Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità

Van Gogh - At Eternity's Gate

GRAN BRETAGNA, FRANCIA, USA - 2018
2,5/5
Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità
Gli ultimi, tormentati anni di Vincent Van Gogh. Dal burrascoso rapporto con Gauguin nel 1988 fino al colpo di pistola che gli ha tolto la vita a soli 37 anni. Un periodo frenetico e molto produttivo che ha portato alla creazione di capolavori che hanno fatto la storia dell'arte e che continuano ad incantare il mondo intero.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Produzione: JON KILIK PER ICONOCLAST, RIVERSTONE PICTURES, SPK PICTURES
  • Distribuzione: LUCKY RED (2019)
  • Data uscita 3 Gennaio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Il rapporto non facile con Gauguin (Oscar Isaac), la custodia affettuosa del fratello Theo (Rupert Friend), sopra tutto lui: Vincent Van Gogh, un assai somigliante Willem Dafoe.

22 anni dopo Basquiat – e otto dall’ultima regia, Miral – l’artista Julian Schnabel porta sul grande schermo un altro celeberrimo collega, forse il più celebre: l’inquieto pittore olandese è inquadrato nell’ultimo periodo della sua breve vita – se ne è andato nel 1890  per un colpo di pistola – tra iperproduttività, “sana follia” e zero vendite delle sue tele.

Nelle intenzioni At Eternity’s Gate, da noi Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità, non consegna uno sguardo filologico, ovvero biografico, sull’artista, bensì – siamo a Venezia, concediamocelo – una sorta di Doppelganger, una congruenza di Van Gogh e Schnabel, che proietta la propria immagine e la propria arte su quella di Vincent. L’immagine, in effetti, è centrale: libera, mossa, sfocata – parzialmente sfocata nella parte bassa, come a rendere un difetto visivo, ma senza coerenza – ed erratica, declina in altro modo lo specifico, l’idiosincratico, l’unicissimo messo su tela da Van Gogh, come volesse accostare a quella un’altra arte, uguale e contraria.

Tanta natura, spighe e rami di fico, il vento, la luce, il sole, e fin qui va anche bene, ma questa anarchia strutturata è contrastata, fraintesa se non vilipesa, e quasi annullata dai dialoghi: dagli scambi con Gauguin alla disamina cristica col prete (Mads Mikkelsen), dalla tenzone verbale col Dottor Gachet (Mathieu Amalric) agli incontri con Theo, è una lunga teoria di didascalie, spiegoni sull’arte, l’artista e l’infinito mondo tra follia, Dio e senso esistenziale.

Ed è abbastanza nocivo, come se Schnabel, e chi con lui (co-sceneggia Jean-Claude Carriere), non credesse fino in fondo, e comunque non reputasse sufficiente, evocarne lo spirito (santo…), per indulgere viceversa in una messa cantata, perfino pedante.

Non chiedere al poeta, e non avremmo chiesto, ma di fronte a questa lunga e irrichiesta parafrasi non possiamo non esprimere dubbi, riserve, che finiscono per intaccare lo stesso Dafoe: davvero una copia conforme, ma assai meno calzante nella tempra, nel furore, nell’arte.

Un po’ addomesticato, pastorizzato, perfino rassegnato, come questo At Eternity’s Gate (il titolo viene da un dipinto di Vincent): non gli mancano i colori, ma la forza, la follia, l’urgenza di farne arte. In Concorso a Venezia 75.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI: MARC SCHMIDHEINY, KARL SPOERRI.

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT.

- COPPA VOLPI PER IL MIGLIOR ATTORE A WILLEM DAFOE ALLA 75. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2018).

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2019 PER IL MIGLIOR ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO (WILLEM DAFOE).

CRITICA

"Sulla carta avremmo dovuto vedere un film con protagonista fuori di testa ma sulla tela dipinta da Julian Schnabel il Vincent Van Gogh interpretato da Willem Dafoe (si ricorda un suo catastrofico Pasolini nel 2014) è fin troppo serafico e arrogante, come se sapesse che nel 1987 una sua opera verrà valutata 134 milioni di euro, mentre un secolo prima tutti le consideravano delle croste «brutte e sgradevoli». Forse è anche colpa di quella insopportabile frangetta da damerino (ma perché?) se dopo quelli interpretati da Martin Scorsese, Benedict Cumberbatch, Kirk Douglas e Tim Roth (il migliore per Vincent e Theo di Altman) questo Van Gogh di Schnabel e Dafoe risulta l'artista matto più noiosamente tranquillo della storia del cinema. I co-protagonisti? Gauguin è un trombone ipocrita, il fratello Theo affettuoso ma sempre a distanza e Pissarro un baby sitter del nostro Vincent, nonostante l'accudito non dica mai nulla di strano o provocatorio. Niente di catastrofico (c'è di peggio, qui) ma questo biopic sul post-impressionista è per non impressionare il pubblico delle elementari." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 4 settembre 2018)

