Volver - Tornare

Volver

SPAGNA - 2006
Volver - Tornare
Madrid. Raimunda è una gran lavoratrice, fanatica della pulizia, che sopravvive a un marito fannullone e alcolizzato e si prende cura della figlia adolescente. Sua sorella Sole, invece, è separata dal marito e sbarca il lunario come parrucchiera abusiva. Le due donne sono orfane, hanno perso entrambi i genitori durante uno dei tanti incendi provocati dal "solano", il vento che devasta La Mancha, il loro paese d'origine e dove vive l'anziana zia Paula - sorella di Irene, la madre delle due donne - che da qualche tempo si comporta in modo insolito. Paula parla di Irene come se fosse viva, mentre è morta da anni, e nel quartiere giurano di aver visto il suo fantasma aggirarsi in casa di Paula. Quando il cuore di Paula smette di battere, incominciano ad accadere cose strane, qualcuno ritorna, qualcuno sparisce e la vita di Raimunda e le altre non sarà più la stessa...
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, PANAVISION, TECHNICOLOR
  • Produzione: EL DESEO S.A. CON LA PARTECIPAZIONE DI TVE, CANAL + ESPAÑA, REGIONE CASTILLA - LA MANCHA, PRESIDENZA DELLA REGIONE CASTIGLIA - LA MANCHA
  • Distribuzione: WARNER BROS. ITALIA
  • Vietato 14
  • Data uscita 19 Maggio 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Enrico Magrelli
I fantasmi non piangono, sostiene Carmen Maura nel bellissimo finale del film di Pedro Almodóvar. I fantasmi non possono versare lacrime. Devono abitare nelle antiche case e riposarsi nei patii. Assistono chi si appresta a superare la soglia della vita per lasciarla definitivamente. Accudiscono i morenti. Accompagnano i vivi, li amano, li seguono discretamente. I fantasmi conoscono l'arte misteriosa di trattenere il tempo, di fermarlo, di fissare quei momenti, per lo più dolorosi, nei quali le persone e i personaggi hanno cominciato a diventare quello che poi saranno per il resto dei propri giorni. Tutto su mia madre è un film sull'assenza di un figlio, sul vuoto assoluto e incolmabile di un lutto che non si può elaborare, su un amore materno che non ha neanche una presenza fantasmatica alla quale aggrapparsi, una presenza impalbabile da abbracciare e da accarezzare con affetto. Volver è un film su una madre (in realtà più d'una perché anche la madre di Augustina è svanita nel nulla da anni) creduta morta, "scomparsa", ormai lontana e presente. Nell'odore che ristagna nelle stanze e nelle memorie dolenti della intraprendente e corrucciata Raimunda (Penélope Cruz). Nell'incertezza dei ricordi. Il titolo attesta che il ritorno è inevitabile, è inscritto nel destino dell'essere umano (polvere che torna alla polvere). Tornare alla propria infanzia ferita o felice, al paese d'origine, La Mancha, battuto e spazzato dal solano, un vento incessante che rende folli o stordisce, e laddove gli incendi devastano la regione e la vita degli abitanti: in uno di quegli incendi il padre e la madre di Raimunda e Sole (Lola Dueñas) sono morti abbracciati e in amore. Tornare al passato che, ostinato, irriducibile, arrogante, pietoso, non passa mai come ne La mala educación o in Tacchi a spillo. Tornare per sopravvivere, per resistere al dolore di un incesto subito da Raimunda, all'omicidio commesso dalla figlia (Yohana Cobo) della protagonista per difendersi, dal senso di colpa della nonna–fantasma per non aver capito - come intuisce con amarezza Anna Magnani nella breve scena di Bellissima trasmesso dalla tv - quale tragedia domestica avesse vissuto la figlia. Ci sono molti altri ritorni, privati e cinematografici, che riguardano Pedro Almodóvar. I suoi film non si pongono limiti. Le emozioni forti e laceranti sono controllate da uno stile sobrio, asciutto, suadente, depurato. I materiali narrativi palpitanti sono svelati da una scrittura e da una messa in scena che, in questo caso, ha le cadenze di una commedia drammatica. La furia e la provocazione barocca, il gioco paradossale e postmoderno del melodramma sono stati smussati e accantonati. Una trama che i reality-show o i talk-show morbosi (un modello di tv rifiutata dal regista in modo esplicito in una scena e in alcune spiritose e caustiche battute dei personaggi) trasformerebbero in volgarità dei sentimenti, in avvilimento delle umane sofferenze, in discount dell'emotività, nelle mani di Almodóvar assume la dimensione di un cinema che è "esemplare", una qualità intrinseca dell'estetica classica. Già nel magnifico Parla con lei, il regista si muoveva nella zona opaca, nello scintillio che separa la vita dalla morte, lungo la linea di demarcazione tra la consapevolezza di esserci e l'assenza di questa consapevolezza. Volver si apre in un cimitero, con l'operoso fervore intorno alle tombe dei propri cari. I vivi che si prendono cura di chi ci ha lasciato. Il confine da valicare è lo stesso di Parla con lei: dialogare con chi non c'è più, con se stessi, con la propria storia, con le proprie cadute. Come i fantasmi, le meravigliose donne almodóvariane (le interpretazioni sono eccezionali) non vogliono separarsi dai luoghi in cui sono state felici e infelici, dai luoghi in cui tutto è nato, dai luoghi in cui continueranno a tornare nei sogni, nei desideri, negli incubi. Stanno lì a guardare oltre lo scintillio. I fantasmi non hanno crisi di nervi e non piangono.

NOTE

- AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006) PREMIO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA AD ALMODOVAR E PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE AL GRUPPO DELLE SEI ATTRICI PROTAGONISTE.

