87 ore per la vita

Da oggi 23 novembre in sala, il nuovo, lancinante e necessario film di Costanza Quatriglio, su Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni
87 ore per la vita

“Quando il potere non ha nessuna relazione umana: 87 ore racconta un’altra banalità del male che si alimenta attraverso l’assuefazione e i comportamenti meccanici”.

Da oggi in sala con Cineama (ecco dove lo trovate: http://www.87ore.it/programmazione.html) e in onda il 28 dicembre in seconda serata su Rai Tre, 87 ore è il nuovo radicale, necessario e lancinante film di Costanza Quatriglio: inquadra l’agonia del maestro Francesco Mastrogiovanni, morto il 4 luglio 2009 dopo cinque giorni di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania in Cilento. Cinque giorni legato mani e piedi al letto, cinque giorni crocefisso nell’indifferenza di medici e infermieri, cinque giorni alla fine dell’umano.

Prodotto da Doc Lab, già in cartellone al festival Arcipelago di Roma, prende il titolo dalle ore registrate dalle nove videocamere di sorveglianza che documentano l’agonia del maestro elementare. I 75’ del film ne sono costituiti pressoché per intero: riprese dall’alto e a passo uno, sono le immagini dell’apocalisse. Apocalisse laica: la sostituzione della cura umana in sorveglianza meccanica, l’annichilimento dell’umanità nella frammentazione della responsabilità (medici e infermieri), la morte come esternalità negativa, e mera conseguenza, dell’affrancamento dall’umano.

Il processo di appello – in primo grado condannati i 6 medici, prosciolti i 12 infermieri – è ancora in corso, del caso si sono occupati tv (Mi manda RaiTre), stampa (L’Espresso, che aveva mandato in loop quelle 87 ore), ma per la Quatriglio “la sfida era far diventare il documento materia di narrazione. L’osservazione è la chiave, perché l’osservazione disumana delle camere di sorveglianza può solo filmare il disumano che c’è nel reparto.  Quello che accade appartiene alla logica dell’insensatezza, ma è legato al meccanismo di ciò che succede là dentro”.

Se per Luigi Manconi di A buon diritto, qui soggettista con Valentina Calderone, “la contenzione meccanica andrebbe abolita  – è uno strumento meccanico antiterapeutico e sostanzialmente disumano – e il TSO è spesso applicato come un mandato di cattura: essere matto è tornato a essere un capo di imputazione, una colpa”, quello della Quatriglio non è (solo) cinema performativo, impegno civile fatto immagini e suoni, documento fatto documentario, bensì, un riportare in vita, un riaffidare all’umano le immagini meccaniche e mute della morte, la candid camera dell’aberrazione. 87 ore dimostra che il cinema può ancora cambiare il mondo perché cambia le immagini, la loro titolarità, il loro status ontologico – e dunque filantropico. Perché alle camere di sorveglianza del CCTV 87 ore contrappone la cura fatta camera (e montaggio) della Quatriglio.

Osserva, la regista, come “Francesco Mastrogiovanni è stato prelevato dal mare e, diciamo così, ricondotto al mare, perché è morto per annegamento interno, con i polmoni riempiti d’acqua”, e questa circolarità incornicia “non la storia di mio zio, ma solo i suoi ultimi giorni: mio zio – dice Grazia Serra – era una persona molto riservata, e questo rende quelle 87 ore ancora più dolorose. Ma credeva nella libertà e amava gli ultimi, e penso sarebbe d’accordo anche lui: che tutti vedano, perché bisogna cambiare la realtà”.

La realtà di noi uomini e donne, la posizione di noi spettatori: dal “che cosa vede chi” del CCTV al “chi vede che cosa” di 87 ore, noi dove guardiamo? E che cosa – e chi – ci riguarda? Occhio per occhio e…?

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