Mundruczó, in volo verso Jupiter’s Moon

"Non vuole essere un film sui rifugiati, ma sulla possibilità di un nuovo miracolo ai giorni nostri", dice il regista ungherese. In concorso a Cannes con il discusso film sull'immigrato che sapeva volare
Mundruczó, in volo verso Jupiter’s Moon
Mundruczó con i protagonisti di Jupiter's Moon - Foto Pietro Coccia

“Non volevo fare un film sui rifugiati, ma partire da questa situazione di crisi generale per riconsiderare la percezione di un’eventuale miracolo nei giorni nostri”. Kornél Mundruczó presenta così il suo Jupiter’s Moon, accolto in maniera non troppo entusiastica dagli addetti ai lavori, in concorso al Festival di Cannes.

Dove il regista ungherese ritorna, tre anni dopo la vittoria di Un Certain Regard con White God, con questo film incentrato sul giovane Aryan (Zsombor Jeger), immigrato siriano che passa illegalmente le frontiere dell’Ungheria. Colpito a morte da un poliziotto, il ragazzo non solo sopravvive ma scopre di poter levitare. E questa capacità viene subito sfruttata da un medico caduto in disgrazia, il dottor Stern (Merab Ninidze), per arricchirsi portando questo fenomeno “salvatore” ad esibirsi tra i suoi pazienti.

Jupiter’s Moon

“All’inizio il film doveva essere ambientato nel futuro – spiega ancora il regista – ma durante la lavorazione ci siamo ritrovati a dover affrontare un’opera diversa, legata al presente, anche se io per natura tendo ad evitare impostazioni ideologiche basate su quello che accade ai giorni nostri”.

Il titolo del film, come spiegato all’inizio da un’esaustiva didascalia, fa riferimento al quarto satellite di Giove, chiamato non a caso Europa, dove sembra ci possano essere forme di vita e condizioni “abitabili”.

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