Wild

USA - 2014
4/5
Wild
USA, anni Novanta. Cheryl Strayed, convinta di aver perso tutto e decisa a ritrovare in qualche modo se stessa, senza adeguata preparazione e con un po' di incoscienza, si imbarca in una tanto difficile quanto straordinaria avventura: l'escursione in solitaria del Pacific Crest Trail, un percorso di più di 1.600 chilometri lungo la costa del Pacifico caratterizzato dall'alternanza di deserti rocciosi, montagne innevate e rigogliose foreste. Una sfida anche per gli escursionisti più esperti, che rappresenterà per Cheryl il modo per rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo la perdita della madre Bobbi, l'esperienza della tossicodipendenza e il divorzio dal marito Paul.
  • Altri titoli:
    A Walk in the Wilderness
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Tratto da: libro di memorie "Wild: From Lost To Found On The Pacific Crest Trail" di Cheryl Strayed
  • Produzione: REESE WITHERSPOON, BRUNA PAPANDREA, BILL POHLAD PER PACIFIC STANDARD
  • Distribuzione: TWENTIETH CENTURY FOX ITALY (2015)
  • Data uscita 2 Aprile 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Alessandro De Simone
La carriera di un attore può essere strana dopo un Oscar. Come quella di Reese Witherspoon, fidanzatina d’America dopo La rivincita delle bionde, vincitrice della statuetta per il ruolo della moglie di Johnny Cash in Walk the Line.
Da allora, film sbagliati e una vita privata burrascosa. Non è un caso, quindi, che Miss Witherspoon sia rimasta folgorata dalla storia di Cheryl Strayed, ragazza destinata a un brillante futuro che dopo un’infanzia travagliata viene travolta dall’improvvisa morte della madre. Seguirà una discesa agli inferi da cui cercherà di risalire con un lungo percorso, nel vero senso della parola, interiore e fisico. Quasi duemila miglia, per l’esattezza, sulla meravigliosa Pacific Trail Crest, dal confine con il Messico alla frontiera canadese.
Wild è la storia di questo viaggio, di cui si è innamorato per primo Nick Hornby che ha tratto la sceneggiatura dal libro biografico della Strayed e che ha poi trovato la dura Reese come compagna di viaggio. Diretto da Jean-Marc Vallèe, regista esperto nell’ammorbidire il cuore degli spettatori, senza dimenticare di scuoterli quando necessario, e specializzato nel regalare ruoli da Oscar (Matthew McConaughey e Jared Leto per Dallas Buyers Club), Wild va oltre il mero prodotto hollywoodiano. Il suo pregio è la sensibilità con cui è tratteggiato il rapporto madre-figlia, vero motore della storia, scritto con partecipazione da Hornby che definisce due figure tormentate senza farne cliché. La splendida madre Laura Dern è una donna che ha sofferto e che cerca una rivincita che non arriverà. La figlia Cheryl/Reese ha l’autodistruzione nel DNA e raccoglie l’eredità interrotta per salvarsi.
Più che un Into the Wild al femminile, viene in mente lo straordinario Stories We Tell di Sarah Polley, in cui la famiglia viene tratteggiata come entità misteriosa tanto quanto i rapporti che la tengono insieme.
Il viaggio, epico nell’accezione più classica del termine, parte da qui, un’Eneide in cui la protagonista porta la genitrice sulle spalle, non solo metaforicamente, fino alla meta finale, un luogo dello spirito da dove ricominciare. Non si tratta di una geniale intuizione narrativa: in fondo tutte le storie hanno radici lontane e si evolvono con le necessarie variazioni sul tema, ed è questa una formula che si può applicare alla vita stessa, che vale sempre la pena di essere raccontata, felice o dolorosa, noiosa o spericolata. La Witherspoon cammina, lo fa con dignità e soprattutto umiltà, qualità da tempo dimenticata, mette il film nel suo capiente zaino e non spreca la fatidica seconda occasione che prima o poi a tutti si presenta. Citando il Tom Hanks di Salvate il soldato Ryan, adesso se la deve meritare.

NOTE

- NICK HORNBY FIGURA ANCHE TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI.

- REESE WITHERSPOON E' STATA CANDIDATA AL GOLDEN GLOBE 2015 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2015 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (REESE WITHERSPOON) E NON PROTAGONISTA (LAURA DERN).

CRITICA

"Chi immagina un film imparentato con 'Into the Wild' non sta prendendo un abbaglio; anche se qui il personaggio centrale è di sesso femminile: come del resto accadeva nel recente 'Tracks - Attraverso il deserto'. Il tema, infatti, è quello del confronto tra essere umano e natura, inteso come ricerca identitaria e occasione di crescita. (...) A confronto con uno dei miti fondativi della cultura americana, l'incontro-scontro tra individuo e wilderness - il regista canadese adotta uno stile appropriato, alternando inquadrature su larga scala, dove la protagonista appare in campo lungo sullo sfondo di deserti e montagne, con piani ravvicinati del suo volto, come è abitudine del film psicologico. Pur trattandosi di cinema, a momenti si ha la percezione che una scena sia stata girata in condizioni assai vicine a esperienze autentiche. Ed è questa la parte migliore del film. Però, Vallée non sceglie la sobrietà, né lascia che le immagini «parlino» da sole. Forse preoccupato di annoiare, oltre a farcire la narrazione di aneddoti ed episodi (che ci stanno anche) ricorre alla voce narrante della protagonista e a una quantità di flashback sulle disavventure della sua vita che ti lasciano un senso di sazietà, se non d'indigestione. La distanza tra le immagini solenni della natura e gli effetti di stile (flashback allucinatori con montaggio isterico) è forte e distanzia il film da Sean Penn ('Into the Wild') avvicinandolo al Danny Boyle di '127 ore'. Il regista, insomma, si prende molto sul serio, ma perde di vista una regola fondamentale del cinema: che non sempre voler spiegare, mostrare e dimostrare tutto è la cosa migliore. Molto buona la stoica interpretazione di Reese Whiterspoon, candidata ai recenti Oscar (ma non premiata) come miglior attrice protagonista. Però è ancora più commovente Laura Dern nella parte della madre defunta Bobbi, donna vessata da compagni ubriaconi e maneschi ma innamorata dei figli che l'attrice interpreta con una sorta di gioiosa disperazione. Stoica anche la Dern, del resto, se si pensa che all'anagrafe conta nove anni scarsi più della sua figlia cinematografica." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 2 aprile 2015)

