Auguri Dino

90 anni l'8 agosto e tre progetti per il 2010. Intervista esclusiva a De Laurentiis: il Leone dei produttori
5 Agosto 2009
Auguri Dino

La vita di Agostino De Laurentiis, detto Dino, è da sempre sotto il segno del Leone. Sin dalla data di nascita: l’8 agosto 1919. Per proseguire con il Leone d’Oro a Venezia nel 1959 per La grande guerra e quello alla carriera del 2003. Oltre a numerose nomination, anche due Oscar “italiani” sono nel suo carniere, in aggiunta al prestigioso Irving Thalberg Memorial Award – una sorta di Oscar alla carriera destinato ai produttori più innovativi. Ma il suo curriculum è ancora da aggiornare. E a parlarcene è proprio “Mister Dino”.
Ci risultano ben tre progetti per il 2010: la trasposizione della serie TV Mac Gyver, il fantascientifico The Swarm tratto dal romanzo “Il quinto giorno” ed il remake di Barbarella.
Mac Gyver è un progetto avviato da mia moglie Martha e mia figlia Raffaella. C’è già l’accordo con la New Line ed io ne sarò il produttore esecutivo. Per The Swarm il problema è soltanto economico: di fronte ad un budget di 200 milioni di dollari, con la crisi economica in atto gli studios non vogliono rischiare, anche se negli States il box office ha avuto un incremento del 27% rispetto allo scorso anno. Stiamo pensando di intervenire sullo script per ridurre le spese. Il remake di Barbarella è un progetto avanzato. Lo script è in fase di revisione e siamo solo in attesa del regista, Robert Luketic, che sarà libero ad agosto.
A proposito: come ebbe l’idea del film diretto da Roger Vadim nel 1967?
Avevo letto il volume che raccoglieva i fumetti di Forest e ne acquistai i diritti. Ma mi trovai di fronte a difficoltà enormi perchè nessuno sapeva come affrontare un progetto simile, non avendo mai lavorato ad un film di fantasy. Un giorno ricevetti la telefonata di Jane Fonda, che si disse disposta ad interpretare Barbarella a patto che a dirigerla ci fosse suo marito. Lei era perfetta per il ruolo, dissi subito di sì e produssi il primo fantasy della storia del cinema.
Cosa l’ha fatta innamorare della saga di Hannibal, tanto da produrre ben quattro film che lo vedono protagonista?
Hannibal mi ha appassionato sin da quando lessi il primo libro che gli aveva dedicato Harris, “Red Dragon”. I diritti erano già stati acquistati dalla Warner ma li convinsi a cedermeli perché non avevano compreso l’originalità di quel serial killer. Hannibal è rimasto unico nella storia del cinema come “il cattivo” per eccellenza: un criminale feroce ma estremamente intelligente, che è allo stesso tempo criminologo, psichiatra, musicista, letterato e amante della buona cucina. Un uomo che racchiude in sé mille volti.
Come riuscì a produrre Serpico, poco dopo essersi trasferito negli USA?
Un giorno incontrai Peter Maas, autore di The Valachi Papers, un bestseller che avevo già portato sullo schermo. Stava scrivendo “Serpico”, mi accennò qualcosa e gli chiesi di farmi leggere il manoscritto ma aveva terminato solo il primo capitolo. Lo lessi, ne fui rapito e decisi di comprare il libro a scatola chiusa. Maas mi chiese una cifra incredibile per l’epoca: 500.000 dollari. Io non esitai e il successo del film mi diede ragione.
Il rapporto con il regista Sidney Lumet?
Fu ottimo, anche se prima di Lumet la mia scelta era caduta su John Avildsen, il quale aveva dei problemi con Al Pacino. Mi chiese di scegliere: o lui o l’altro. Non ci misi molto a dire: “John, se lametti su questo piano quella è la porta…”. Poi mi rivolsi a Lumet, ma i boss della Paramount non ne erano convinti. Mi trovai di fronte ad un dilemma: tenermi la Paramount o insistere su Lumet? Optai per il regista e mandai al diavolo la Paramount, che poi rientrò solo come distributore del film.
Anche I tre giorni del Condor è un adattamento da un romanzo.
Me ne innamorai subito, scelsi il regista – il londinese Peter Yates – e presentai il progetto agli agenti di Robert Redford. Lui si disse disponibile a condizione che il regista fosse Sydney Pollack. Io avevo già messo sotto contratto Yates per 200.000 dollari ma non esitai a liquidarlo interamente. Gli dissi: “Peter, tu per guadagnare questa cifra devi lavorare più di un anno. Io te la verso a patto che abbandoni”. Naturalmente accettò…
Anche in questo caso lei vide giusto, visto il successo del film. Subito dopo però produsse Mandingo, certamente non un capolavoro…
Quel film collezionò le peggiori critiche che un film potesse raccogliere. Ma fu un successo di cassetta strepitoso in tutto il mondo!
Tra i film prodotti in Italia, quali ha amato di più?
