Noi

Us

USA - 2019
4,5/5
Noi
Adelaide Wilson torna nella sua casa d'infanzia sul mare con il marito Gabe e i due figli per un'idilliaca vacanza estiva. Tormentata da un trauma irrisolto del suo passato e sconvolta da una serie di inquietanti coincidenze, Adelaide sente crescere e materializzarsi la sua ossessione e capisce che qualcosa di brutto sta per accadere alla sua famiglia. Dopo un'intensa giornata trascorsa in spiaggia con i loro amici, i Tyler, Adelaide e la sua famiglia tornano a casa. Quando cala l'oscurità però, i Wilson vedono sul vialetto di casa la sagoma di quattro figure che si tengono per mano: i sosia di ciascuno di loro...
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, HORROR, THRILLER
  • Produzione: JASON BLUM, IAN COOPER, SEAN MCKITTRICK, JORDAN PEELE PER MONKEYPAW PRODUCTIONS
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES
  • Vietato 14
  • Data uscita 4 Aprile 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
1986. Sul piccolo schermo passa lo spot-propaganda di “Hands Across America”, finito il quale scorgiamo il (primo) riflesso della piccola Adelaide. La stessa sera, al Luna Park della spiaggia di Santa Cruz, la bambina sfugge al controllo dei genitori, entra nella casa degli specchi (“trova la visione”…) e si imbatte in un’altra da sé, che la attende di nuca.

Giorni nostri. Adelaide (Lupita Nyong'o) è cresciuta, con il marito (Winston Duke) e i due figli Zora (Shahadi Wright Joseph) e Jason (Evan Alex) torna nella sua casa d'infanzia al mare per trascorrere una vacanza. Controvoglia passa la prima giornata in spiaggia (la stessa spiaggia di allora…) in compagnia della famiglia e dei Tyler (amici viziati e boriosi, interpretati da Elisabeth Moss e Tim Heidecker), ma una serie di coincidenze la riporta con la mente a quel trauma infantile.

Adelaide e la sua famiglia tornano a casa. Quando cala l'oscurità però, i Wilson vedono sul vialetto di casa la sagoma di quattro figure che si tengono per mano: i sosia di ciascuno di loro...

US. Noi.
U.S. United States.

“Ma voi cosa siete?”.
- “Siamo americani”.




Get Out l’aveva suggerito, questo film lo conferma con una potenza assoluta: l’horror politico ha trovato finalmente il suo nuovo cantore.

Jordan Peele (premiato con l’Oscar alla sceneggiatura per il film precedente) si mette sulla scia dei vari Romero (La notte dei morti viventi) e Carpenter (Essi vivono), non ignora la lezione di Kubrick (Shining) e aggiorna con lucidità cristallina e coerenza spaventosa un (sotto)genere che per troppi anni è mancato all’appuntamento con la storia.

Dissemina di indizi e riferimenti la narrazione di superficie (l’epigrafe iniziale sulle migliaia di chilometri di tunnel sotterranei che attraversano gli States, la maglietta di Thriller, il guanto di pelle su una sola mano, l’accendino che non si accende mai, la scatola di Indovina chi? nello stanzino, le catene umane…), gioca con i Luniz (e l'immortale I got 5 on it, traccia la cui distorsione progressiva diventa epicentro di un lavoro sul montaggio sonoro eccezionale) ma è nel/dal sottosuolo che costruisce con perfezione unica le geometrie di un incubo dal quale sarà impossibile fuggire.

Ci illude – divertendosi, divertendoci (non mancano i soliti inserti ironici, affidati per lo più alla caratterizzazione del capofamiglia, un Winston Duke irresistibile asshole) – che l’apparato orrorifico sia da ritrovare in una mera proiezione individuale/familiare di doppelgänger riemersi da un episodio del passato e che il tutto si risolva attraverso le dinamiche di un efferato home-invasion movie.




Ma in realtà è proprio in quel rimosso, in quel vuoto riempito da un processo di normalizzazione che dal 1986 sembra colmare questo trentennio che Peele individua il nostro peggior nemico: noi stessi.

Nulla è casuale, a partire da quel 25 maggio 1986, quando circa sei milioni e mezzo di americani unirono le loro mani (“Hands Across America”) formando una catena umana che attraversò gran parte del paese, toccando le principali città della nazione.

Evento che coinvolse anche l’allora presidente Reagan, ideato per supportare le organizzazioni benefiche americane, con il quale vennero raccolti qualcosa come 35 milioni di dollari. Peccato però che ai bisognosi furono ridistribuiti solamente 15 milioni…

“Si dice che provengano dalle fogne”, spiega la voce fuori campo di un’intervistata quando racconta di quest’anomala invasione da parte di un’indefinita massa di persone, vestite di rosso e armate di forbici affilate…

Migliaia di chilometri di tunnel sotterranei (come non pensare anche alla “Underground Railroad”?), è nel sottosuolo che gli altri (da) noi hanno replicato ogni nostro movimento, azione, sopravvivendo con i nostri scarti, freddi e insapore, meccanicità di un’esistenza riflessa che attende solo il compimento di una profezia (Jeremiah 11:11, “Perciò, così parla l’Eterno: Ecco, io faccio venir su loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò”) per (ri)appropriarsi di ciò che gli è sempre appartenuto.