"'Wild' di Jean-Marc Vallée patisce tanto, troppo la primogenitura di 'Into the Wild' di Sean Penn. (...) Ciò che penalizza questo film un po' road movie e un po' love story postuma tra figlia e madre (due nomination rimaste tali all'Oscar), sceneggiato dal solitamente sarcastico scrittore britannico Hornby, è il suo debordante leitmotiv melodrammatico, ben diverso dal climax di ribellismo senza causa, autolesionismo morale e stoicismo assoluto dal film di Penn. Al di là delle componenti apprezzabili quanto inevitabili - la stupenda fotografia, la colonna sonora inondata da hits «liberi e selvaggi», a cominciare dall'immancabile «El condor pasa» di Simon e Garfunkel - il film finisce per esagerare con il lirismo e a fare sì che la conclamata catarsi fisica e spirituale di «selvaggio» conservi solo il titolo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 aprile 2015)

"In Mangia prega ama Julia Roberts faceva il giro del mondo per ritrovare se stessa dopo il fallimento del suo matrimonio. Più o meno per la stessa ragione, in Wild, Reese Whiterspoon cammina dalla punta più a sud della California a quella più a nord dell'Oregon.(...) Ma gli unici paesaggi a cui entrambi i film sembrano interessati sono quelli interiori, e molto meno avvincenti, delle loro protagoniste. È quasi strano quanto poco l'occhio del regista canadese JeanMarc Vallée (autore del simpatico e sgangherato 'Dallas Buyers Club') sembri tarato sulla scala sia fisica che emotiva dello sterminato panorama naturale attraverso cui si muove, in solitudine quasi assoluta, la sua protagonista. (...)è quasi inaccettabile che un film dedicato a una catarsi interiore raggiunta grazie a un prolungato contatto con la wilderness abbia così poco amore e poca sensibilità estetica nei suoi confronti. Non c'è montagna, lago, o vista che tenga a confronto l'estasi narcisista del self help - Reese Whiterspoon/Cheryl Strayed torreggia su tutto, con le sue bolle ai piedi, le unghie che cadono, il fornelletto che non funziona, la quantità industriale di preservativi portata appresso chissà perché, i flash back convenzionalissimi in cui si butta via a forza di droga e sesso, le citazione letterarie da Bignami. II risultato è, paradossalmente, un film dall'orizzonte meschino, così assorto nei problemi della sua protagonista da farle un torto; a lei e a chi la interpreta." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il manifesto', 2 aprile 2015)

"(...) il regista Jean-Marc Vallée torna a raccontare dopo 'Dallas Buyers Club' una storia di caduta e rinascita, la disintegrazione fisica e morale di una giovane donna capace però di reinventarsi un'altra vita. Road movie e al tempo stesso storia d'amore tra madre e figlia, 'Wild' procede avanti e indietro nel tempo, raccontando schegge di un doloroso passato e scintille di un promettente futuro." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 3 aprile 2015)

"La sceneggiatura di Nick Hornby è inutilmente involuta da flashback esplicativi del 'grande trauma' che muove Cheryl alla sfida. L'interpretazione della Whiterspoon non intercetta una credibile tenacia, fotogenica e di carattere (...), così l'emancipazione del personaggio dal dolore è debole." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 3 aprile)

"Passabile dramma esistenziale di un'instancabile camminatrice. (...) Ahi, che dolore, ai piedi e al cuore. Ma come si fa a imbarcarsi in un'avventura così con scarpe tanto strette?" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 3 aprile 2015)

"Il regista di 'C.R.A.Z.Y.', di 'The Young Victoria' e di 'Dallas Buyers Club', alternando spesso le immagini solenni della natura in campo lungo ai piani ravvicinati del volto di Cheryl, ancorati al suo stato d'animo, alle sue derive emozionali, ne accompagna il viaggio di più di mille miglia, punteggiato da incontri piacevoli, bizzarrie anche pericolosi e scandito dall'indicazione del passare dei giorni e dai chilometri percorsi. Un viaggio che è anche un percorso mentale fra ripensamenti, sensi di colpa, sconforti, ricordi dolorosi (alle sofferenze dell'animo si aggiungono quelle fisiche, non meno lancinanti), al termine del quale Cheryl ha una chiara visione di ciò che l'aveva incamminata verso l'autodistruzione. Con un linguaggio variegato e soluzioni narrative adeguate (il passato, quasi un flusso di coscienza di brevi monologhi e di reminiscenze di suoni, frasi e canzoni, ritorna nei flashback), Jean-Marc Vallée, cedendo in parte alle insidie del patetismo, raffigura, nell'incontro-scontro tra individuo e natura, una vicenda formativa, che coinvolge, attrae ed emoziona, trasformando il possibile stereotipato apologo di una rinascita in una avvincente spedizione verso una nuova stagione della vita." (Achille Frizzato, 'L'Eco di Bergamo', 7 aprile 2015)
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