Blue is the Woody colour

Al 15° Festival di Rio si balla la samba triste dell'ultimo Allen: Blue Jasmine, rien ne va plus
4 Ottobre 2013
Blue is the Woody colour
Il regista Woody Allen

Due sorelle, entrambe adottate, con genitori diversi (come non ricordare la famiglia Allen – Farrow?). Un figlio che ripudia la matrigna (non è forse quello che Ronan “Figlio di Frank Sinatra?” Farrow ha fatto con Woody?). Due bambini, figli di un precedente matrimonio (nel caso di Woody, si va oltre: dopo aver sposato Soon Yi, Ronan s’è trovato “allo stesso tempo figlio e cognato”…). Sono tanti, e prepotentemente alla ribalta negli ultimi giorni, i dettagli più o meno autobiografici nell’ultimo film di Woody Allen, Blue Jasmine, in cartellone al 15° Festival di Rio. I critici anglosassoni si sono – giustamente – soffermati sugli echi di Un tram chiamato desiderio nel ping-pong Jasmine e Blanche DuBois, sulla fortuna di San Francisco nel cinema di Allen, sui suoi indelebili personaggi femminili, cui ora si deve aggiungere la Jasmine di Cate Blanchett, ma non di solo cinema vive un uomo, e anche Woody si deve adeguare: quanti rovelli, magagne, vissuti e trascorsi ci sono in questo suo ultimo film? Tanti, e l’ineluttabile amarezza, la necessaria infelicità di Blue Jasmine non sembra scelta meramente artistica, ricorso poetico, evenienza drammaturgica: Jasmine sta male e, parrebbe, Woody pure, ma il pubblico dove sta? Nel caso di Jasmine, a metà strada: attrazione e repulsione, come lei bipolari pure noi.
Su Woody uomo inutile esprimersi, ma il cineasta sta benone, eccome: forse, dovrebbe curare meglio le scene, qui e là si sente il “buona la prima”, comunque vada; forse, la contemplazione delle classi basse non è il suo forte, e la verosimile definizione di alcuni caratteri muy popolari ne risente; forse, la stanchezza e la prospettiva sul fine vita rendono amari e non gli fanno più amare i suoi personaggi; forse, ma Blue Jasmine è uno dei meglio Allen da Pallottole su Broadway.
Non tutto, ma moltissimo, va ascritto a Cate Blanchett, splendida altalena emozionale nei panni dell’eponima socialite neworkese che, complice il tracollo del marito (Alec Baldwin, perfetta feccia-glam di Wall Street) fedifrago e, soprattutto, truffatore à la Bernie Madoff passa dalle stelle alle stalle, raggiungendo esaurita, senza lavoro né soldi la sorella (Sally Hawkins, che attrice!) a San Francisco. Occasione di rinascita, riscatto, resurrezione? Macché, è dura, durissima: la sorella ha un fidanzato macho e greasy (Bobby Cannavale), due marmocchi da un precedente matrimonio (l’ex marito è uno dei tanti rovinati dal truffaldino Baldwin), eppure, ora sta meglio lei.
Jasmine no: alterna sofisticatezza glam – è vestita da Dio, complimenti alla costumista, ed è Cate Blanchett – e disperazione alcoolica (il bicchiere è sempre in mano, vodka martini su tutti), vagheggia una nuova vie en rose e poi parla da sola, è un pendolo tra passato e presente, nostalgica potenza e atto rovinoso (ma gli attributi si possono scambiare). Soprattutto, non sa stare da sola. Prova a studiare informatica per studiare design d’interni online, nel frattempo lavora da un dentista con le mani lunghe, poi trova, forse, l’ancora di salvezza: un bel diplomatico con ambizioni politiche (Peter Sarsgaard), e… è lui il principe azzurro? Potrebbe, ma Allen non racconta favole: almeno, non se le racconta. Non più. Dopo Midnight in Paris e To Rome with Love, il back in the US è una carezza in un pugno, una risata nella tragedia, una scorza di limone nel martini, buttato giù previo Xanax. Se per per Kechiche (titolo internazionale de La vie d’Adele, dal fumetto omonimo) Blue is the warmest colour, per Allen no: blu rimane il colore della tristezza. Blue Jasmine, Blue Moon e un altro pianeta-pillola già osservato da Lars Von Trier: Melancholia.

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