Bob Dylan impressionista

In concorso lo sperimentale I'm not There con Gere, Blanchett & Co. Il regista Haynes: "Sei personaggi per trovare un autore"
4 Settembre 2007
Bob Dylan impressionista

Sorprende in concorso l’impressionista I’m not There, lo sperimentalissimo omaggio che Todd Haynes ha ispirato alla musica e alle tante vite di Bob Dylan. Addirittura cinque, e del calibro di Heath Ledger, Richard Gere e Christian Bale, le star a cui il regista di Lontano dal paradiso e Velvet Goldmine si è affidato per incarnare poliedricità e fasi della sua carriera, dai primi passi nel folk alla conversione rock e quella esistenziale, che lo porterà poi ad abbracciare l’evangelismo. Su tutti, insieme al piccolo Marcus Carl Franklin, attore di colore che incarna aspirazioni e influenze soul del primissimo Dylan, spicca però la rivelazione Cate Blanchett. Sorprendente nella sua metamorfosi, l’attrice premio Oscar per The Aviator si reinventa nei panni allegorici di Jude, icona androgina e maledetta della fase rock dell’artista.
Proprio la pionieristica sperimentalità del progetto è la carta con cui la produzione ha strappato il via libera di Bob Dylan: “Documentari a parte – spiega Haynes -, questo è il primo film che ha autorizzato sulla sua vita. A convincerlo è stata la scelta di non racchiudere la sua storia e personalità in un unico personaggio, adottando invece una soluzione aperta, che lo sottraesse a etichette e semplificazioni”. Il marchio impressionista del film passa infatti anche per la struttura adottata per la narrazione: invece che sviluppare le storie in ordine cronologico, articolando la vicenda nella successione dei personaggi, Haynes punta su un disorientante collage che salta avanti e indietro nel tempo, fra nomi e volti, bianco nero e colore, intrecciandosi con vere e finte immagini di repertorio e interviste a personaggi vicini al cantautore.
“Ho letto quasi tutte le biografie e i materiali a disposizione su Dylan – racconta Haynes -. Più andavo avanti e più capivo che il radicale cambiamento, personale e artistico, avesse improntato la sua esistenza. E’ proprio per esprimere questo aspetto, che ho pensato di dover ricorrere a un espediente drammaturgico: cristallizzarne vita e lavoro in una serie di storie e alter ego, fra loro però separati e distinti”. Sei le icone con cui il film si imbarca in questa ambiziosa esplorazione dell’universo artistico e umano del menestrello di Duluth: il profeta del folk, il poeta visionario, il Giuda elettrico, il divo inossidabile, il predicatore evangelico e il cowboy solitario. “I personaggi che sono emersi – spiega ancora il regista – credo riescano a racchiudere tutti i temi e gli impulsi principali che hanno informato l’opera e la vita di Dylan, soprattutto negli anni ’60”.
Da una di queste fasi in particolare prende spunto lo stesso titolo del film: “I’m not There è una misteriosissima canzone, divenuta un cult fra gli appassionati, nonostante non sia ufficialmente mai uscita. Dylan l’ha scritta nel ’67 dalla casa di Woodstock dove si era ritirato con la famiglia, dopo l’incidente in moto e in seguito al frenetico periodo newyorchese”. A incarnare la fuga dai riflettori, di cui parla il titolo della canzone, è nel film il Billy the Kid col volto di Richard Gere: “Bob Dylan è il vero artista della contemporaneità – dice l’attore, al Lido insieme anche a Heath Ledger -. Più ancora di Picasso, il suo nome resterà scritto nella storia per la straordinaria influenza che ha esercitato a 360° sull’arte e lo spirito. Il suo è un universo creativo sconfinato, da cui è impossibile estrapolare una sola canzone. Devo però ammettere che senza Visions of Johanna, dal ’67 in poi la mia vita non sarebbe stata la stessa”.
A confermare la complessità del film è la reazione a caldo di cui parla lo stesso Gere: “Il primo pensiero quando ho letto la sceneggiatura è stato: ‘Ma che diavolo è?’. Per capire che cosa intendesse Todd era necessario conoscere a fondo l’opera e la storia di Dylan. E’ però poi bastato incontrarci, per capire che eravamo sulla stessa linea”. Insieme alla struttura sperimentale del film, citazioni e rimandi ad aspetti poco noti della vita di Dylan, rendono a tratti infatti difficile seguire la narrazione: “Non è importante cogliere ogni connessione o riferimento – dice Haynes -. Dal mio film bisogna lasciarsi trasportare come da un’esperienza onirica”. Tra le influenze più evidenti di cui parla il regista, quella esercitata dal poeta Arthur Rimbaud: “Si è trattato dell’ultimo ribelle. Una rockstar, che aveva deciso di scioccare l’establishment in tutto e per tutto. Il suo impatto su Dylan è stato fortissimo: prima ancora di Patti Smith e tanti altri, ha fatto sua questa carica dirompente, riprendendolo non soltanto nella musica, ma anche nel suo approccio alla vita”.
Elemento determinante del film sono ovviamente le musiche, che accompagnano il mosaico di esperienze e personaggi. Un totale di 39 brani, fra versioni originali e rivisitazioni, che Todd Haynes ha selezionato da un campione iniziale di oltre 90 canzoni: “Le cover sono tutte riletture contemporanee – spiega -, prodotte dai Sonic Youth e interpretate da un insieme di artisti di ieri e di oggi”. Sulle celebri note di Mr. Tambourine Man, Like a Rolling Stone e tante altre, a svettare fra i personaggi è quello affidato addirittura a Cate Blanchett. Al suo Jude il compito di incarnare la conversione rock, maturata da Dylan intorno alla metà degli anni ’60 e corrisponde al periodo di massima ribellione nei confronti dei media. “Una parte che all’inizio le metteva molta paura – racconta ancora Todd Haynes -. La considerava una sfida troppo rischiosa, ma si è poi lasciata convincere. Tutto quello che ho dovuto fare è stato farle capire quanto fruttuoso potesse essere mettersi in gioco”. Insieme al suo, nel cast, spiccano i nomi di illustri comprimari come Julianne Moore e Charlotte Gainsbourg, a cui la vicenda riserva il ruolo della compagna del cantante.

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