Videocracy - Basta apparire

Videocracy

SVEZIA - 2009
4/5
Videocracy - Basta apparire
Uno spietato ritratto degli ultimi trent'anni della televisione italiana, dall'avvento delle tv private al primo decennio del 2000, per dimostrare quanto il sistema televisivo e alcuni suoi protagonisti abbiano influenzato la società, i costumi e soprattutto la politica del nostro paese.
  • Durata: 80'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Specifiche tecniche: HD
  • Produzione: ERIK GANDINI, MIKAEL OLSEN, AXEL ARNÖ PER ZENTROPA ENTERTAINMENT7, SVT SWEDISH TELEVISION
  • Distribuzione: FANDANGO
  • Data uscita 4 Settembre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
"L'Italia non è più divisa tra destra e sinistra, ma tra chi è una celebrity televisiva e chi no".
Parola di Erik Gandini, il regista italiano trapiantato in Svezia che ha portato alla Mostra di Venezia l'attesissimo Videocracy, evento speciale in collaborazione tra Settimana della Critica e Giornate degli Autori, e ora in sala con Fandango.
Da Lele Mora a Fabrizio Corona passando per reality, tronisti, veline e sogni privati per il piccolo schermo pubblico, il documentario inquadra il "bestiario" televisivo italiano per rintracciare la genealogia del nostro sistema politico-mediatico, che da 30 anni ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi, "il Presidente - come lo definisce Gandini - prima della televisione, poi di tutto".
Prodotta dalla Atmo AB di Gandini e Tarik Saleh, in collaborazione con la Zentropa di Lars von Trier, Videocracy non è un documentario politico e militante, alla Michael Moore per intenderci, ma un lavoro emotivo, "ispirato dal cinema di Antonioni", che va oltre e "fuori tema" dalla tesi di fondo: l'immagine è (il) potere, soprattutto in Italia.
La patria del Presidente, dove tutto è concesso, anzi, dove tutto è normale: Mora ci presenta le proprie creature, tronisti palestrati nel dolce far niente della sua villa in Costa Azzurra, rimpiange che Berlusconi, ahinoi, non sia come Mussolini, e ci fa sentire canzoni fasciste dal suo telefonino, mentre Corona pontifica, sguinzaglia i suoi paparazzi dietro il vip di turno, fa ospitate in discoteca, in cui il vuoto e il nulla gli coprono il viso, e si mostra nudo e compiaciuto sotto la doccia.
L'unica speranza, quella del documentario, è che Corona, Mora e gli altri capiscano, un giorno, che la festa è finita, che, come dice il regista, "fun is not fun anymore".
Una constatazione di cui il filmaker, già noto per Gitmo co-diretto con Saleh e il doc-shock Surplus (Silver Wolf all'IDFA di Amsterdam),  impregna pause e volti di Videocracy, creando lo straniamento  necessario per accostarsi alla telecrazia, di cui ci mostra l'imperatore Silvio, i soldati Mora e Corona e i plebei, come il "Virgilio bergamasco", l'unico capace di unire alla voce e le movenze di Ricky Martin il fisico e le mosse di Jean Claude Van Damme, che ci accompagna nelle aspirazioni di chi celebrity televisiva non è, ma vorrebbe. Fortissimamente vorrebbe.
Fuori dalla scatola magica, tutto il resto è noia, almeno per le gerarchie dell'immagine al potere, ed è buffo, e inquietante, vedere come tutto sia partito -  non solo secondo il regista - da piccole tv locali degli anni '70 che mandarono in onda i primi spogliarelli, casalinghi, tristi e in bianco e nero.
Anche il Presidente oggi è nudo, ma (quasi) nessuno se ne è accorto…
PS: Qualcuno vi dirà che Videocracy è cinema mediocre, se non banale. Avesse anche ragione, non avrebbe capito nulla. L'importante non è che cosa, e nemmeno come, ma dove: il documentario di Gandini ristabilisce il primato del cinema, uno spazio privilegiato, il buio in sala, in cui osservare per intero e per davvero quello che alla luce del sole, ovvero dei riflettori, abbiamo smesso di vedere. Ancora una volta, e lo straniamento "interno" ne è spia e sintomo, è il medium - il supporto, il contesto, la fruizione, l'ubi consistam - il messaggio. E la speranza: cinema kill the video star...

NOTE

- EVENTO SPECIALE (IN COLLABORAZIONE CON LE 'GIORNATE DEGLI AUTORI') ALLA 24MA 'SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA' (VENEZIA, 2009).

CRITICA

"Il problema del documentario, oltre ad una inspiegabile lentezza nel montaggio e a uno scarso senso estetico nel posizionare la cinepresa, è quello di non arrivare veramente al nocciolo della questione nel descrivere l'importanza del controllo dell'immagine nell'ascesa di un potente, come invece ha fatto magistralmente (e con essenziale brevità) Marco Belpoliti nel suo saggio 'Il corpo del capo'. E nel contempo arrivare al limite della glorificazione di ciò che Gandini apparentemente disprezza: Fabrizio Corona viene raccontato come un modello, negativo sì, ma efficace e carismatico. Quanti ragazzi, vedendo 'Videocracy', avranno voglia di imitarlo?" (Paola Casella, 'Europa', 04 settembre 2009)

"Si capisce perché il trailer di 'Videocracy' non si vedrà in nessuna tv italiana, né pubblica né privata. Si capisce meno perché un sistema così pervasivo abbia tanta paura del David venuto dalla Svezia e della sua fionda: un film, piccolo e solo, contro un impero televisivo. Forse è perché fra tante storie Gandini racconta anche quella di Ricky, il giovane operaio lombardo che non vuole andare in fabbrica per sempre (anche se "in tv il lavoro se lo prendono tutto le ragazze") e studia da Van Damme italiano, o almeno da Ricky Martin. Inquietante e simpaticissimo. Un eroe dei nostri tempi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 04 settembre 2009)

"Sull'horror più pauroso dell'anno, 'Videocracy', abbiamo già scritto molto. Ma il doc «obliquo» di Erik Gandini (esule in Svezia) è tutto il contrario di quello che potreste immaginare. Non racconta la storia di Berlusconi da Tele Lombardia a Papi, magari spiegandoci come divorò la Mondadori. Ma la trasformazione del nostro paese in repubblica fondata sul profitto «tutto e subito», e con ogni mezzo necessario. E sui sogni, le tattiche e le strategie lecite e illecite che tutti credono di poter usare ipnotizzando l'operaio/a sfigato/a di provincia, per «apparire» in tv e dunque esistere e dunque aspirare alla fama, alle donne (o agli uomini) al seggio in parlamento (anche europeo). Basta inventare qualcosa. Avere un'idea, per esempio fare un mix tra Bruce Lee e Ricky Martin. Alcune sequenze resteranno nella storia del cinema: Lele Mora, che può trasformare il ranocchio in principe, perché è agente tv, finalmente felice di far apologia di nazismo e fascismo via i-phone, davanti alle telecamere del paese nel quale i suoi amici annientarono Olof Palme, e tanto poi in Italia non è più tanto reato, per alcuni. O del suo ex braccio destro Corona che - e questo è il segreto del suo successo - «ruba ai ricchi per dare a se stesso». Rappresentazione, in un corpo solo, di una metamorfosi atroce e irreversibile." (Roberto Silvestri, 'Il manifesto', 04 settembre 2009)
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