Addio Manfredi

L'attore è morto all'età di 83 anni. Con lui se ne va l'ultimo moschettiere della commedia all'italiana
3 Giugno 2004
Addio Manfredi
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Nino Manfredi è morto. Dopo l’addio a Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e a un anno e mezzo dalla scomparsa di Alberto Sordi, se n’è andato anche l’ultimo dei quattro “moschettieri” della commedia all’italiana degli anni ’60. Da mesi l’attore era ammalato ed era stato a lungo ricoverato in rianimazione all’ospedale Santo Spirito di Roma a causa di un’emorragia celebrale. Si è spento questa mattina alle 9 al Regina Margherita (nello stesso giorno della scomparsa di Massimo Troisi dieci anni), aveva 83 anni ed era nato nel 1921 un anno dopo l’amico Albertone, “un grande compagno di vita” come lo definì lo stesso Manfredi nel giorno della sua morte, il 25 febbraio del 2003. “Ora sono rimasto solo io – disse in quell’occasione – lui era nato il ’20, io il ’21. C’ho poco da campà”. Poi, rivolgendosi direttamente all’amico scomparso: “Albé tu per quello che hai fatto sei andato in Paradiso, lascia un posto anche per me così continuiamo a scherzare, altrimenti mi annoio”. In 54 anni di carriera aveva recitato in oltre 110 film diretto da Vittorio De Sica, Ettore Scola, Mario Monicelli, Nanni Loy, Alessandro Blasetti, Antonio Pietrangeli, Luigi Zampa, Dino Risi e Luigi Magni. Sul set era l’italiano scaltro ma non calcolatore, allegro ma non spensierato, nella vita privata era un uomo schivo, dal carattere difficile, dal temperamento forte e, soprattutto, un uomo profondamente innamorato della propria famiglia, attaccato alle proprie radici contadine, con una grande fede religiosa. Era nato il 22 marzo del 1921 a Castro del Volsci (Frosinone). Dopo essersi laureato in Giurisprudenza per compiacere i genitori, aveva frequentato a Roma l’Accademia d’Arte Drammatica. Mosse i suoi primi passi da attore sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano interpretando Shakespeare, Goldoni e Pirandello, ma il meglio di sé lo diede, almeno inizialmente, alla radio dove,  grazie al suo gergo ciociaro-romanesco, emerse la vena umoristica e la simpatia che caratterizzarono in seguito tutti i suoi personaggi cinematografici. Saturnino Manfredi, detto Nino, debuttò sul grande schermo nel ’49 con il film Torna a Napoli di Domenico Gambino e alla sua carriera di attore si è  dedicato fino all’ultimo istante, dividendosi, tra teatro, cinema e televisione. L’anno scorso la Mostra del Cinema di  Venezia gli ha reso omaggio con la proiezione di La fine di un mistero, film diretto da Miguel Hermoso e vincitore del recente festival di Mosca, nel quale Manfredi ha interpretato il leggendario poeta rivoluzionario spagnolo Federico Garcia Lorca. E proprio al Lido la moglie Erminia ha ritirato il premio Pietro Bianchi 2003 del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (Sngci). Non sfondò subito. Raggiunse la popolarità solo alla fine degli anni Cinquanta interpretando ruoli nei quali si specchiava l’Italia del boom economico: dal dongiovanni di paese in Tempo di Villeggiatura (1956) al gangster dilettante di Susanna tutta Panna (1957) all’aspirante ladro di Guardia, Ladro e Cameriera (1958). Ma fu con L’impiegato di Puccini (1959) che emersero le sue reali doti d’interpretazione e di sensibilità esaltate nel corso degli anni Sessanta in film come L’audace colpo dei soliti ignoti (1959) di Loy, A cavallo della tigre di Luigi Comencini (1961), Giudizio Universale (1961) di De Sica, Anni ruggenti di Luigi Zampa (1962), Questa volta parliamo di uomini di Lina Wertmüller (1965), Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, con Stefania Sandrelli (1965), Vedo nudo di Risi (1969). “Manfredi ricreava quel personaggio in ogni sua sfaccettatura – ha scritto Gian Luigi Rondi nel suo libro Il lungo viaggio – accettando la commedia, accettando addirittura la sua caricatura. Ma ancora una volta mettendo in evidenza malinconie, complessi, oppressioni: con una sapienza straordinaria”. Nello stesso periodo compì con successo il grande salto dietro la macchia da presa dirigendo l’episodio L’avventura di un soldato di L’amore difficile, al quale fece seguito, nel ’70, Per grazia ricevuta con il quale vinse a Cannes il premio per la migliore opera prima. Memorabili alcuni suoi personaggi di quegli anni: l’innocente perseguitato in Girolimoni il Mostro di Roma (1972) di Damiano Damiani, lo sprovveduto emigrante italiano in Svizzera in Pane e Cioccolata (1974) di Brusati,  l’ex partigiano di C’eravamo tanto amati di Scola, il borghese di Il giocattolo (1979) di Giuliano Montaldo, il venditore abusivo di Café Express di Nanni Loy, con il quale ottenne il suo quinto Nastro d’Argento, dopo quelli vinti nel ’66 con il film della Wertmüller, nel ’69 con Nell’anno del Signore di Magni, nel ’72 con Per grazia ricevuta e nel ’77 con l’interpretazione di In nome del Papa Re sempre di Magni. In televisione spaziò dal varietà del sabato sera, come “Canzonissima 1960”, ai grandi sceneggiati come Pinocchio (1971) di Comencini, nel quale interpretò il commovente ruolo di Geppetto. Nel ’75 fu anche testimonial di un carosello diretto da Scola per la campagna referendaria sul divorzio e per molti anni fu il volto della campagna pubblicitaria del caffè Lavazza (“Più lo mandi giù e più ti tira sù”). E al piccolo schermo ha legato la sua carriera negli ultimi anni diretto anche dal figlio Luca. Manfredi lascia la moglie Erminia e tre figli, Roberta produttrice, sposata ad Alberto Simone, Luca che fa il regista e ha sposato l’attrice Nancy Brilli, e Giovanna che si occupa di moda.

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