Assayas a 360°

Il regista francese protagonista al Festival del Cinema Europeo di Lecce: "Sono tempi difficili, quella delle sale è una crisi violenta che è stata accelerata dal Covid"
Assayas a 360°
Olivier Assayas - Foto Karen Di Paola

“Ora arriva l’inverno e rimanere confinati non è una bella prospettiva. Ma bisogna essere pazienti e sperare come Joe Biden”. Parola di Olivier Assayas rispetto ai difficili tempi presenti. Il regista francese è stato oggi protagonista dell’edizione 2020 del Festival del Cinema Europeo di Lecce e ha incontrato (via Zoom) i giornalisti raccontandosi.

Inevitabile (purtroppo) iniziare parlando della pandemia che stiamo vivendo. “Sono un privilegiato- dice-. Quando c’è stato il primo lockdown sono stato in campagna e ho potuto lavorare e scrivere. Poi ho passato l’estate in Italia. Sono stato anche fortunato perché il mio ultimo film Wasp Network è uscito nelle sale. Adesso però la situazione sta diventando più difficile per tutti. I registi fanno un lavoro dialettico. Prima c’è un tempo introspettivo, ma poi c’è un secondo momento nel quale ci si confronta con la vita e con la realtà. E io sono una persona che ha bisogno dell’azione e dell’elemento fisico della creazione filmica. Il cinema inoltre è un’arte collettiva. Ecco questa collettività comincia a mancare”. 

Con i cinema chiusi manca anche la visione collettiva. Che ne pensa del futuro delle sale? “Quella delle sale è una crisi violenta e profonda che è stata accellerata dal Covid. C’è una crisi interna al cinema e ce ne è una esterna: due dimensioni che in questo momento si combinano con effetti disastrosi. Questo è un periodo di reinvenzione. Ma penso che nel momento in cui non ci sarà più il rischio di contagio l’esperienza artistica collettiva non sparirà perché la gente ama il cinema”.

 

E poi ancora:  “La pandemia e il lockdown sono un fattore di accelerazione della trasformazione contemporanea del mondo. Ora la gente è più dipendente dai sistemi di comunicazione moderni. Di fatto una conferenza stampa così su zoom non era neanche immaginabile. Ci siamo confrontati con qualcosa di sconosciuto e non c’è un modello storico con il quale è possibile confrontarsi. Non si agisce e non si pensa in modi prevedibili. Tutti siamo soli di fronte a questa crisi di natura inedita”.

In questo momento, Parigi e tutta la Francia, stanno anche vivendo anche la terribile minaccia del terrorismo. Quale è il suo punto di vista rispetto a questa situazione?

“La strage a Charlie Hebdo qualche anno fa mi ha colpito in modo molto violento e forte perché io sono cresciuto con questi disegnatori -risponde-. Erano l’incarnazione della mia gioventù. Sono rimasto impressionato terribilmente da questa cosa. Ho fatto anche un film su un terrorista, dal titolo Carlos, e lì ho espresso il mio orrore assoluto dalla criminalità terrorista. Penso che la libertà di pensiero e di espressione siano le cose più importanti. Sono valori irrinunciabili e monolitici. In questo senso l’assassinio, avvenuto due settimane fa, di un professore perbene e rispettoso mi ha fatto davvero orrore”.

Da Clean (2004) a Sils Maria (2014) fino a Personal Shopper (2016) e a Il gioco delle coppie (2018): sono solo alcuni titoli dei tanti film che ha diretto nel corso della sua carriera. Quali le fonti d’ispirazione? “Ho sempre provato a reinventarmi. Sono stato fortunato perché ho fatto film in tutto il mondo e in lingue diverse, scoprendo dimensioni che ignoravo. Alcuni registi sono molto dipendenti dal loro ambiente. Penso ai fratelli Dardenne, che stimo molto. Per me invece il cinema è sempre un processo di scoperta e un film deve sempre essere un passo in avanti. Sono cosciente della trasformazione della società intorno a me e provo a rimanere in sincronia con quello che avviene”. Quali invece le influenze? “Mio padre era nato a Milano e mi ha trasmesso l’amore per la pittura, soprattutto per quella classica italiana. Per me l’arte era Piero Della Francesca, Giotto e così via. Questo amore è rimasto vivo nel corso di tutta la mia vita. Sono stato influenzato più dai registi italiani che francesi. Penso a Pasolini, Visconti, Rossellini e Antonioni. Sono di cultura francese e ho imparato il cinema guardando i film di Rohmer, Truffaut e Godard. Il mio cuore però è sempre stato legato al cinema italiano: ritorno sempre a questi maestri del passato. Non vedo molti film italiani contemporanei, ma amo Marco Bellocchio, Dario Argento e Nanni Moretti”.

Attualmente Olivier Assayas sta lavorando a una serie tv che si ispira a un suo vecchio film del 1996 dal titolo Irma Vep, che riproponeva il personaggio della protagonista del serial Les Vampires, (“sono sempre stato interessato dalla letteratura popolare, è una serie un po’ particolare che faccio con Hbo che mi dà una libertà assoluta: un progetto ambizioso, un film di più di sette ore che mi occuperà per molto tempo”). E nel frattempo ha già in mente un nuovo progetto proprio alla luce di quello che sta succedendo: “Questa primavera voglio fare un film che ha a che fare con il confinamento”. Infine, dopo aver ricevuto l’Ulivo d’oro alla carriera nell’ambito del Festival del Cinema Europeo, ha ricordato la sua connessione profonda con la Puglia e nello specifico con la città di Lecce: “Mi fidanzai proprio qui con la mia ex moglie: l’attrice cinese Maggie Cheung”.

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