America oggi

“E’ un paese terrorizzato, quasi pietrificato”, dice Roberto Minervini. Che porta il potentissimo Louisiana in Un Certain Regard, il 22 maggio
America oggi

Al quarto film Roberto Minervini, italiano di Monte Urano che vive a Houston, racconta i “white poor”, i poveri bianchi, quasi tutti disoccupati o tossicodipendenti, parte dalla Louisiana (titolo italiano) e poi si allunga in Texas, dove la realtà è fatta anche di gruppi eversivi paramilitari. “L’idea – dice – è nata dalla mia volontà di addentrarmi nei meandri dell’America in “corto circuito”, dove la comunicazione tra opinione pubblica e istituzioni si è interrotta da anni”.
A chi ti riferisci?
A quella fascia di stati centrali che tagliano l’America in due, dal Nord Dakota, fino alla Louisiana e al Texas. Sentivo la necessità di svolgere un lavoro politicamente rilevante e scorretto, al tempo stesso. Ho voluto dar voce a quelle “persone contro”, agli “altri” (di qui il titolo internazionale, The Other Side), agli arrabbiati, agli impauriti. La paura è la matrice della violenza: penso che l’America di oggi sia un paese terrorizzato, quasi pietrificato.
Il tuo modo di esplorare i chiaroscuri della nostra epoca travalica la natura del documentario. Qual è la tua sensibilità?
Non sono un documentarista puro e non ho mai sognato di esserlo. La fiction – o meglio il processo produttivo proprio di un film di finzione – m’interessa poco. Il mio modo di fare cinema si basa su un linguaggio spontaneo e primordiale. E’ molto personale, tanto che faccio fatica a descriverlo usando le parole. Credo che io e i miei collaboratori più stretti siamo dotati di una “sensibilità collettiva”, che ci permette di lavorare in modo istintivo, senza preoccuparci dei canoni del cinema documentario e di finzione, che riguardano più il prodotto finito (il film), piuttosto che la materia prima (il girato).

Louisiana - The Other Side

Louisiana – The Other Side

Anche in questo caso hai lavorato a stretto contatto con le comunità locali, raccontando storie estreme senza ricorrere alla fiction. Come hai fatto?
Non ho paura di andare a toccare con mano situazioni anche pericolose. Mi rendo conto che lavorare in questo modo non fa per tutti. Difatti, di artisti che rischierebbero la pelle sono rimasti pochi, e nessuno di loro lavora nel cinema. Io però mi sono formato con gente che ha vissuto l’arte come militanza. Ecco, penso che i soggetti dei miei film si fidino di me proprio per il mio coraggio. Perché il coraggio non si finge.

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