Amarcort, Enzo D’Alò festeggia Gianni Rodari

"Aveva la capacità di trattare i bambini come adulti, come esseri pensanti" dice il regista de La freccia azzurra, ospite del festival riminese. Che omaggia anche Lele Luzzati e Giulio Gianini
Amarcort, Enzo D’Alò festeggia Gianni Rodari
Enzo D'Alò (ph. Pietro Coccia)

“È bello essere nella memoria collettiva come la persona che ha portato al cinema una storia di Gianni Rodari” dice Enzo D’Alò, ospite della tredicesima edizione di Amarcort Film Festival per ricordare il grande scrittore nel centenario della nascita. “Conoscevo tutti i suoi libri – continua – ma La freccia azzurra era quello che mi stimolava di più. Nel passaggio al cinema c’è sempre una trasformazione: il libro è un supporto per far viaggiare l’immaginazione”.

Autore unico, Rodari, ormai un vero classico della letteratura amato in tutto il modo: “Mi incuriosiva il suo modo di scrivere – continua – perché aveva la capacità di trattare i bambini come adulti, come esseri pensanti. Facile a dirsi: quando si parla ai bambini si tende sempre a cambiare tono. Invece i suoi discorsi coi bambini erano addirittura più articolati rispetto a quelli con gli adulti”. Come i disegni di Bruno Munari, nelle opere di Rodari c’erano delle fantasie che si sviluppavano seguendo lo sviluppo cognitivo dei bambini. Nel suo modo di raccontare le storie, Rodari era bambino”.

Cosa rende Rodari così popolare ancora oggi? “Nei paesi dell’Est – spiega D’Alò – è molto amato per il suo modo direi socialista di concepire le storie. Rodari non riteneva che ci fossero buoni e cattivi. Non ci sono manicheismi, antagonismi, eroismi. Nei suoi libri c’è una lezione di cui ho fatto tesoro: c’è sempre un motivo per cui qualcuno diventa cattivo. Non nascono persone cattive: nascono persone con dei problemi”.

La freccia azzurra

La freccia azzurra arrivò in sala nel 1996, sedici anni dopo la morte di Rodari, con alcuni cambiamenti rispetto al testo originario: “Nel libro la befana era un po’ buona e un po’ cattiva, com’è tipico in Rodari: amava i giocattoli, sì, ma per campare doveva venderli. Il personaggio non era credibile al cinema, perciò l’abbiamo divisa in due: la Befana e il dottor Scarafoni, che – anche lui – cattivo non è ma deve pur guadagnare. È stato Bruno Bozzetto, leggendo la prima versione della sceneggiatura, a farmi notare che dovevo rendere la Befana buona e Scarafoni il personaggio contro cui si deve lottare per conquistare la libertà. Le storie di Rodari nascono da questo presupposto: a contare è la nostra fantasia”.

Alla sua prima apparizione, La freccia azzurra diede nuova linfa al mondo del cinema d’animazione italiano: “C’era stato un buco enorme, dovevamo ricostruire da zero un’équipe. Nessuno faceva un lungometraggio d’animazione dai tempi di Allegro non troppo di Bozzetto. Il nostro è stato un esperimento, una scoperta, andavamo avanti a tentoni per capire dove si andava a parare. Il film nacque con l’avvento del digitale: iniziammo le riprese con la cinepresa verticale, poi è arrivato il computer con la possibilità del compositing e allora rifacemmo le sequenze già fatte. La freccia azzurra rappresenta il passaggio dall’analogico al digitale”.

Un successo anche internazionale (“Gli americani hanno trasformato la Befana nell’assistente di Babbo Natale ma va bene così”), a cui hanno contribuito Dario Fo e Paolo Conte. “Nel doppiaggio di Scarafoni – ricorda divertito D’Alò – Fo aggiunse molto di suo, era difficile fargli dire quello che c’era scritto nel copione e spiegargli che non potevamo allungare le scene per fargli dire tutte le parole! Ma che grande soddisfazione quando, alla conferenza stampa dopo l’annuncio del Nobel, Dario andò con le bretellone rosse e la t-shirt con il volto del dottor Scarafoni: non ce l’aspettavamo, fu una stupenda pubblicità”.

Paolo Conte – Credits: Daniele Zedda

E poi Conte, autore della colonna sonora: “Ha prodotto ore e ore di musica, come fai a scegliere cosa mantenere o no di un lavoro di Paolo Conte? Gli chiesi un temino di 10 secondi per la scena in cui Francesco si addormenta sulla carrozza e sogna il trenino nel cielo, serviva qualcosa che sottolineasse la malinconia: mi ha scritto un meraviglioso intermezzo di un minuto e mezzo, poetico, profondo. E vuoi chiedere di tagliare a Paolo Conte? Non si chiede. Allora abbiamo costruito un pezzo di film che è il frutto di quella musica di Paolo Conte”.

L’incontro con D’Alò ha visto l’intervento anche di Carla Rezza Gianini, vedova di Giulio Gianini, grande maestro dell’animazione che insieme a Lele Luzzati realizzò piccoli capolavori, tra cui Il castello di carte (1962) tratto da una filastrocca di Rodari. “Giulio e Lele – racconta – si conobbero perché entrambi amanti dei burattini, Pulcinella divenne il loro compagno di avventure. Iniziarono nel 1962 con I paladini di Francia ovvero Il tradimento di Gano di Maganza, una storia buffa che rappresentò una grande innovazione. Vinsero ad Annecy ma andavano ancora a tentoni. La strada definitiva la trovarono con La gazza ladra, nel 1964, e in mezzo c’è Il castello di carte“.

“Il loro – continua Rezza – era un lavoro mostruoso, con le cineprese verticali costruite in casa, tecnologico ma anche modesto: a Porta Portese Giulio comprava le batterie dei carriarmati e i motorini per le lavatrici. Fellini amò tantissimo il loro Pulcinella, con cui furono candidati all’Oscar nel 1975. Rodari, Giulio e Lele riuscivano a essere anche bambini”. E conclude D’Alò: “Per queste figure non si sente la necessità della commemorazione: non sono morte, porteranno avanti le cose che hanno fatto fino nel nostro immaginario fino all’infinito”.

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