A ciascuno il suo film

Il nuovo pubblico cinematografico? Riscrive le opere audiovisive a proprio piacimento. A Venezia presentato Open Cinema, una ricerca che ci spiega come e perché è cambiata la visione
3 Settembre 2010
A ciascuno il suo film

Non lo scopriamo oggi, il digitale è il punto di non ritorno del cinema: largo spazio agli effetti speciali, definitivo sdoganamento del 3D, abbattimento dei costi di produzione (adieu pellicola), tecnologia alla portata di tutti. Proprio questo è il punto. Il digitale è democratico. Sono anni che osservatori e studiosi esaltano le “tendenze progressiste” delle nuove apparecchiature di ripresa, che consentono a ogni videoamatore (vedi il caso Palin di Paranormal Activity) di farsi cineasta realizzando film senza ipotecare case e gioielli di famiglia. Ma la rivoluzione non è solo alla fonte: “Il digitale ha cambiato il modo di fruire il cinema. Ci sono oggi forme sofisticate di riscrittura del film che, una volta immesso nella rete, si trasforma in oggetto manipolabile, sorta di materia prima di cui l’audience si riappropria e rielabora a proprio piacimento”. A sostenerlo è Paolo Peverini, docente LUISS di “Semiotica dei media” e curatore, insieme a Emiliana De Blasio, dell’ottimo volume Open Cinema. Scenari di visione cinematografica negli anni ‘10, edito dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e presentato oggi a Venezia: “Open è un’etichetta che vuol dire tante cose – continua Peverini -. Il cinema è aperto perché ha allargato gli ambiti della produzione e della fruizione; è aperto perchè collaborativo, con il regista nel ruolo di un capoprogetto incaricato di coordinare il lavoro di diversi professionisti chiamati a sviluppare le parti del film autonomamente. E’ aperto perchè di rottura rispetto alle vecchie strategie di marketing: oggi la promozione non può non passare dalla rete e dai social network, Cloverfield insegna”.
Una definizione insomma con tutta una serie di incisi, trattati dal libro con rigore e approccio multidisciplinare: “Carotaggi li abbiamo chiamati – precisa Peverini – intendendo con questa espressione i vari focus che è possibile oggi aprire sulla questione cinema”. Nessuna valutazione di merito (“é un testo scientifico che assume la rivoluzione in atto come problema da studiare, affrontare. Nessun giudizio”), anche se all’industria “consiglierei di confrontarsi con il cambiamento piuttosto che rifiutarlo a priori”. Prendiamo le pratiche di rilettura ludica dei film di cui si diceva prima (il reworking audiovisivo conosce oggi possibilità illimitate: si va dall’intervento minimo – postare su youtube la scena cult di un film – a uno massimo – le pratiche di fansubbing, kinetic typography, remix, mash-up): esse finiscono per determinare un ritorno pubblicitario a favore dell’opera originaria, offrendo nuova visibilità a titoli del passato o che abbiano già esaurito il tradizionale iter di di mercato (sala e home video). “Le riscritture rappresentano spesso un grande serbatoio espressivo per l’industria – conferma Emiliana De Blasio, docente di “Media reserch” alla Luiss – Il downloading – come si evidenzia anche nella ricerca – non è semplice vampirizzazione di beni dell’immaginario: spesso esso prolunga la vita e la circolazione di prodotti destinati a rapida obsolescenza. Il fenomeno è più complesso di come viene raccontato: a parte le organizzazioni criminali che fanno guadagni sul downloading (altro discorso rispetto a quello che qui stiamo facendo), i cinefili che scaricano film alimentano un “buzz” sul cinema che crea attenzione e interesse, proprio per quei prodotti minori che altrimenti nessuno conoscerebbe. L’industria dovrebbe ragionare meno in termini “industriali” fordisti e più in termini “culturali”: ricordando che la cultura non è altra cosa dal mercato. Ma anche che un film non è un detersivo”.Se la creatività del pubblico può essere una risorsa pubblicitaria decisiva che il marketing moderno dovrebbe iniziare a sfruttare, il volume ne analizza anchde le ricadute teoriche, come la problematica sul diritto d’autore. Un impianto argomentativo ricco, supportato da esempi e applicazioni (si veda l’analisi che Peverini fa del “riuso” sul web de Il cavaliere oscuro), che ha il merito di unire rigore accademico e piacere per la lettura, trasversalità d’approccio e chiarezza discorsiva. Un contributo liminare e pionieristico che sposta i confini della saggistica sul cinema, intercettandone le fughe in avanti e le traiettore senza mappa del pubblico. Il viaggio è appena iniziato.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy