Cocaine - La vera storia di White Boy Rick

White Boy Rick

USA - 2018
3/5
Cocaine - La vera storia di White Boy Rick
A metà degli Anni Ottanta un quattordicenne diventa un informatore sotto copertura per la polizia locale e per i federali. In seguito soprannominato "White Boy Rick", il ragazzo si affermò come spacciatore di alto rilievo. I federali posero fine alla sua doppia vita quando, qualche anno dopo, venne trovato con 8 kg di cocaina. Passò il resto della sua vita in prigione.
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: DARREN ARONOFSKY, SCOTT FRANKLIN, JOHN LESHER, JEFF ROBINOV, JULIE YORN PER LBI PRODUCTIONS, PROTOZOA PICTURES, STUDIO 8, YALE PRODUCTIONS
  • Distribuzione: WARNER BROS ITALIA (2019); DVD, BLU-RAY E DIGITAL HD CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITALIA (2019)
  • Data uscita 7 Marzo 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane
Cocaine, cantava Eric Clapton nel 1977. If you wanna hang out you’ve got to take her out, cocaine (se vuoi sballarti devi procurartela, la cocaina). E il re dello “sballo” di zona a Detroit è l’imberbe “White Boy Rick”, all’anagrafe Richard Wershe Junior, un ragazzino di quindici anni sospeso tra le “paranze” nostrane e il mito di Scarface.

Il padre vende armi senza licenza, lui diventa il più giovane informatore di sempre dell’FBI. Ma presto si ritrova solo, in mezzo alla strada. Si trasforma in uno spacciatore di professione, finisce dietro le sbarre, e in qualche modo segna la storia del sistema giudiziario del Michigan.

Reagan negli anni Ottanta aveva dichiarato guerra alla droga, attaccava i criminali per avere risonanza mediatica, rilanciava l’immagine del Paese, alimentava il sogno americano. Ma per qualcuno non era così luminoso. Cocaine – La vera storia di White Boy Rick è ruvido, sporco, sorge dalla polvere delle periferie. Dove ci si improvvisa genitori dopo una notte al drive In, dove i bagliori di American Graffiti si erano ormai spenti per qualche dose in più.

Noir metropolitano, dalla regia nervosa, con la macchina da presa che si muove senza sosta, selvaggia nelle sequenze di camera a mano. Si respira un’atmosfera claustrofobica, di persone imprigionate nei propri vizi, di esistenze spezzate già nell’adolescenza. Detroit calibro 9. Aprire la porta e beccarsi una pallottola, sapendo che l’Ispettore Callaghan è un mito da grande schermo, e non combatte per te.

Cronaca rabbiosa di una discesa agli inferi, fino a quando anche lo Stato ti volta le spalle. Lampi crepuscolari, l’oscurità e il buio che avvolgono anime e case. Il regista Yann Demange richiama il suo ’71, epopea di un soldato inglese dimenticato dalla sua nazione sotto una pioggia di fuoco. Anche qui la platea viene proiettata dietro le linee nemiche, dove gli amici non si riconoscono, e i chili di cocaina trascinano verso l’oblio.


Demange ricostruisce un mondo di schermaglie, dove il primo luogo a non essere sicuro è la famiglia. La sorella di White Boy Rick non riesce a smettere di “farsi”, devono rinchiuderla nella sua stanza mentre è sconvolta dagli spasmi, come un novello Sinatra ne L’uomo dal braccio d’oro. Il suo carceriere/salvatore è un Matthew McConaughey scavato in viso, echi da Dallas Buyers Club. In Cocaine – La vera storia di White Boy Rick il suo obbiettivo sarebbe aprire una videoteca, dimenticare il grigiore della realtà, lasciarsi andare nella finzione.

Si trova ad espiare tutte le colpe vedendo suo figlio in prigione, si scopre nonno premuroso, piccolo malvivente dal cuore d’oro. In un universo senza redenzione, schiacciato dal peso dei rimpianti, illuminato dalle luci stroboscopiche dei locali notturni. Società al collasso, sbandierata ai telegiornali per far sentire i borghesi superiori. Qualche peccato veniale per un film solido, in cui l’età dell’innocenza non è mai stata più lontana.

