandonato, nel quale non c’è un medico e soprattutto non c’è una strada per raggiungere il paese più grande, la Marina, dove ci sarebbe un eventuale dottore (e anche le istituzioni).

Ci racconta questa storia, ambientata nel 1951, ma “molto attuale”, tratta dall’opera letteraria di Pietro Criaco Via dell’Aspromonte, il regista Mimmo Calopresti nel film Aspromonte la terra degli ultimi, in uscita nelle sale il 21 novembre distribuito da Italian International Film.

Aspromonte la terra degli ultimi

“Mentre giravo questo lungometraggio mi sono reso conto della sua grande attualità. Gli ultimi sono tutte le persone che non hanno possibilità di scegliere e di esistere. Come oggi gli operai dell’Ilva e gli abitanti di Taranto”, racconta Calopresti, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Monica Zapelli (già autrice de I cento passi). 

Ad interpretare questi “ultimi”, che decidono di unire le forze e costruire una strada, sono: Marcello Fonte (Ciccio Italia detto il Poeta), Francesco Colella (Peppe, il capopopolo) e Marco Leonardi (Cosimo ovvero lo Spaccapietre). Ad Africo arriverà dal nord pure una maestra (Valeria Bruni Tedeschi) che cercherà di portare cultura in quel piccolo paese, dove personaggi come il brigante Don Totò (Sergio Rubini) dettano legge. Nel cast anche lo stesso produttore del film, Fulvio Lucisano, in un “breve flash alla fine” ed Elisabetta Gregoraci.

Aspromonte La terra degli ultimi racconta dunque il Sud, ma anche il sogno dei suoi abitanti di fare parte di un mondo più grande, perché nella vita: “Devi sognare”. Un Sud che somiglia a tutti i luoghi ai margini del mondo e che mette in scena “le contraddizioni del nostro tempo”.

“Quando abbiamo girato c’erano alcune maestre che scioperavano perché non avevano abbastanza bambini per fare le lezioni in classe, nello stesso momento c’erano bambini che venivano dai barconi e che nessuno voleva”, dice Calopresti, che poi sottolinea: “Abbiamo bisogno di sognare e che questi sogni non siano infranti, ma siano realizzati”.

E Fonte aggiunge: “E’ gratis e non costano nulla: servono a darti vita. C’è anche sempre bisogno di imparare e della cultura, è quella che rende liberi. Io qui sono lo scemo del villaggio o l’ubriaco, ma dico delle verità che la gente ha paura di ascoltare”.

E Valeria Bruni Tedeschi dice: “Questo film è una favola moderna. Io faccio la maestra, un ruolo che mi si addice molto, perché è stato il mio primo mestiere: da bambina l’ho fatto tutti i pomeriggi con le mie bambole per tre anni con gesso in mano e mappamondo! A parte gli scherzi, il mio è un personaggio solo e infelice. Tutti però abbiamo la possibilità di uscire dalla tristezza dando qualcosa agli altri. Uno dà e sta subito meglio”.

Per Francesco Colella: “E’ una storia emblematica. Si parla di una piccola comunità calabrese, ma potrebbe raccontare benissimo qualsiasi altra comunità che vive nell’ingiustizia e nella miseria”. E per Rubini è anche una storia attuale: “perché in un momento in cui il tema principale è quello di erigere muri, questa comunità di bifolchi pensa invece di costruite una strada: si dà quindi un messaggio che va controcorrente”.

Quella strada, quella possibilità che forse si aprirà anche tra la maestra e il “capo popolo” che iniziano a provare un’attrazione reciproca. “Una storia d’amore è una strada per evadere dalla propria miseria personale. Loro sono all’inizio e vanno lenti”, dice Valeria Bruni Tedeschi, che infine ci tiene a dire: “Colella con l’accento calabrese sul set mi faceva girare la testa. Volevo dirglielo perché non gliel’ho mai detto”.

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