Addio Giovanni Paolo II

Il Papa muore a 84 anni. E lascia un vuoto incolmabile, anche nel mondo del cinema
2 Aprile 2005
Addio Giovanni Paolo II

Ventisei anni e mezzo di pontificato: muore ad ottantaquattro anni Giovanni Paolo II. Un vuoto incolmabile anche per il mondo del cinema, al quale, fin dalla sua elezione, ha riconosciuto il giusto valore di vera e propria arte, considerandolo inoltre uno strumento insostituibile di evangelizzazione per il Terzo Millennio. Un dialogo sempre aperto, vivo e sincero. “Perché il Papa – ha affermato Liliana Cavani – non chiede agli artisti di far finta di essere buoni, per raccontare dei film buoni, ma di essere se stessi. E questo è straordinario”. E’ stata sicuramente se stessa Nicoletta Braschi, davanti alla carismatica figura del Papa.  Era davanti a lui, sorridente come non mai. Insieme a molti altri attori, registi e produttori ricevuti in occasione di uno dei Convegni internazionali sul cinema organizzati dalla Rivista del Cinematografo dell’Ente dello Spettacolo. Emozionantissima, Nicoletta Braschi si sentiva in famiglia. Senza pensarci su, non prestò assolutamente attenzione alla mano e all’anello, si avvicinò, invece, alla guancia del Pontefice e la baciò. Con quella spontaneità commista a devozione tipica dell’attrice che sente di avere trovato una guida non tanto per il prossimo set, quanto per la vita, per infondere sicurezza e speranza nel turbinio e nelle difficoltà di un’esistenza. E lui, non si stupì di quel bacio che rompeva il protocollo ufficiale. Davvero Giovanni Paolo II è stato un punto di riferimento anche per il mondo del cinema. Che lo amasse, già si sapeva dalle cronache della gioventù. Che lo seguisse, compatibilmente con l’impegno di Pastore Universale della Chiesa, non era mistero. Non tanto per una finalità ludica, quanto culturale e di conoscenza più approfondita ed esaustiva dell’uomo. Nel 1986, prima di partire per il suo 29° viaggio apostolico internazionale e primo in India, aveva chiesto di vedere Gandhi, di Richard Attenborough, girato nel 1982. Non aveva esitato nell’accettare l’invito del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali di recarsi nella sala di proiezione all’interno di Palazzo San Carlo in Vaticano (il “cinema del Papa”, visitato con puntualità ogni anno, almeno fino all’insorgere della malattia) e di sedersi proprio vicino alla Braschi e al consorte, Roberto Benigni, per vedere La vita è bella (con il timore, raccontato da Mons. John P. Foley, presidente di quel Dicastero, che dopo il bacio di Nicoletta potesse essere Roberto ad infrangere ancor più l’etichetta saltando sulle ginocchia dell’illustre Spettatore). Lo sceneggiato televisivo Lourdes, prodotto dalla Lux-Vide, lo aveva sicuramente colpito, perché al cuore della sua spiritualità splende la profonda devozione mariana. Non poteva, poi, dimenticarsi del grande connazionale polacco, il regista Andrzej Wajda, gratificandolo con la presenza come spettatore per la proiezione, sempre in Vaticano, dell’ultima sua opera cinematografica. E scambiando, prima dello spegnersi delle luci in sala, quattro chiacchiere con lui. Krzysztof Zanussi, invece, era regolarmente invitato a pranzo, al terzo piano del Palazzo Apostolico, ogni qualvolta transitava per Roma. Quanti poi ne abbia visti, di lungometraggi, nel suo appartamento privato, non ci è dato sapere. Ma rimane un segno della sua curiosità intellettuale e della sua straordinaria apertura, anche per opere difficili e criticate, sebbene di contenuto religioso, l’aver accettato di vedere, con attenzione e senso critico, La Passione di Cristo di Mel Gibson. Al di là delle parole di troppo che occuparono i media in quei giorni, ricevette anche in udienza Jim Caviziel – l’attore che prestava il volto al Gesù sofferente e crocifisso –, senza gesti plateali e con naturalezza, spiegando così e condensando l’attitudine di Karol Wojtyla verso il mondo del cinema, definito come “la peculiare espressione artistica del Duemila”. Accoglienza, condivisione, sollecitudine, esortazione alla responsabilità di tutti “gli operatori del mondo del cinema affinché si sentano investiti del grande compito di promuovere un autentico umanesimo”. Da qui, l’invito rivolto a tutti i cristiani “ad essere con loro corresponsabili in questa vasta cooperazione artistica e professionale nella tutela e nella promozione dei veri valori dell’esistenza umana”. (19 novembre 1998). Fino a quando gli fu possibile, non lesinò mai di accogliere in Vaticano attori, artisti, critici, produttori, dirigenti e responsabili della politica culturale: Giuliano Montaldo, Alessandro D’Alatri, Claudio Bisio, Aroldo Tieri, Giuliana Lojodice, Tonino Guerra, Aleksandr Sokurov, Alberto Sordi, Giuseppe Piccioni, Roberto Faenza. E Lino Banfi, il “nonno d’Italia” che gli confidò di vivere una profonda emozione nel trovarsi al cospetto dell’unico “nonno del mondo”. Giovanni Paolo II era così: spontaneo, amava stare in mezzo anche a loro, li salutava uno ad uno, contraddicendo talvolta lo stesso rigido cerimoniale. Perché aveva perfettamente inteso che, con il cinema, si giocava parte dell’evangelizzazione di quel mondo complesso e globalizzato che lui stesso aveva visitato, come “padre” prima, come “nonno” poi. Ora siamo nel Duemila, lui ci ha fatto attraversare il fiume che divide i due primi millenni dell’era cristiana. Il cinema rimane l’arte settima che ha rinnovato il rapporto dello spettatore con l’immagine e molto deve – ce ne accorgeremo tra non molto – anche al rinnovato rapporto che un Papa “venuto da lontano”, ed ora a tutti indistintamente vicino, ha voluto instaurare con una macchina da presa, un obiettivo, uno schermo. Non dimentichiamolo: in giovane età Karol Wojtyla era stato anche un arguto scrittore di teatro ed un ottimo attore.  

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