Bergman non abita qui

"Ingmar? Non aveva senso dell'umorismo", dice lo svedese Roy Andersson. In Concorso con A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence
2 Settembre 2014
Bergman non abita qui
Il regista Ingmar Bergman

“No, è una scimmia artificiale, fatta a mano. Non utilizzerei mai un animale vivente per l’elettroshock, ma la scena fa vedere quel che succede nel mondo: utilizziamo altre specie in modo crudele”. Così Roy Andersson cancella la possibile polemica degli animalisti: nel suo A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence una scimmia è sottoposta a  cruenti esperimenti, ma appunto non è una scimmia in carne  e ossa. Il regista cult svedese porta in Concorso la conclusione della sua trilogia “sull’essere un essere umano”: dopo Songs from the Second Floor (2000) e You, The Living (2007), ecco appunto A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence, che incornicia tre incontri con la morte – infarto del marito che stappa la bottiglia con moglie canterina; vecchia in agonia che non molla i gioielli ai tre figli; passeggero esanime su un traghetto con consumazione già pagata – per dare il là a una riflessione esistenzialista tra Hopper e Bruegel e Ikea, con due commessi viaggiatori che vendono canini da vampiro, Re Carlo XII di Svezia, la locandiera Lotte la Zoppa.
“Nel capitolo homo sapiens, inquadro quel che gli esseri umani fanno nella storia, cose crudeli come il colonialismo, gli esperimenti fatti sugli animali”. E, appunto, il cilindro in cui vengono fatti entrare dei neri per essere arrostiti: “Quel cilindro è un organo assiro, gli assiri erano molto crudeli con popoli vinti, avevano costruito ad hoc macchine di tortura”.
Poi Andersson illumina sul suo rapporto con l’illustre connazionale Ingmar Bergman: “Quando sono andato alla scuola di regia, Bergman era il preside. Eravamo alla fine degli anni ’60, c’era la protesta: siamo scesi in strada a filmare, io e i miei compagni di studi. Come preside, Bergman mi avvertì: “Se continui a fare film su cose politiche, non farai mai un lungometraggio”. Era un avvertimento, appunto, ma io non avevo paura di Ingmar Bergman. Possono esserci delle analogie tra il mio cinema e il suo, ma Ingmar non aveva umorismo: questa è la più grande differenza con me”. Ma di che cosa parla A Pigeon? “Di noi della nostra vita. Non l’avevo intesa come una trilogia, ora farò un altro film, e sarà la quarta parte di questa trilogia”.

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