Alle origini dell’uomo

"Incoraggiante fare un film autobiografico seguendo l'autobiografia di Albert Camus", dice Gianni Amelio. Che porta in sala il romanzo postumo del grande scrittore, "rifiutato dal Festival di Venezia"
16 Aprile 2012
Alle origini dell’uomo

“Sono stato scelto per il mio passato. E’ probabile ci sia coincidenza tra le due vite, ad iniziare da un’infanzia povera. E dal fatto che anche io sono stato allevato da mia madre e da una nonna molto energica. Ma non bastano le coincidenze: diciamo che in un certo senso è stato incoraggiante fare un film autobiografico seguendo l’autobiografia di un altro, un altro come Albert Camus”. Non smetterebbe mai di raccontare, Gianni Amelio, le incredibili e numerose affinità che legano la sua vita, il suo passato, con quello descritto dal grande filosofo, scrittore franco-algerino ne Il primo uomo, romanzo incompiuto pubblicato postumo nel 1994, portato ora sullo schermo dal regista de Il ladro di bambini e Lamerica.
Coproduzione Francia/Italia/Algeria (Cattleya e Rai Cinema per l’Italia), Il primo uomo – interpretato da Jacques Gamblin (è l’alter ego di Camus), da Nino Jouglet (il protagonista da bambino), da Maya Sansa (la madre da giovane) e Catherine Sola (la madre anziana) – sarà nelle sale italiane dal 20 aprile, distribuito da 01 in cerca 70 copie, mentre in Francia uscirà probabilmente in ottobre: “Dicono che questa non sia la stagione adatta per le uscite – spiega Amelio – anche se qualche sospetto sul fatto che lì venga considerato un film pro algerini mi sta venendo. Fino ad oggi nessun giornalista francese ha mai parlato del film, neanche dopo il premio della critica ricevuto al festival di Toronto: eppure dopo 50 anni dalla guerra franco-algerina credevo che la ferita si fosse rimarginata”. Anche se, e lo stesso Gianni Amelio tiene a precisarlo, Il primo uomo non è un film sulla guerra d’Algeria, né tantomeno un film a tesi: “La battaglia di Algeri di Pontecorvo era un film fatto a caldo, che il governo algerino volle subito dopo il conflitto per celebrare giustamente la vittoria – dice ancora il regista -. Il mio non è un film sulla guerra d’Algeria ma su qualsiasi tipo di guerra che può dividere le etnie: ho cercato di attualizzare quel conflitto, non solo nel Maghreb, ma in qualunque parte del mondo dove due, tre, quattro etnie sono chiamate a convivere nello stesso territorio. Il primo uomo, come hanno scritto anche due giornalisti algerini, è un film che finalmente storicizza le due differenti posizioni, quella di Camus (‘sì alla rivoluzione, no al terrorismo’, ndr) e quella del maestro Bernard (‘qualche volta, tra i romani e i barbari, è giusto stare dalla parte dei barbari’, ndr), che vuole la violenza quale unica arma per ribellarsi al giogo della violenza colonialista”.
Fondamentalmente, però, il film di Amelio è – come il romanzo da cui parte – il viaggio a ritroso di un uomo che, nel desiderio di ritrovare il ricordo del padre morto nella prima guerra mondiale, torna in Algeria per incontrare chi l’aveva conosciuto. E per farlo, ripercorre parte della propria vita: l’infanzia povera, le amicizie, le tradizioni, dalle quali emerge appunto la figura di un uomo ideale, puro. “Il primo uomo chi è, in fondo? Siamo tutti noi”, dice il regista, che ancora una volta si fa paladino di un “cinema che trovi nello spettatore un complice”: “Quando faccio un film, non mi metto con il bilancino a calcolare questo o quello. I film si fanno con la pancia, dopo che si è pensato molto a che tipo di film fare: sono profondamente contrario ai racconti a tesi, realizzati con lo scopo di spiegare qualcosa”.
Contraddistinto da numerose traversie produttive e da altrettanti “misteri” legati alla promozione (“Il festival di Venezia non l’ha più voluto dopo averlo inizialmente selezionato”, rivela Amelio), il film arriva sugli schermi dopo il nulla osta di Catherine Camus, figlia dello scrittore: “Aveva un contratto di ferro – svela il regista -, addirittura avrebbe potuto far scomparire il titolo e qualsiasi riferimento al padre se il film non le fosse piaciuto. Ha sorvegliato costantemente lo sviluppo della sceneggiatura, seguendo ogni passo del mio lavoro: quello che le stava a cuore non erano eventuali errori di natura politica o mistificazioni sulla figura pubblica di suo padre, era invece fortemente concentrata sull’aspetto familiare, privato. Era terrorizzata potesse venir fuori un ritratto convenzionale del padre, come nella recente fiction francese (Camus, ndr), dove non faceva altro che fumare e fare l’amore”.

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