Amici per la pellicola

Fabrizio Bentivoglio e Sergio Rubini a confronto: sull'amicizia, il cinema, il mestiere dell'attore
18 Gennaio 2005
Amici per la pellicola
Fabrizio Bentivoglio

“Ho conosciuto Fabrizio molto tempo prima che lui conoscesse me. L’avevo visto nel 1980 all’Eliseo in Prima del silenzio di Patroni Griffi e poi in un ristorante accompagnato da una bellissima donna: già in questo percepii la nostra differenza”. È ironico e affilato Sergio Rubini invitato dal critico Mario Sesti a ricordare con Fabrizio Bentivoglio gli inizi della loro ventennale amicizia. Mentre sullo schermo scorrono mute le sequenze dei film interpretati dai due attori, il pubblico dell’Auditorium di Roma è chiamato a entrare in questa affascinante relazione, fondata – entrambi concordano – “più sul non fatto che sulle cose fatte insieme: un non-viaggio in auto nel Nord Europa, una non-gita in montagna”. Una relazione portata davanti alla macchina da presa in tre film: Del perduto amore di Michele Placido – “ma ci incontravamo solo in campo lungo” -, Denti di Gabriele Salvatores e L’amore ritorna in cui Rubini dirige il suo vero padre e Bentivoglio. Pur distanti caratterialmente – pacato e neghittoso Bentivoglio, sanguigno ed estroverso Rubini -, i due condividono l’idea che fare l’attore implica “tagliarsi dei pezzi che rimangono ai personaggi”. Personaggi prevalentemente nordici quelli di Bentivoglio, mentre Rubini afferma di essere rimasto intrappolato nel triangolo Bari-Foggia-Matera: i due, però sconfessano una netta contrapposizione perché “nord e sud sono stati d’animo con cui ogni uomo si trova a convivere”. Incalzati dalle domande di Sesti e poi da quelle del pubblico, i due rivelano la comune mancanza di nostalgia per il teatro da cui provengono – il Piccolo di Milano per Bentivoglio, la Silvio D’Amico a Roma per Rubini – e la “forzata astensione dall’amicizia” sul set de L’amore ritorna, necessaria per non turbare lo sviluppo del film”. Da ultimo, spazio alla critica della critica: per Bentivoglio “la sinossi e le ultime tre righe di giudizio decretano l’inutilità della critica cinematografica, auto-ridottasi a basso servizio”; più variegata l’opinione di Rubini, per il quale “l’accettazione della critica – sia negativa che positiva – passa necessariamente dalla stima per il suo autore: a chi apprezzo, critico o meno, faccio vedere i miei film e ne accetto i suggerimenti”. Unanime, comunque, la condanna per le palline e le stellette che dichiarano il valore di un film: “Il critico si dovrebbe proteggere da questi escamotage: non gli fanno onore”.  

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