Incapaci di esprimersi (grugniscono), capeggiati da Red (“l’altra” Lupita Nyong'o, performance indimenticabile la sua), l’unica – guarda caso – in grado di parlare, seppur con una voce lugubre, aspirata e metallica.

Ritornare lì dove tutto è iniziato, non più per cercare “la visione” ma per “trovare te stessa”. I cicli dell’esistenza, il riciclo di un’intera nazione. Mai come stavolta messa di fronte ad uno specchio-riflesso allucinante e predittivo. Inquietante.




Un film destinato a rimanere. Perché è già parte di noi. In fondo, lo è sempre stato.

CRITICA

"Proveniente dalla tv, Jordan Peele, nato a New York da padre di colore e madre bianca, è entrato di prepotenza nell' immaginario del pubblico e della critica con 'Scappa - Get out', thriller a sfondo politico che (cosa singolare per il genere) è stato nominato ai maggiori Oscar del 2018 vincendo quello per la miglior sceneggiatura originale. Chi fa un exploit di tale portata al primo film, poi è atteso al varco sia dagli estimatori sia dai detrattori. Ebbene, la sua opera seconda da regista si è rivelata un completo successo: non solo lo scorso weekend Noi ha fatto il miglior boxoffice di sempre (70 milioni di dollari) negli Usa per un horror originale; ma ha alzato addirittura la barra rispetto al precedente, del quale è ancor più padroneggiato e dosato, meglio montato e musicato. (...)Tra i temi portanti della psicanalisi (e poi del cinema), quello del Doppelgänger, il "doppio" malefico che minaccia gli umani, è uno dei più spaventosi. Sigmund Freud gli dedicò un intero libro, Il perturbante, definendolo come un sentimento di "infamiliarità del familiare": allorché la creatura più amata e innocente (un bambino, un parente) ti appare improvvisamente estranea e macabra, se non ostile e minacciosa. Adottando un soggetto che è una miniera per l' inconscio, Peele rende meno esplicita la nota politica di Get out, che era una parabola sul razzismo (e tuttavia il prologo, collocato nel 1986, rende esplicito l' inizio della divaricazione tra benestanti e dannati della terra); però prende di petto un tema universale, complesso da far tremare i polsi. Che cosa conosciamo davvero di chi ci è vicino? Qual è il confine tra amore e paura dell' altro? Il talento di Peele consiste nel far scivolare la situazione dal reale quotidiano al fantastico, caricando le scene di un senso di inquietudine crescente senza ricorrere - ecco il "perturbante" - a jumpscare (i "salti di paura") o altri trucchetti del genere. E, soprattutto, avendo ben cura di non fornire spiegazioni. Con lui, il riscatto del film di paura da genere minore è cosa fatta. E del resto, non era un horror anche Shining del maestro Kubrick, che Jordan sembra conoscere molto bene?" (Roberto Nepoti, 'La repubblica'. 4 aprile 2019)

"(...) Cosa fa un buon horror se non evocare gli incubi e le paure profonde che albergano nell'immaginario individuale e collettivo? Occhio dunque all'anno in cui si svolge il prologo di 'Us', perché il 1986 è la data di Hands Across America, quando si formò una catena di oltre 6 milioni di persone (parecchi i nomi noti) unite per mano al fine di raccogliere fondi destinati all'Africa povera. Nell'atto conclusivo della pellicola il regista sceneggiatore di colore Jordan Peele ricostruisce l'immagine dello spettacolare evento, ma «a schiaffo»: solo per suggerire che gli americani, bianchi o neri poco importa, non potranno continuare a ignorare la piaga di un malessere sociale letteralmente (si vedrà) pronto a esplodere sotto i loro piedi. Nel riuscito 'Get Out', Peele indicava il mostro interiore del razzismo come virus latente dell'élite wasp; in 'Us' la metafora è meno lineare, e nella parte centrale il film tende a impigliarsi nella ragnatela dei falsi indizi e di un intricato gioco citazionistico che va dal cinema alla Bibbia. E tuttavia la tensione resta tesa; e, nelle scene iniziali e finali, l'ambiguo spessore delle immagini conferma l'abilità di Peele a lavorare sui parametri classici del genere, ribaltandone il senso e lasciandone emergere la pregnanza simbolica." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 aprile 2019)

"(...) Piacerà eccome. Jordan Peele conferma il suo talento anche se non rimane alle altezze di 'Scappa-Get Out'. Che era un horror, ma con un'inaspettata marcia in più. Tra le pieghe del terrore Peele insinuava l'idea che la segregazione razziale in Usa continuava, anche se aveva mutato pelle (i liberal bianchi che votavano Obama non schiavizzavano più i corpi dei neri, ma i loro ormoni sì). Qui Peele vola più basso. Non troppo basso, comunque. La storia gli serve per rivoltare la credenza comune che per tirare avanti devi venire a patti col tuo lato oscuro. Qui niente patti. Il doppio oscuro è un nemico e se vuoi sopravvivere devi ammazzarlo. Qualche ammiratore della prima ora di Peele troverà certo da ridire sul fatto che per raccontare il conflitto (e l'origine) dei doppelganger, Jordan è ricorso ai moduli narrativi del filone zombico. Ma attenzione la sua personale Alba dei morti viventi innesca una tensione fortissima e mette le premesse per il colpissimo di scena finale, quando nel conflitto tra Adelaide e Red si rivoltano di botto le carte." (Giorgio Carbone, 'Libero', 4 aprile 2019)
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