Sicuramente quelli con Fellini, La strada e Le notti di Cabiria, vincitori di due Oscar. Fellini aveva offerto La strada a cani e porci, ma nessuno lo voleva produrre. Io, che all’epoca ero associato con Ponti, lessi la sceneggiatura e il giorno dopo lo chiamai per firmare il contratto. Di registi come Fellini ne nasce uno ogni generazione. Era adorabile, ma anche il più grande bugiardo che sia mai esistito.
Possibile che tra voi non ci siano stati mai contrasti?
Le racconto un episodio relativo a Cabiria. Federico mi mostra il premontaggio e alla fine del primo tempo spunta una scena non prevista: un uomo spunta da un tombino e inizia un monologo di 7 minuti… Gli dico: “Federico, ma qui ‘cade’ il film!”. E lui: “Questa scena non si tocca!”. Pur avendo il final cut non volevo litigare con lui. Qualche sera dopo vado nel laboratorio di stampa, taglio quella sequenza e me la porto via. La mattina dopo mi telefona Federico, allarmato: “Dino, è sparito il finale del primo tempo!”. Ed io, serafico: “Cosa ci posso fare? Se la trovi la metti nel montaggio definitivo, altrimenti…”. Lui sapeva che ero stato io, ma non aveva il coraggio di rinfacciarmelo. Il film uscì senza la famigerata sequenza e riscosse ovunque un enorme successo. Vent’anni dopo – ero ormai negli USA – mi telefona Fellini: “Dino, scusa, ho una proiezione di Cabiria con degli studenti. Mi restituiresti quella sequenza?”. La impacchettai e gliela spedii in Italia…
Il suo primo grande successo internazionale è stato Riso amaro.
Fu il primo film italiano in assoluto che sfondò in America. Peppe De Santis era un bravo regista, non ho mai avuto problemi a lavorare con lui. Il film ebbe grande successo non per la storia delle mondine, ma perchè lanciò una grande star, Silvana Mangano, che “bucava” lo schermo. Vede, il vero cinema italiano è quello del dopoguerra. All’epoca noi cineasti, pur senza mezzi, avevamo il fuoco sacro del cinema e realizzammo opere che sono rimaste nella storia ed hanno insegnato agli americani e al mondo intero come fare il cinema. A cominciare dall’uso delle location esterne. I critici li chiamarono i film del neorealismo, ma in realtà erano i film della povertà.
Qualche anno dopo lei realizzò in coproduzione alcuni kolossal che hanno contribuito ad alimentare la sua leggenda.
Il film che mi diede una grande notorietà nel mondo fu Guerra e pace, senza il quale non avrei potuto fare La strada. La Paramount mi faceva la corte per distribuire il film di Vidor negli USA ed io acconsentii a patto che finanziassero e distribuissero nel mondo anche quello di Fellini.
C’è stata una sua produzione che non ha riscosso il successo che auspicava?
Sa, io ho fatto centinaia di film, è difficile ricordare… Ma come un padre ama tutti i suoi figli, io amo tutti i film che ho prodotto, anche quelli che hanno incassato meno o che sono stati bistrattati dalla critica.
Il cinema italiano può tornare ad essere protagonista a livello mondiale?
Vede, il cinema italiano è stato una grande industria finché è rimasta in vigore la legge Andreotti, che attribuiva la nazionalità italiana anche a film con il 50% del personale tecnico-artistico straniero. Grazie a quella legge abbiamo realizzato grandi filmdi successo internazionale. Con la legge Corona tutto questo cambiò. Ed io ho il sospetto che gli americani, che stavano perdendo sempre più mercato, corruppero qualche politico affinché venisse cambiata la legislazione. Allora mi dissi: se non posso lavorare come voglio, cosa ci faccio in Italia? E me ne andai negli USA. Il cinema italiano può ancora rinascere perchè ha grandi talenti, ma deve essere libero da vincoli, e per far questo occorrono libertà produttiva ed incentivi.
Ha visto i due film italiani del 2008 di cui tanto si è parlato, Gomorra e Il Divo?
Sì,mi son fatto mandare i DVD. Devo dire che Sorrentino è davvero un regista interessante, mi sono calato molto nella storia del suo Andreotti, un personaggio che conosco bene…
“Il cinema è un’invenzione senza futuro”: se la sente di smentire ancora una volta Louis Lumière?
Il cinema non morirà mai, perchè è un grande giocattolo nelle mani degli adulti. Se un giorno non dovessero esistere più le sale, i film sarebbero visti comunque grazie alle nuove tecnologie.
Cosa consiglierebbe ad un giovane che volesse intraprendere la professione di produttore?
Le racconto una storiella. Un giorno alla Columbia University uno studente mi chiese quale fosse il segreto per diventare un produttore importante. Gli risposi: “Questa è una domanda da un milione di dollari. Lei potrà imparare quello che vuole, ma se non ha le tre ‘C’– cuore, cervello e coglioni – non andrà mai da nessuna parte, o diventerà al massimo un semplice produttore esecutivo”. Questa è la realtà: chi non ha personalità non arriverà mai da nessuna parte.

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