Cage, my name is Joe

"Non un perdente, ma un uomo coerente nel rispettare un particolare codice di condotta personale", dice l'attore. Protagonista al Lido per David Gordon Green
30 Agosto 2013
Cage, my name is Joe

“Credo che la pace nel mondo parta dalle proprie case, ed è importante che un padre sia presente e si occupi della crescita dei figli”. Nicolas Cage è Joe, ex detenuto con una vita dura alle spalle, uomo collerico in lotta perenne con se stesso per dominare il suo istinto e l’irrefrenabile propensione a cacciarsi nei guai. Sarà l’incontro con Gary, un quindicenne sfortunato (Tye Sheridan), maltrattato da un padre nullafacente ed ubriacone, a risvegliare in Joe un’indole protettiva che lo porterà a redimere il suo passato.
“Per me è stato semplicemente recitare una parte – dice ancora l’attore, di ritorno al Lido, e in Concorso, quattro anni dopo Il cattivo tenente di Werner Herzog -, ho cercato di dar vita al personaggio dopo aver letto il romanzo di Larry Brown (da cui il film è tratto, ndr) e avvicinarlo alla visione di David Gordon Green”. Regista che non nasconde di provare “simpatia per Joe, lo capisco, ma al tempo stesso vorrei essere lo sceriffo del film e prenderlo per il collo, dicendogli di raddrizzare la propria vita”.
Ambientato nei boschi selvaggi del sud degli Stati Uniti, il film sembra allontanarsi dai lavori precedenti del regista di Snow Falls, Strafumati o Lo spaventapassere, ma come spiega lo stesso David Gordon Green “se si guardano i miei lavori uno alla volta si potrebbe dire che ho una carriera inusuale, però ci sono temi, o personaggi, che in un certo modo legano insieme tutti i miei lavori”. Stavolta, come detto, tutta la storia ruota intorno ad un connubio di amicizia, violenza e redenzione: “Il personaggio di Joe presenta fratture dolorose e frustranti, è un uomo che trascura il codice della società perché ne possiede uno suo, interno. E’ un uomo che cerca la redenzione, e capisce di poterlo fare trasmettendo la propria forza a Gary: in un certo modo cerca di diventare il padre morale di un ragazzo il cui padre naturale è una nullità”, dice ancora il regista.
Interpretazione dolorosa e intensa, quella di Cage, che sul set ritrova la bottiglia proprio come in Via da Las Vegas, film che nel 1996 gli valse un Oscar: “Non voglio ‘dover’ recitare, perché è un termine che non mi piace visto che può anche voler dire ‘mentire’. Io voglio essere sincero, anche quando ‘recito’: questo non significa che bevevo sul set, ma lo sforzo era quello di riuscire a dare l’impressione che l’avessi fatto”, spiega l’attore, che conclude: “Non considero Joe un perdente, tutt’altro. E’ un uomo che fa il suo lavoro, che ha un suo codice di condotta personale ed è coerente nel rispettarlo”.

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