CRITICA

"'Cocaine - La vera storia di White Boy Rick' non parla di Dick Cheney o Gary Hart, ma di un teenager proletario di Detroit (il bravo Richie Merritt).(..) è una «paranza» all'americana. (...) McConaughey è bravo non protagonista di un racconto non nuovo ma il regista francese Yann Demange ci mette la verità di osservazione nella tragedia metropolitana. (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 marzo 2019)

"(...) Andata e ritorno all'inferno. Detroit, anni Ottanta. Dal traffico di armi a quello di droga. Il Michigan è un serraglio nel quale il collaudato Matthew Mc Conaughey si trova a meraviglia nella parte del maledetto, quel Rick senior che impara a fare il padre strada facendo ma resta un delinquente vero, accanto a Bruce Dern che sembra rimasto lo stesso arzillo vecchietto ribelle ed energico di 'Nebraska' e a Jennifer Jason Leigh lontanissima dalla donna malmenata a ripetizione dai ceffi di Tarantino in 'The hateful eight'. Una felice scoperta in un cast tanto autorevole è l'esordio di Richie Merritt nei panni del ragazzino che, da confidente Fbi, finisce dietro le sbarre. Un film dalla sceneggiatura eccellente che non cade mai nella banalità perfino nelle scene più «rischiose». Una sorpresa perché il regista francese, Yann Demange, è al secondo lavoro al cinema dopo molte serie tv oltralpe. Dedicato ai molti montati di casa nostra."
(Stefano Giani, 'Il Giornale', 7 marzo 2019)

"(...) La cosa più interessante del film è lo sfondo urbano, con una città industriale in piena crisi e il mondo del white trash limitrofo ai ghetti neri; ma lo svolgimento è inevitabilmente tradizionale, simile a mille storie (più o meno vere) viste al cinema. La sceneggiatura punta molto sulle dinamiche da family drama tra padre, figlio e sorella, ed è aiutato dall'interpretazione del diciassettenne esordiente Richie Merritt, con un che di ingenuo ma anche di sinistro e respingente, mentre Matthew McConaughey, come ormai gli capita spesso, è sopra le righe." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 7 marzo 2019)

"Yann Demange è il regista di 'Dead Set', una miniserie del 2008 nella quale il reality stile Grande fratello s'ibridava con un'epidemia zombie. Una piccola cosa che aveva il merito soprattutto di non durare più del dovuto e di recuperare lo spirito della polemica romeriana. Sorpresa tanto maggiore, dunque, questo 'Cocaine - La vera storia di White Boy Rick', ispirato alla vera storia di Rick Wershe Jr., il più giovane infiltrato dell' Fbi.(...) Sorpresa vera perché il film , ambientato nella Detroit operaia dei primi anni Ottanta, devastata dalla crisi economica e all'apice dell'epidemia da crack, evoca un cinema oggi non più praticato negli Stati uniti. La fotografia livida di Tat Radcliffe, anche lui reduce da 'Dead Set', il montaggio preciso, non congestionato di Chris Wyatt sono chiaramente un omaggio non inerte alla lezione documentaria del cinema poliziesco urbano settantesco. La ricostruzione ambientale (i Blockbuster, la pista da ballo per pattini a rotelle, l'electro pre hip-hop, i dettagli dell'abbigliamento) lungi dall'essere esibita, risulta come strappata direttamente alla strada e alla sua memoria. (...) Sempre organica al racconto. L'attenzione alla luce, soprattutto in interni - creano un corrispettivo emotivo di grande efficacia. (...) Film in grado di evocare il genere solo costeggiandolo, 'White Boy Rick' è in realtà il racconto straziante di una famiglia che non riesce a essere tale. Non a caso il controcampo ai fallimenti di McConaughey è fornito da Bruce Dern e un'attentissima Piper Laurie a loro volta corpi di una generazione in fuga dai propri genitori. Ovviamente l'aura funeraria che avvolge la dipendenza da eroina deve qualcosa anche a 'Requiem for a Dream' di Darren Aronosfsky che figura fra i produttori. Il momento in cui McConaughey recupera sua figlia (l'ottima Bel Powley) dalla crack house evidenzia una pietà addirittura scorsesiana. Un film forte e dignitoso, 'White Boy Rick', politicamente giusto, in grado di restituirci il sapore del cinema degli ultimi Frankenheimer, dei migliori Harold Becker, la malinconia dell'ultimo Hal Ashby, senza mai peccare di citazionismo." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto'', 7 marzo 2019)
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