Al Pacino uno e bino

Il Divo oggi in Mostra con The Humbling e Manglehorn: "Depressione? Un termine che non mi appartiene"
30 Agosto 2014
Al Pacino uno e bino

“Ancora la mia carriera non sta atterrando: non so se è una giusta metafora, ma m’è venuta così”. Parola di Al Pacino, divo uno e bino del sabato della Mostra di Venezia, dove ha in cartellone The Humbling fuori concorso e Manglehorn in lizza per il Leone. Dal romanzo omonimo di Philip Roth (L’umiliazione, 2009), regia di Barry Levinson, Pacino in The Humbling interpreta un famoso attore di teatro, Simon Axler, che cade in depressione, tenta il suicidio, perde il dono della recitazione, ma, forse, ritrova la gioia di vivere con una lesbica (Greta Gerwig) molto più giovane di lui… “Il mio Simon è una persona che ha similitudini con tutti noi, un uomo che sente di aver perso tante opportunità, che sta invecchiando: gli anni passano e i sentimenti per il lavoro stanno svanendo, cerca di compensare e diventa una persona confusa, scivola in panico da depressione che si esprime sul suo lavoro”. Ma – prosegue Pacino – “il logorio dell’essere umano fa parte di quel che facciamo, dal punto di vista intellettuale ed emotivo ci si logora attraverso la ripetizione della stessa vita. Drammi, droghe, successo, insuccesso, la vita diventa un peso che tutti portiamo”. Particolare, poi, quella degli attori: “Li immaginiamo sempre glamour, brillanti, ma non è così”. Ma che registro ha The Humbling? “C’è comicità, humour, all’inizio del film Simon bacia sia la maschera tragica che quella comica: è insieme tragedia e commedia”.

Ovviamente, nell’affollata conferenza stampa fioccano le domande personali, imperversa il gioco di specchi tra finzione e realtà, ma Pacino non si scompone: “Abbandonare la recitazione? Ci ho pensato anche questa mattina, poi vi ho visto e mi sono detto… meglio che continui!”. Rimpianti? “Non so se ne ho, sono una persona estremamente fortunata: penso da dove sono venuto, ho avuto problemi da giovane, superato difficoltà, e trovato nella vita qualcosa che voglio davvero fare…”. Ma non è che Pacino sia o sia stato depresso come il suo Simon? “Posso esserlo, ma non ne sono consapevole. Depresso è un termine così sinistro, forse lo sono, ma ora ci penserò, ci rifletto”. Comunque, non si direbbe, e l’attore spiega perché: “Ho tre figli, che sono fonte di illuminazione per me, come gli amici, i colleghi: tutto questo ha contribuito ad alimentare il fantastico viaggio che ho percorso finora”.
Viceversa, quello di Robin Williams s’è tragicamente arrestato, e Barry Levinson, che diresse l’attore in Good Morning, Vietnam, Toys e L’uomo dell’anno: “Era sensibile, intelligente, brillante in modo straordinario, comico in modo non definibile: le cose uscivano dalla sua mente”.

Tornando al Pacino Day, invece, in Manglehorn di David Gordon Green (regista di nuovo in Concorso al Lido ad un anno di distanza da Joe) l’attore interpreta un ferramenta solitario, che condivide un piccolo appartamento con la gattina Fannye. L’uomo ha un figlio che frequenta di rado, ma non perde occasione per trascorrere un po’ di tempo con l’adorata nipotina. Ogni settimana, poi, deposita denaro allo sportello della simpatica Dawn (Holly Hunter), donna con cui potrebbe nascere una tenera amicizia. Ma il mondo che Manglehorn si è creato intorno a sé sembra non riesca a garantirgli evoluzioni: bloccato nel ricordo dell’amata Clara, donna perduta chissà quanti anni fa, l’uomo rischia di perdersi a sua volta per sempre. “E’ un personaggio che trattiene in sé un grande potenziale – spiega Al Pacino -: cerca di connettersi con gli altri ma non riesce a smettere di pensare al passato, alla donna perduta, al suo amore. E per ricominciare a vivere pienamente deve alla fine lasciarla andare”.

Come in The Humbling, anche qui si affronta il tema della vecchiaia e della depressione: “Ci sono molti livelli nella parola ‘depressione’. Qui si tratta di un uomo che lascia andare le cose, finendo per vivere in un ambiente molto chiuso”, spiega ancora l’attore, che osanna il lavoro del regista e dello sceneggiatore, Paul Loga: “La cosa che mi ha convinto di più della sceneggiatura – aggiunge Pacino – è che nel corso della storia si accettino con naturalezza situazioni insolite, come il momento in cui senza nessun preavviso entra quell’uomo dentro l’ufficio ed inizia a cantare”.
Ennesima sterzata nella sua filmografia, Manglehorn “è stato di fatto costruito su Al Pacino”, racconta David Gordon Green, che spiega: “Quando l’ho incontrato per la prima volta, ho subito rivisto in lui alcuni tratti dei tanti personaggi portati sullo schermo, penso soprattutto a quello de Lo spaventapasseri. Quello che volevo era poter sfruttare al massimo i suoi gesti naturali, quegli aspetti che ancora oggi lo rendono unico”.

Unico, come ancora oggi lo è l’Actors Studio: “La cosa sorprendente è che mantiene vivo quello spirito di sperimentazione che ne caratterizzò la nascita ormai tantissimi anni fa. Un posto dove gli attori possono continuare a sperimentare il loro talento”, dice Pacino, che ricorda: “Era tutto gratis, addirittura le scarpe ci regalavano. Insieme alla James Dean Foundation, che dava anche un alloggio agli attori che non potevano permettersi un affitto, si esaltava la massima di Tennessee Williams, ovvero che dipendiamo dalla generosità degli altri”. E Hollywood? “Su Hollywood non so molto, visto che non ho mai avuto molto a che fare con gli studios. Molto prima che io diventassi un attore ci furono grandi persone che diedero vita ad Hollywood, e al tempo sembrava una realtà meno chiusa. C’era uno scambio di idee, spirito che mi sembra oggi si sia un po’ perso. Semplicemente perché le cose cambiano, ci sono persone diverse. Che fanno comunque ottimi film…”.

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