Vento di terra

Vento di terra
Enzo ha sedici anni e vive nel quartiere napoletano di Secondigliano. In seguito alla morte del padre, il ragazzo si dà da fare per aiutare la famiglia e spesso si trova a dover fronteggiare situazioni che mettono a rischio la sua integrità perché è un ragazzo "senza paracadute". Non c'è chi può aiutarlo a sopportare i colpi che la vita continua a dargli e solo la sua grande determinazione può permettergli di conservare la dignità sua e della sua famiglia all'interno di un quartiere che è un mondo a parte, con le sue leggi e i suoi codici.
  • Altri titoli:
    Land Wing
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1,85)
  • Produzione: TILDE CORSI E GIANNI ROMOLI PER R&C PRODUZIONI
  • Distribuzione: MIKADO (2004)
  • Data uscita 17 Settembre 2004

RECENSIONE

Negli ultimi anni il cinema ci ha fatto conoscere le mille facce di Napoli. La Napoli viscerale e intima di L'amore molesto, quella metafisica e solare de I buchi neri, quella drammatica e ferale di Luna rossa. Vento di terra ne racconta un'altra ancora, la Napoli povera,disperata e onesta che si rispecchia nel volto intenso del diciottenne Enzo, apprendista meccanico a Secondigliano, quartiere di palazzoni che si innalzano uno accanto all'altro. Enzo è un figlio del popolo, la madre si arrangia a cucire in casa abiti e gonne, il padre sputa il sangue in una fabbrica di mattonelle, la sorella passa da un lavoro precario all'altro. Una famiglia che fa di tutto per mantenere una dignità e per opporsi al fato, ma che si sgretola quando il capofamiglia muore di infarto. Allora è il momento delle disillusioni, del pericolo di cadere preda della malavita, del dolore che fa chiudere sempre più in se stessi i personaggi. Il ragazzo sembra vedere la luce quando abbraccia la carriera militare e decide dipartecipare alle missioni in Kosovo, viatico a un ritorno a Napoli con in tasca il posto sicuro. Il destino però, ancora una volta, lo sceglie tra tanti, e tornato nell'amata città scopre di essere rimasto vittima delle radiazioni di uranio impoverito. E' in quel momento, solo allora, che lottare sembra non avere più senso. E la città partenopea si trasforma non in un porto sicuro, ma in una grande madre dalla quale farsi cullare in attesa della morte. Girato con immagini secche e inquadrature che privilegiano i primi piani, Vento di terra riprende molti dei temi di Tornando a casa. L'impossibilità di vivere del proprio lavoro, il desiderio di un tetto, la solidarietà cercata tra i propri simili e solo raramente trovata. Marra insiste nel denunciare un disagio sociale che qui però diventa con evidenza anche esistenziale, come dimostra la figura della madre che cade preda della depressione. Uno slittamento non da poco, che svela drammaticamente come la miseria segni l'anima non meno del fisico. Enzo è destinato a soccombere al cancro, ma il suo cuore ha già cessato di battere. Vento di terra si rivela dunque ricco di testi e sottotesti,condensate nelle facce di tutti i personaggi, come in Tornando a casa interpretati da attori professionisti accanto a quellipresi dalla strada. Una scelta espressiva che segna il linguaggio di un autore che, alla seconda prova, conferma di possedere uno stile forte e personale. Uno sguardo sincero e mai compiaciuto. Una capacità di adesione alle storie che rifugge le banalità del melodramma.
Angela Prudenzi

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVTA' CULTURALI.

- PREMIATO COME MIGLIOR FILM DELLA SEZIONE "ORIZZONTI" ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004).

CRITICA

"Dopo il premiatissimo 'Tornando a casa' con le sue storie di mare, Vincenzo Marra fa il bis, dimostrando con 'Vento di terra' che il suo è un talento di cinema naturale. (...) L'obbligato eroe è un nipotino del Rocco di Visconti, ma Marra colpisce con un toccante e semplice documento di vita, che termina accusando lo scandalo dell'uranio impoverito, causa di malattia negli eserciti. La storia, anonima, semplice e giusta nell'essenza, ha una forza morale che porta lontano, si riferisce al dolore della migrazione. Marra ha una gran voglia di raccontare, pur con pochi mezzi e dosa gli sguardi e i silenzi con riferimenti precisi alla poetica del neo realismo. Vuole testimoniare le priorità degli esseri umani al di là delle mode e dei bisogni fittizi. Parla perciò, clamorosamente fuori tendenza, di bisogni e sentimenti primari, senza far morale: ci pensano le immagini e l'espressività di un cast tutto particolare e il pubblico deve volergli bene." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 6 settembre 2004)

