Bellocchio attraverso i secoli

“Un film asistematico, dove non necessariamente tutto deve corrispondere”, dice il regista di Sangue del mio sangue. In Concorso a Venezia e dal 9 settembre in sala
Bellocchio attraverso i secoli

“Ho voluto fare un film libero, non mi sono posto troppe domande, non ci sono troppe cose pensate a tavolino. Una cosa asistematica, diciamo, dove viene a mancare quel rigore all’americana in cui tutto, per forza di cose, deve corrispondere”. Marco Bellocchio torna in concorso a Venezia tre anni dopo Bella addormentata: lo fa con Sangue del mio sangue (da domani, 9 settembre, in sala con 01 distribution in circa 100 copie), film interamente ambientato a Bobbio e interpretato – tra gli altri – da Pier Giorgio Bellocchio, Lidiya Liberman, Roberto Herlitzka, Alba Rohrwacher e Federica Fracassi: “Sì, è vero, dopo Bella addormentata avevo detto che non avrei più gareggiato a Venezia, poi però ho pensato che non è solamente il regista a mettersi in competizione, ma anche gli attori. Chi sono io per decidere di togliere loro la possibilità di vincere qualche premio? Senza contare, poi, che essere in concorso significa anche avere da parte della stampa un’attenzione maggiore. È innegabile questo, e visto che il film esce in sala domani…”.

Pier Giorgio Bellocchio in una scena del film

Pier Giorgio Bellocchio in una scena del film

Lungometraggio che prende le mosse dal corto realizzato dallo stesso Bellocchio nel 2014 (L’ultimo vampiro), il film racconta due storie: la prima, ambientata nel 1600, è incentrata su un soldato, Federico (Pier Giorgio Bellocchio), che torna a Bobbio per indagare sulla misteriosa morte del fratello gemello, prete sedotto da una monaca (Liberman) ora accusata di stregoneria. Condannata ad essere murata viva, Benedetta finirà per sedurrà anche lui. L’altra storia, ambientata ai giorni nostri, vede l’arrivo nella stessa prigione-convento di un altro Federico (sempre Pier Giorgio Bellocchio): sedicente ispettore ministeriale, scoprirà che nell’edificio abita un misterioso Conte (Herlitzka) che “vive” solo di notte.

“Ho preferito tenere separati i due blocchi del racconto, senza ricorrere ad espedienti ‘canonici’ quali i continui rimbalzi da un’epoca all’altra perché credo solo in questo modo il film potesse mantenere viva la sua peculiarità, la sua stranezza”, spiega ancora Bellocchio, che ha da poco ultimato le riprese del suo prossimo lavoro (Fai bei sogni, dal libro di Massimo Gramellini, con Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Fabrizio Gifuni, Guido Caprino e Barbara Ronchi): “D’altronde andando avanti con l’età le strade sono due, o finisci per rintanarti o cominci a fare anche due film l’anno, per allontanare lo spettro della morte. Nel mio caso è semplicemente successo, diciamo che cerco di fare quello che mi va senza star lì a ragionarci troppo”, dice il regista che, ancora di più rispetto al passato, per Sangue del mio sangue è riuscito a riunire attorno a sé la sua “famiglia”, cinematografica e non solo (oltre al figlio Pier Giorgio, anche il fratello Alberto, la figlia Elena, insieme a tutti attori che più volte hanno lavorato con lui): “Il rapporto padre-figlio si è sviluppato principalmente sul set – racconta Pier Giorgio Bellocchio –. È sempre stato quello il luogo in cui abbiamo trovato una dimensione di intesa. Con questo film, però, credo che lo strano intreccio tra emozioni reali e cinematografiche venga suggellato definitivamente. Non c’è più conflitto profondo tra noi, si può dire che il processo di affinamento e di intesa sia arrivato a un punto molto alto”.

Un coinvolgimento così ampio che il regista considera comunque una “necessità, ma anche una cosa naturale. In fondo non è con le mogli, ma con i figli che prima o poi bisognerà fare i conti: il sangue del tuo sangue… Con questo film è come se fossi riuscito ad approfondire, in modo indiretto certo, quello che feci nell’82 con Gli occhi, la bocca, quando quasi in presa diretta raccontai una tragedia che mi aveva colpito dal punto di vista personale”.

Famiglia e Bobbio, una ruota che continua a girare: “Da ormai 20 anni facciamo questi corsi di cinema dove, ogni volta, cerchiamo nuovi luoghi da filmare. Trovando queste prigioni abbandonate ci è venuta l’idea di raccontare la storia di questa donna murata, traendo naturalmente ispirazione dalla vicenda della monaca di Monza. Sono nato e cresciuto in un’epoca in cui l’isolamento paesano, la vita di provincia, erano qualcosa di preciso e distinto. Oggi è tutto frammentato, disgregato, vengono a cadere determinati distinguo. Da qui anche l’idea di dividere in due il racconto”.

Lyidia Liberman in Sangue del mio sangue

Lyidia Liberman in Sangue del mio sangue

Già protagonista del corto L’ultimo vampiro, Lidiya Liberman ragiona sulla ciclicità di alcune situazioni: “Interpretando Benedetta ho sentito la forte vicinanza di quel personaggio ai giorni nostri. Sentimenti ed esseri umani, alla fine, sono gli stessi anche attraverso i secoli. Quante donne, ancora oggi, conducono esistenze da ‘murate vive’? La spinta più forte per entrare nel ruolo l’ho avuta dalla convinzione di combattere fino in fondo per difendere il diritto di ognuno di poter vivere la propria vita liberamente”.

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