Widows - Eredità criminale

GRAN BRETAGNA, USA - 2017
Ambientato nella Chicago dei nostri giorni, in un periodo di agitazione e tumulti, quattro donne, senza nulla in comune tranne il debito lasciato dalle attività criminali dei mariti uccisi durante un colpo andato male, decidono di unirsi e prendere in mano le redini dei loro destini.

CAST

CRITICA

"Dopo aver esplorato rabbia, fame sessuale e schiavismo da Oscar, Steve McQueen parte in cerca d'amore e giustizia, con un codicillo sulla morte, prende a prestito una serie inglese '8o, la riscrive con Gillian Flynn (Gone girl) e ne esce 'Widows - Eredità criminale', thriller noir che scompone spazio e tempo con grande efficacia e tensione, con colpo grosso che parla di società, di immondizia elettorale, solitudine, avidità e povertà. (...) La storia ha un montaggio eccezionale, sorprese a botto, multiforme chiave di lettura, giallo e strepitoso melò: a scelta la vergogna del capitalismo, del razzismo, dell'imbroglio che si tramanda da Robert Duvall a Colin Farrell, mentre fan faville le quattro donne che hanno molto lavoro sporco da fare. Viola Davis tiene in pugno con pietas il film come un'arma da scasso; non le sono da meno la fast and furious Michelle Rodriguez e Cynthia Erivo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera, 15 novembre 2018)

"Show di grandi attrici con qualche degno partner maschile messo di traverso alla trama, «Widows ¿ Eredità criminale» è un thriller a cinque stelle che permette al regista di «Shame» e «12 anni schiavo» di fondere al punto giusto le sue doti di autore e d'intrattenitore. Esempio già imprescindibile del sottogenere «heist movie», quello dei film sui colpi grossi, e stato girato da McQueen sulla base della sceneggiatura firmata dalla scrittrice del momento Gillian Flynn («L'amore bugiardo», «Sharp Objects»), a sua volta adattata dalle due omonime miniserie andate in onda sulla tv inglese tra l'83 e l'85. Si tratta, infatti, di un'immersione prolungata - poco più di due ore senza un attimo di tregua - in un girone infernale neo-amerikano dove i fatti e le immagini sembrano sempre sul punto di collassare sotto una gragnuola di conflitti di politica, classe, sesso e razza; il cui aspetto forte, peraltro, non sta tanto nel ribaltamento al femminile/femminista del modello corrente, quanto nella pertinenza stringente eppure - miracolo - mai demagogica o populista dei riferimenti attualistici. Chicago funge non a caso da scenario privilegiato perché, come hanno già colto cineasti importanti (tra cui lo Spike Lee di «Chi-Raq» del 2015 inedito in Italia), oltre a essere ormai contrassegnata dall'icona di Obama concentra nel suo inimitabile puzzle metropolitano tutte le contraddizioni più estreme del paese, dalle meraviglie del paesaggio naturale alle degradate periferie in fiamme, dai primati della tecnica, la scienza e la cultura alla corruzione degli ammiinistratori, dalla qualità e l'imponenza delle risorse pubbliche all'avidità irrefrenabile degli squali finanziari e le consorterie criminali. La spettacolare fotografia di Sean Bobbitt ne fa uno dei personaggi principali, paradossalmente eppure credibilmente fornito a tutti gli effetti narrativi di un «carattere» insonne, inesausto, intossicato e soprattutto schizofrenico esattamente come quelli degli abitanti/militanti delle contrapposte tribù che si danno battaglia dal primo all'ultimo fotogramma senza scontare handicap didascalici né concedere comode possibilità di scampo. Si corre con le emozioni già nel prologo che spezza l'ordine cronologico, grazie alla sequenza destinata a diventare esemplare per come affianca, nella pura lingua del cinema, l'adrenalina dell'assalto banditesco a quella del sesso tra coniugi innamorati (...) La presenza di alcune più o meno approfondite sottotrame ha indotto qualche critico a riscontrare salti di sceneggiatura e incoerenze psicologiche, ma a noi sembra, invece, che proprio le essenziali ma incisive digressioni concorrano alla riuscita di un film che ha slancio e compattezza in abbondanza per sbaragliare il fatuo svolazzo alla «Ocean's Eleven», non accontentarsi del solito reportage su un sottomondo babelico e impietoso e approdare a un aggiornamento memorabile della tradizione di rlassici del livello di «Giungla d'asfalto»o«Heat La sfida»." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 novembre 2018)


"(...) un noir canonico ambientato a Chicago, tra politici corrotti in cui bianchi e neri sono tutti uguali, si può trasformare in un originale dramma femminista armato di ottime intenzioni (la base è una notevole serie tv inglese del 1983) alla fin fine però più buffo che avvincente (come roteano e strabuzzano gli occhi questi clowneschi malavitosi), prevedibile nel colpo di scena decisivo e con momenti d'azione cui manca la giusta carica di violenta credibilità (soprattutto verso la conclusione della pellicola). È anche di una lunghezza estenuante. Si vede che il regista, maestro della provocazione erotica ai tempi di 'Shame' (2011) poi allineatosi alla correttezza con lo stucchevole e pluripremiato '12 anni schiavo' (2013), non ha la cultura necessaria per rispettare un genere cinematografico reso glorioso da artisti del calibro di Kubrick, Huston, Mann e Melville. Delle tre signore protagoniste l'unica che spicca è Elizabeth Debicki, brava a trasformarsi da bella oca in tostissimo cigno a mano armata. Qualsiasi nostro episodio tv di Suburra o Gomorra è di qualità nettamente superiore. " (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 15 novembre 2018)

"Il soggetto, tratto da una miniserie tv degli anni 80, sembrerebbe il più lontano dalle corde di Steve McQueen, regista che si è costruito una solida fama con titoli 'd'autore' come 'Shame' e l'Oscar '12 anni schiavo'. (...) Le perplessità sul connubio tra McQueen e l'heist-movie cadono del tutto vedendo il film. Un po' come era riuscito al collega Spike Lee con 'Inside Man', il regista britannico coniuga felicemente cinema di genere e cinema d'autore, aggiungendo note di melodramma sentimentale e una vena di satira politica. In realtà, a premergli non è tanto la sequenza di rapina (sintetica ed elettrizzante), quanto il ritratto di un gruppo di donne affascinanti." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 novembre 2018)
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