"Vincenzo Marra, giustamente apprezzato per l'esordio viscontiano di 'Tornando a casa', non cresce abbastanza con 'Vento di terra', accolto dagli applausi della prima proiezione-stampa. La regia è sempre concisa e nitida e non si può certo negare al film la sua personalità fuori standard: solo che il procedimento pretende troppo dalla sottrazione estetica, finendo per forza di cose col far traslocare il documento nudo e crudo nell'assoluto anonimato della trama. (...) Per cogliere l'interiorità di un'umanità storicamente offesa, Marra ricorre ai commi più collaudati, ma anche obsoleti del neorealismo; poi, però, troppa musica edificante e troppe panoramiche sullo skyline dell'odiosamata metropoli tentano a sorpresa di spiegare gli sguardi e i silenzi, penalizzandone l'indubbia tensione morale. È ovvio che non esistono modelli obbligati, ma quello che distingue il talento di Marra da quello di un Piscicelli è la voglia di raccontare molto al di là dei propri importanti principi poetici." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 settembre 2004)

"Un film che potrebbe essere solo un film e non un'inchiesta, un romanzo, una serie tv, come accade troppo spesso. Perché rende nuovamente visibile ciò che l'abitudine o i media hanno cancellato alla vista. E lo fa non mostrando mai una cosa alla volta, ma due: la povertà e la dignità, l'orgoglio e il disonore, l'amore e la paura. Nascosti in un destino come tanti, quello di Vincenzo, disoccupato napoletano costretto a entrare in aeronautica per campare. E seguito mese dopo mese, in famiglia, in caserma o in Kosovo, con un'attenzione e una sensibilità che rendono nuovi strumenti logori come il dialetto e il mescolare attori e non-attori. Un perfetto antidoto a tanto mediocre e pessimo cinema italiano." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 settembre 2004)

"Anche se viviamo in tempi difficili, l'affastellarsi delle sciagure appare perfino esagerata, programmatica come in un vecchio romanzo verista: Marra, però, lo affronta senza il minimo cedimento al melodramma; con un linguaggio scarno e prosciugato, narrando per lunghe sequenze divise da dissolvenze al nero." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 settembre 2004)

"Per raccontare il bellissimo 'Vento di terra' (...) viene spontaneo usare termini sociologici mentre in realtà si dovrebbe parlare solo di cinema. Della densità miracolosa delle luci di Mario Amura; delle ellissi sapientemente orchestrate al montaggio da Luca Benedetti (mai un fotogramma di troppo, tocca a noi riempire i vuoti); della sicurezza con cui Vincenzo Marra, classe 1972, al secondo film, mescola attori e non attori, ricreando quel senso (tragico) di innocenza e di semplicità così difficile da ottenere su uno schermo; dell'accortezza con cui non sovrappone mai uno sguardo esterno al microcosmo del protagonista, sospendendo l'intero film al suo punto di vista. Il punto di vista di chi è fragile e minacciato per definizione proprio perché assolutamente solo. Fino al finale, meno risolto proprio perché catapulta di colpo quella figura invisibile sul proscenio della Storia. Senza peraltro pregiudicare uno dei lavori più rigorosi e toccanti di questi anni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 settembre 2004)

"Il nuovo corso realista del cinema italiano fa un bel salto in alto con l'opera seconda del talentuoso napoletano Vincenzo Marra, già autore del premiatissimo 'Ritorno a casa'. (...) Un film che documenta con occhio lucido (anche di pianto) e impietoso non solo la realtà sociale, ma le sensazioni, i dubbi e i sentimenti, impastato di sguardi e di silenzi, necessario come una legge morale. E insieme è un racconto pieno di imprevisti e probabilità psicologiche, molto ben reso da attori non tutti professionisti tra cui l'eroe-non eroe Vincenzo Pacilli, Edoardo Melone, Giovanna Ribera, Francesco Giuffrida, un'orchestra di gente molto ben sintonizzata nelle sfortune della vita. Tutto senza retorica, senza pietismi né moralismi: Marra guarda avanti con uno stile rigoroso che riflette un pensiero rigoroso, come dice senza paracadute. Il tutto, fra troppi furbi, ai limiti di una benvenuta, sacrilega e sacrosanta ingenuità che riscatta il cinema vero dalla fiction." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 18 settembre 2004)
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