"Ci vuole coraggio e tanta ambizione per portare ancora una volta al cinema la storia di Vincent Van Gogh dopo i film, tra gli altri, di Vincent Minnelli, Robert Altman e Maurice Pialat. Ma Julian Schnabel, il cui ego è grande come le tele che l'hanno reso celebre, da pittore ama confrontarsi con i suoi colleghi grandi e più piccoli. Ha iniziato al cinema nel 1996 con 'Basquiat' e ora torna sul grande schermo, e applaudissimo in concorso al festival di Venezia, con 'At Eternity's Gate' che vede come protagonista assoluto, nei panni del grande pittore olandese, Willem Dafoe: «È la persona a cui avevo pensato da subito. Ci conosciamo da trent'anni e l'ho visto tante volte aiutare gli altri attori a recitare, sapevo che sarebbe stato il mio migliore alleato». Il regista sceglie di soffermarsi sugli ultimi e più tormentati anni di Van Gogh, dal rapporto - bello ma complicato - con Gauguin (Oscar Isaac) fino al colpo di pistola che gli ha tolto la vita a soli 37 anni. (...) sia a Schnabel che al suo grande sceneggiatore Jean-Claude Carrière interessava di più rappresentare l'artista nell'atto del dipingere per cercare di mostrare la difficilissima emozione pittorica: «Penso di aver detto tutto quello che si poteva dire della pittura in questo film. Sono un pittore da quando sono piccolo e so tante cose su Van Gogh ma tutto questo, comprese le informazioni e gli studi sulle lettere e sui diari, sono stati solo un punto di partenza. Quello che volevo veramente mostrare era l'assenza di pensiero che Van Gogh diceva di provare mentre dipingeva. Per lui era una forma di meditazione. lo ho cercato di mettere in scena, con un approccio sensoriale, l'equivalente delle sensazioni che si possono avere quando si vede un' opera di arte», dice il regista che si è presentato in conferenza stampa in maniche di camicie e pantaloni corti. A sorpresa il Van Gogh che viene fuori dal film, che uscirà in Italia il 3 gennaio del prossimo anno con Lucky Red, è quello di un uomo certamente tormentato ma non poi così matto come il mito vorrebbe: «Se guardiamo ai suoi dipinti e leggiamo le sue lettere è evidente che lui fosse lucido e sapeva esattamente dove era. Aveva però capito che non sarebbe andato tanto avanti nella vita e per questo era molto interessato a mettere nella pittura il riferimento al suo rapporto con l'eternità». Da qui il titolo originale del film Sulla soglia dell'eternità. (Pedro Armocida, 'Il Giornale', 4 settembre 2018)

"Van Gogh ha le tele e il treppiedi sulle spalle a mo' di zainetto, cammina svelto attraversando i campi di grano, e lo spettatore in quei primi piani ossessivi cammina con lui, accecato dal sole della Provenza che penetra nello schermo. Si siede, allarga le braccia come Cristo in croce, mentre il vento sferza il grano giallo, e pensi che Willem Dafoe (è lui a ridargli vita) aveva portato la passione di Gesù al cinema, prendendosi una pausa dai suoi ruoli di carnefice. Qui torna borderline, col suo volto lavorato dal tempo, la fronte solcata dalle rughe. L'attore americano ha 63 anni, Van Gogh 37 quando morì, eppure la differenza d'età, sotto il cappello di paglia che portava come una divisa, non si nota proprio. Accolto da un grande applauso, 'At Eternity's Gate' è un viaggio nella mente di Vincent Van Gogh: è il ritratto personale di Julian Schnabel (lo ha scritto con Carrière) che non è solo regista ma pittore, l'omaggio di un artista a un altro artista." (Valerio Cappelli, 'Corriere della Sera', 4 settembre 2018)
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