- PENELOPE CRUZ E' CANDIDATA ALL'OSCAR 2007 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

- NASTRO D'ARGENTO 2007 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Due incesti, una resurrezione, un parricidio, un doppio uxoricidio, una malattia terminale, un funerale, una sepoltura segreta... A farne la lista 'Volver' sembra un gran mélo pieno di tragedie e prodigi. Invece il nuovo e bellissimo film di Almodóvar è incredibilmente lieve, solare, generoso, toccante. Come Penélope Cruz, al suo massimo storico per bellezza e bravura, e le altre magnifiche protagoniste di questa storia fatta di sentimenti, di mestieri, di arti così femminili che gli uomini nel film quasi non ci sono o comunque non contano. (...) Naturalmente ci vuole Almodóvar per inventare un mondo in cui un problema così metafisico convive con faccende ordinarie come permanenti e tinture. Così come solo in un film di Almodóvar può accadere che l'altra sorella (Cruz), mentre risolve a suo modo alcuni drammatici problemi di famiglia, trova il modo di improvvisare un pranzo per trenta persone grazie anche al sostegno di una piccola rete di solidarietà femminile. Sempre sfoggiando un garbo assoluto, ampie scollature e un sorriso sfrontato e incantevole che a tratti ricorda davvero la Loren. Il tutto, ecco la vera sorpresa, evitando gli eccessi, le citazioni e i trucchi di regia cui il cinema di Almodóvar ci aveva abituato, anzi dimostrando una sobrietà, una semplicità, una sicurezza che sono il segno di una nuova maturità. Quella che permette al regista spagnolo non solo di mescolare i generi e i toni più diversi con naturalezza miracolosa, ma di distillare sentimenti così profondi che anche la trama più feuilletonesca diventa metafora degli affetti, dei dubbi, dei rimpianti che circolano più o meno apertamente in ogni famiglia. Con la semplicità delle cose di tutti i giorni cui finiscono per mescolarsi le grandi domande dell'esistenza. 'Cose di donna', dice Penélope Cruz in una scena per tagliar corto. Come dire niente. Ma in quel niente c'è tutto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 maggio 2006)

"Raccontando se stesso e la sua ascendenza, Almodóvar parla di noi. La forza dell'autore sta nel tradurre la complessità in semplicità; e il suo divertimento nel proporci dei misteri che amabilmente finisce per spiegare. 'Volver' non è solo bello e toccante, ma è uno dei casi in cui non servirebbero le interviste e chiose che formano il contorno dell'apparizione a un festival. Un film così lo capiscono e possono amarlo tutti, provare per credere." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 maggio 2006)

"Il senso di 'Volver' sta tutto nella prima sequenza. Una carrellata da musical inquadra una schiera di donne di varie età che puliscono le tombe di un cimitero di campagna con lo slancio e l'energia con cui potrebbero rassettare la casa: come dire che nel suo magnifico film Pedro Almodóvar tratterà alla stessa maniera i vivi e i morti, esplorerà le emozioni immediate e quelle rimpiante, creerà un ponte tessuto d'immagini tra i rapporti umani concreti e carnali e quelli spirituali e ineffabili. Oltre a confessare, naturalmente, la sua totale dipendenza artistica da un microcosmo femminile che non ha niente di ideologico e attiene, piuttosto, al primato biologico-societario della mater mediterranea. Ci troviamo, insomma, di fronte a un racconto intenso e scorrevole che fonde i colori, i sapori, i climi, i suoni vividi e insieme arcani della natia e profonda Mancha con la struttura dei melò americani e italiani incardinati sulle mitiche performance delle Bette Davis, Lana Turner, Anna Magnani, Sofia Loren anni Quaranta e Cinquanta. La toccante semplicità che ne scaturisce è, così, in grado di abolire ogni enfasi edificante: insieme alla forza, al coraggio, al buon senso e alla solidarietà, Almodóvar vuole valorizzare anche la fragilità e la follia, in una parola quel tipo particolare d'ambiguità che esalta, anziché minimizzare, i sentimenti, i mestieri, le «arti» delle sue tre generazioni di donne. (...) Almodóvar, dopo lo scivolone de 'La mala educación', è di nuovo padrone e signore della sua scena primaria: una tela romanzesca convinta e mai surrettizia, sulla quale si ricamano in filigrana le normali anormalità della vita; una catena d'inquadrature folgoranti per naturalezza, in cui il dettaglio microscopico ha lo stesso peso drammaturgico degli enigmi metafisici; un vortice hitchcockiano di eroismi involontari e viltà occulte, nel quale sprofondano i pensieri finissimi e le azioni sanguigne di personaggi credibili perché paradossali, e viceversa. 'Volver', tornare, può allora significare che persino i temi dell'infanzia offesa, della ricerca delle radici, del desiderio crudele e delle pulsioni d'amore e di morte possono e debbono materializzarsi in una finzione infinita." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2006)

"Fedele alla sua malinconia e all'educazione di beato tra le donne, il regista della Mancha rimuove il lutto materno con una meravigliosa storia di vivi e morti che convivono nella dimensione della memoria e degli affetti. La morte della madre e il ritorno come fantasma fa scoppiare un confronto fra tre generazioni di donne, sulle cui orme l'autore entra in una sfera affettiva che lo riguarda e che il periodo del kitch-pop-gay-camp aveva travestito. Pedro apre le porte della sua solitudine con una commedia triste e allegra che ruota intorno ai ricordi ma chiacchiera in cucina, fa la permanente, cucina, pulisce il sangue per terra. Certo che c'è ancora il melò hollywoodiano, ma va alle radici della sua terra e l'uso strepitoso delle star complici è la più bella prova per tutte, dalla Maura alla Cruz che si muove bella e felina come una maggiorata ' 50." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 maggio 2006)
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