24 ore con un kamikaze

"Ecco cosa spinge un giovane palestinese al suicidio" dice Hany Abu-Assad, regista di Paradise Now
12 Ottobre 2005
24 ore con un kamikaze

Un giorno nella mente e nella vita di due aspiranti kamikaze. Lo racconta Paradise Now, dramma diretto dal palestinese Hany Abu-Assad e candidato per una nomination all’Oscar come miglior film straniero. Già presentato in anteprima al festival di Berlino, Paradise Now arriverà nelle sale italiane, causa sciopero, il 15 ottobre distribuito dalla Lucky Red e con il patrocinio di Amnesty International. “Il mio non è un film politico – chiarisce subito il regista, autore in precedenza degli applauditi Nazareth 2000 e Rana’s Wedding -. Io faccio cinema e racconto delle storie, in questo caso quella di due giovani che decidono di sacrificare la loro vita per la causa palestinese. Anche la mia presenza agli Oscar è un modo per rappresentare la causa, perché la Palestina resta una causa, visto che non è ancora una nazione riconosciuta a livello internazionale”. Realizzato interamente con capitali europei (“avevamo chiesto anche finanziamenti israeliani, ma abbiamo dovuto farne a meno”) e tra mille difficoltà (“i soldati israeliani avevano circondato il set ed eravamo costantemente sotto controllo”), il film, “un thriller realistico” come lo definisce il suo autore, è ambientato nei Territori Occupati e segue la vicenda di Khaled (Ali Suliman) e Said (Kais Nashef): amici fin dall’infanzia, vengono reclutati come kamikaze per farsi esplodere il giorno dopo a Tel Aviv. Ma qualcosa non va come previsto, vengono sorpresi dai militari israeliani appena varcato il confine e sono costretti alla fuga. Khaled viene tratto in salvo dagli altri componenti del gruppo, mentre Said viene perso di vista. Rimasto solo, la bomba ancora attaccata al corpo, il giovane vaga per la città senza meta, costretto a fare i conti con la propria coscienza e con le motivazioni che lo hanno portato a compiere una simile scelta. “La mia posizione sulla questione è chiara – continua Abu-Assad – c’è uno Stato, Israele, che controlla i confini di un territorio sul quale convivono due differenti nazioni. Ad esso spetta il compito di vegliare sui cittadini di entrambe le parti nella stessa identica misura, ma questo non avviene e i palestinesi vengono trattati come dei nemici. Il nostro popolo vive sotto l’occupazione da 60 anni, ma gli israeliani non si assumono la responsabilità di aiutarci a crescere. Nonostante ciò il mio film non prende una posizione in merito. Quello che mi interessava era raccontare un conflitto interiore da diversi punti di vista, per instaurare un dialogo con il pubblico. Se così non fosse stato avrei diretto un film di propaganda”. Paradise Now “parla di come le scelte che compiamo – continua Abu-Assad – siano influenzate dall’ambiente che ci circonda e dalle circostanze. Quando queste circostanze diventano estreme allora lo diventano anche le nostre scelte. Quando le circostanze sono l’occupazione, l’umiliazione e la disperazione, il risultato può essere l’assassinio e il suicidio”. Il film è uscito finora soltanto in un cinema di Ramallah, ma nei prossimi giorni arriverà in tutti i territori palestinesi e a novembre anche a Gerusalemme e nel resto di Israele. “Oggi non c’è un reale interesse a risolvere il problema in modo giusto – conclude il regista -. La soluzione esiste: obbligare Israele a riconoscere alla Palestina uguali diritti e obblighi, ma invece non lo si fa, perché si vuole prima che il mio popolo faccia pubblica ammenda e riconosca di essere per primo colpevole”.

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