Auguri Paul Newman

Ottant'anni (oggi) vissuti con passione. Tra famiglia, cinema e motori
26 Gennaio 2005
Auguri Paul Newman
Paul Newman

Per affermare a 80 anni di non avere rimpianti, o si mente a se stessi o si è molto – e felicemente – vissuto. Paul Newman appartiene alla seconda categoria essenzialmente in virtù di una donna, con cui è sposato dal 1958: Joanne Woodward, conosciuta sul set de La lunga estate calda e tenuta per mano nelle successive stagioni. Un’unione, rara per longevità e intensità nel panorama hollywoodiano, che Paul e Joanne sono riusciti a preservare senza cedere alle lusinghe del fast love: “Perché sbocconcellare hamburger qua e là – la ricetta culinaria-amorosa di Newman – quando posso mangiare una bella bistecca a casa?”. Attenzione però a non rincarare la dose, prospettando uno Newman tutta casa e cinema. No, manca – almeno – un’altra cosa: le auto. Passione condivisa con Steve McQueen, ma vissuta fino a oggi. Due settimane fa Newman è rimasto illeso in un incidente durante il collaudo di un prototipo: uscito con le sue forze dall’abitacolo, ha subito detto che continuerà a correre. Roba da spacconi o da chi non teme le stangate del destino, ma non solo: del binomio donne&motori Newman ha riservato ai secondi lo sfogo delle proprie pulsioni e della propria promiscuità. Coscienziosamente. E, in un gioco di specchi tra realtà e finzione, con successo: la 24ore di Daytona nel 1995 e Indianapolis nel film omonimo di James Goldstone del 1969. Dalla pista alla tavola senza perdere né il nome né la faccia, anzi: Newman’s Own è l’azienda alimentare che produce una rinomata salsa per insalate. Senza fini di lucro. Ovvero per l’istituzione dedicata da Newman ai bambini malati. Filantropia pudica e sincera. E dolorosamente generosa: l’elaborazione del lutto per l’overdose del figlio Scott – morto nel 1978 – si traduce nella Fondazione omonima. Veniamo al cinema. 60 film interpretati e tre Oscar, due dei quali non ritirati personalmente: uno come miglior attore protagonista per Il colore dei soldi di Martin Scorsese nel 1987, uno onorario nel 1986 e uno meriti umanitari nel ’95. Prima dell’uppercut sferrato interpretando Rocky Graziano nel suo secondo lungometraggio, Lassù qualcuno mi ama di Robert Wise (1956), un colpo basso, di cui chiederà pubblica ammenda sulle colonne di Variety: Il calice d’argento di Victor Saville. Raggiunto – complici gli occhi turchesi – il successo, trova La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks (1958) e Tennessee Williams, che non abbandona più: La dolce ala della giovinezza (1961) e La stangata (1973) in coppia con l’amico-nemico Robert Redford, con cui si era già spartito le inquadrature nel cult Butch Cassidy (1969). Nella fortunata carambola professionale, Newman incontra il biliardo interpretando l’Eddie Felson cinico e fragile de Lo spaccone (1961) e sotto queste spoglie venticinque anni dopo istruisce il Tom Cruise impacciato de Il colore dei soldi. Ma non è solo attore: nel 1968 dirige la moglie per La prima volta di Jennifer, riproponendosi con sensibilità dietro la macchina da presa in Sfida senza paura (1971), Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilde (1972) e Lo zoo di vetro (1987). Nel 2002, a 77 anni, percorre la Road to Perdition di Sam Mendes con l’impassibilità del padrino. Da poco ha terminato il doppiaggio di Cars prodotto dalla Pixar di John Lasseter in cui dà la voce a un’automobile che scorazza per gli States. Il massimo per un attore-pilota. Ora Newman aspetta solo gli applausi della moglie.

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