Zona d'ombra

Concussion

USA - 2015
3/5
Zona d'ombra
Il dottor Bennet Omalu è il medico che con la sua scoperta ha fatto tremare una delle organizzazioni più potenti del mondo. Il neuropatologo, infatti, cercò in ogni modo di portare all'attenzione pubblica una sua importante scoperta: una malattia degenerativa del cervello che colpiva i giocatori di football vittime di ripetuti colpi subiti alla testa. Durante la sua ostinata ricerca, il medico tentò di smantellare lo status quo dell'ambiente sportivo che, per interessi politici ed economici, metteva consapevolmente a repentaglio la salute degli atleti. Un battaglia indimenticabile, tratta da una storia vera.
  • Altri titoli:
    Zona d'ombra - Una scomoda verità
  • Durata: 123'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, SPORTIVO
  • Tratto da: articolo "Game Brain" di Jeanne Marie Laskas apparso su "GQ" nel settembre 2009
  • Produzione: RIDLEY SCOTT, GIANNINA SCOTT, DAVID WOLTHOFF, LARRY SHUMAN, ELIZABETH CANTILLON PER SCOTT FREE, SHUMAN COMPANY, CARA FILMS, CANTILLON COMPANY
  • Distribuzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA (2016)
  • Data uscita 21 Aprile 2016

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Provate ad immaginare che nel giuoco del calcio si decida di vietare il colpo di testa. O che nella boxe non si possa colpire l’avversario dal collo in su. Ecco, nel 2002, in seguito alla tragica morte dell’ex giocatore di football americano Mike Webster (per tutti Iron Mike, leggendario centro dei Pittsburgh Steelers), c’è stato qualcuno che ha provato a far notare i pericoli letali di uno sport dove il trauma cranico è all’ordine dei minuti. Un neuropatologo nigeriano, Bennet Omalu (Will Smith), che fino a quel momento non aveva mai visto neanche una partita dell’NFL. E che, da quel momento, venne considerato dall’NFL stessa il nemico pubblico numero uno.

Dopo Parkland, Peter Landesman si concentra su un’altra storia vera, lì erano i giorni immediatamente successivi alla morte di JFK, qui tutto prende le mosse da “Game Brain”, articolo di Jeanne Marie Laskas pubblicato su GQ in cui si faceva luce sulla ricerca di Omalu, che dopo quello di Webster prese in esame il cervello di altri “cadaveri eccellenti”, tutte ex stelle NFL come Terry Long, Andre Waters e Dave Duerson, morti tragicamente in seguito alla malattia degenerativa che Omalu definì CTE (encefalopatia cronica traumatica), causa di amnesie, disorientamento, demenza, disartria e via discorrendo.

Il film, che Landesman dirige senza particolare originalità e senza servirsi di chissà quali stratagemmi, apre però un importante squarcio sull’annosa questione tra ciò che sarebbe giusto fare e ciò che sarebbe tremendamente impopolare, per non parlare degli interessi monstre che orbitano intorno ad un universo quale quello del football americano negli States. Ecco allora che la narrazione si fa via via più “spettacolare”, puntando sui risvolti thriller della vicenda (Omalu e la moglie che vedono minacce ovunque), senza però mai perdere di vista l’indubbia e assoluta integrità di un personaggio che, anche grazie all’interpretazione di un Will Smith piuttosto monocorde, sembra provenire da un altro pianeta. Effetto sicuramente voluto, per carità, ma che alla lunga rischia di sembrare posticcio.

CRITICA

"Tra ricatti e isolamento (...), parziali vittorie e tradimenti, composti secondo thriller sociale, è la faccia bastonata e insieme ostinata di Smith, piazzata spesso in primo piano, a tenere in piedi la battaglia. E il film." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 23 aprile 2016)

"Molto interessante il tema, anche perché è una storia vera, meno il film che non evita le buche di retorica e stereotipi consunti dall'uso. (...) Storia vera denunciata da un articolo del 2009 che il regista Peter Landesman arieggia con spezzoni documentari senza evitare un finale di melensa retorica." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2016)

"Non nuovo all'intensa e patetica rappresentazione del dolore, Will Smith offre la propria fama all'interpretazione di Bennet Omalu. (...) Tema potente, esecuzione onesta e senza fronzoli." (Paolo D'Agostini , 'La Repubblica', 21 aprile 2016)

"Anche se non risulta appassionante, il film è onesto, il racconto equilibrato, i comprimari ben scelti; e un inedito Will Smith - riservato piuttosto che estroverso, affidabile piuttosto che scanzonato - conferma la sua presenza di attore e il suo carisma divistico." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 aprile 2016)

"Piacerà anche se non siete fans delle biografie edificanti (...). 'Zona d'ombra' è edificante sì e tutto rovesciato dalla parte di Bennet. Ma ha alcuni pregi non sempre riscontrabili nei biopic. Non è noioso (è importante) non è superficiale (la patologia è raccontata con esemplare scrupolo e chiarezza). È fazioso sì (il cattivo della situazione rimane sempre la League) ma non becero (se quelli della Lega hanno l'arroganza del potere, il copione non manca di simpatizzare con i tifosi che vedono il fatidico appuntamento settimanale messo in forse). Certo, 'Zona d'ombra' è ruffiano eccome. Se così non fosse, la sceneggiatura non avrebbe calcato il pedale dell'antirazzismo (l'eroe trova tutto più difficile a causa del colore della sua pelle). Se così non fosse, se gli autori tendevano alla story equidistante non avrebbero chiamato a fare Bennet il divo Will Smith che dalla prima inquadratura sembra evidentemente intenzionato a tirare ogni simpatia di spettatore dalla sua parte. Non rinunciando a nessuna occasione di gigioneria (quando ciabatta attorno al morto quasi pretendendo da lui una risposta). Particolare non trascurabile, 'Zona d'ombra' finisce per essere una buona lezione di civiltà. Esci dal cinema con la convinzione che quando la scienza entra in conflitto col business, è quasi sempre la prima ad avere ragione. Tranne quando la vedi accodarsi al business." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 aprile 2016)

"Un tema interessante sviluppato, però, in modo favolistico e retorico, con il solito paladino che lotta contro tutti per far trionfare il bene. Che noia. Peccato." Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 21 aprile 2016)

"Nobile prova di Will Smith, che ha fatto di meglio." ('L'Unità', 21 aprile 2016)

"(...) non è un film su un dottore geniale bensì un dramma assai cupo sulla reazione stupida, e molto violenta, che la NFL (National Football League) ebbe in relazione alla sua diagnosi, realmente effettuata nel lontano 2002. Il fascino della pellicola è nello stupore con cui un sincero fan dell'America viene a contatto con la faccia brutale degli Usa, legata a uno sport che non può permettersi, economicamente e non solo, di accettare gli studi di questo presuntuoso 'dottorino' africano. (...) Buon film, bella prova del divo 47enne (troppo pedante il suo medico per ottenere anche solo una nomination?) e meritato ingresso di 'Zona d'ombra' nella hall of fame dei titoli hollywoodiani di denuncia (...)." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 18 aprile 2016)
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