Vallanzasca - Gli angeli del male

ITALIA - 2010
2/5
Vallanzasca - Gli angeli del male
Le vicende del celebre criminale italiano Renato Vallanzasca. Il film prende le mosse dall'infanzia del 'bel Renè' per raccontare poi la sua esperienza con le gang giovanili, i piccoli furti, la prima rapina in banca, l'ascesa nella mala milanese, i primi morti ammazzati e la nascita di una embrionale mitologia del bandito fino agli anni del carcere, dove viene rinchiuso all'età di 28 anni e da dove ha inizio la sua vera e propria discesa all'inferno.
  • Altri titoli:
    Il fiore del male
    Flower of Evil
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, POLITICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: liberamente tratto da: libro "Il fiore del Male - Bandito a Milano" di Carlo Bonini e Renato Vallanzasca (ed. Trope, collana I Trofei); libro "Lettera a Renato" di Antonella D'Agostino e Renato Vallanzasca (ed. Cosmopoli)
  • Produzione: ELIDE MELLI PER COSMO PRODUCTION, FOX INTERNATIONAL PRODUCTION (ITALY) S.R.L., FABIO CONVERSI PER BABE FILMS, CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL +
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA (2011) - DVD E BLU-RAY: 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT (2011)
  • Data uscita 21 Gennaio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Ha torto Placido: non sarà certo per la bellezza del protagonista ("Certa stampa non ama gli attori belli", aveva detto) se la critica storcerà il naso di fronte al suo Vallanzasca - Gli angeli del male. I difetti del film sono altri, la maggior parte dei quali attanagliano da sempre il cinema dell'attore e regista pugliese. Nel ripercorrere la parabola del più famoso dei banditi italiani (la sceneggiatura di Placido e Kim Rossi-Stuart è tratta dall'autobiografia di Vallanzasca, Il fiore del male, scritta dal bandito con Carlo Bonini) Placido utilizza un procedimento già adottato in Romanzo criminale: quello dell'accumulo.
Non una "carrellata" di episodi - che farebbe pensare a una fluidità di montaggio e di accostamenti - ma l'affastellamento di momenti narrativi forti, assordanti (la colonna sonora, dei Negramaro, non s'interrompe mai per tutta la durata del film), virati - meglio, sporcati - in blu. Placido conferma di essere la nemesi di Antonioni, il suo disprezzo per i campi lunghi è l'effetto di un'allergia per le distanze, di spazio e di critica. Nessun respiro, cinepresa incollata al corpo degli attori (convincono Rossi Stuart e Scianna, meno Timi), montaggio a mitraglietta, e la ritmica interna all'immagine delegata sempre al crescendo di un atto violento.
Dal frullatore rimane fuori tanto la verità del personaggio, quanto il contesto socio-politico. Potrebbero essere gli anni settanta come i duemila, e del resto che importa? Il tema vero - questo sì pericoloso, alla faccia del solito polverone polemico sollevato da associazioni e giornalai (definizione corretta se si pensa alla mutazione in cui è incappata certa stampa italiana) - non è la fascinazione del male, ma la banalità di un cinema che si professa coraggioso quando poi è solo esagitato e compiacente.
Tipico del metodo Placido: mirare alla critica per colpire il pubblico. Temiamo che anche stavolta sia andato a bersaglio.

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2010).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (KIM ROSSI STUART), DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA, SCENOGRAFO, COSTUMISTA, TRUCCATORE (FRANCESCO NARDI E MATTEO SILVI), ACCONCIATORE (CLAUDIA PALLOTTI, TERESA DI SERIO), MONTATORE, DAVID GIOVANI.

- NASTRO D'ARGENTO 2011 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (KIM ROSSI STUART) E MONTAGGIO. ERA
CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FOTOGRAFIA E COLONNA SONORA.

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 20 GENNAIO 2011 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"A differenza di 'Romanzo criminale' (...), Michele Placido ha voluto costruire 'Gli angeli del male' (titolo sbagliatissimo e ambiguo) solo su Vallanzasca, inibendo le figure di contorno, a volte destituendole di spessore, e smussando totalmente il contesto storico-politico di quegli anni (la mafia e il terrorismo). Questo vorticoso precipitare sulla figura carismatica del bel René (sommamente interpretato da Rossi Stuart), questo vorticoso cedere al fascino di Vallanzasca cambia in connotati dell'operazione e la rende facilmente attaccabile sul piano etico. Un occhio un poco preparato in fatto di cinema può facilmente constatare che la scrittura del personaggio e della storia è avvenuta al montaggio (con tutti i buchi e le accelerazioni del caso). E pensare che a Venezia, a caldo, il montaggio è stato apprezzato per velocità, nervosismo, potenza... mentre proprio questa frenesia non ha fatto altro che contribuire a costruire un trono per René. (...) Alla scrittura ha partecipato anche Rossi Stuart, ma siamo certi - per quanto conosciamo dell'intelligenza e sensibilità di questo straordinario attore - che il suo René fosse diverso. Ecco allora che dal cinema passiamo al discorso etico. Questa frantumazione del contesto e dei personaggi di contorno lasciano tragicamente Vallanzasca da solo con le sue vittime, sul quale il film non indugia mai (forse per rispetto), arrivando però a una paradossale indifferenza." (Dario Zonta, 'L'Unità', 21 gennaio 2011)

"Un ritratto davvero a tutto tondo che alla Mostra di Venezia, dove il film è stato presentato l'estate scorsa, ha suscitato polemiche per l'interesse che dimostrava in favore di un personaggio con una lunga scia di sangue alle spalle. Placido, però, in linea con quel cinema americano sui gangster, da 'Scarface' a 'Dillinger', ha scelto di non dare giudizi (un po' come Scorsese in 'Quei bravi ragazzi') e tutte le sue attenzioni le ha rivolte a quella figura centrale di cui, ignorandone forse un po' attorno le cornici, ha messo soprattutto in rilievo la determinazione e, in alcuni passaggi, anche la ferocia, rappresentandole con un dominio sempre più sicuro del cinema: ritmi affannati, immagini dure e violente, climi quasi sempre stravolti e esasperati: con poche pause. Sostiene l'impresa Kim Rossi Stuart, intento a modulare con sapienza - gestuale e mimica - tutte le gamme di un carattere selvaggio ed irruente cui il film fa riferimento per intero. Raccogliendone la sfida con saldi risultati." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 21 gennaio 2011)

"Vallanzasca, il bandito asceso a dubbia fama negli anni '70 e '80 per una serie di sanguinarie rapine, non si è ritrovato nell'interpretazione a suo avviso troppo survoltata di Kim Rossi Stuart. E, per converso, il film ha provocato polemiche in quanto in sospetto di conferire attrattiva a una figura discutibile. In realtà il biopic si inserisce nel filone della gangster story, che ha insita in sé questa ambivalenza di conferire statura di protagonista a un personaggio negativo pur evidenziandone le malefatte. È un terreno non facile, dove Placido regista si è mosso con piglio hollywoodiano, coadiuvato da un bel cast nel quale Rossi Stuart svetta straordinario." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 gennaio 2011)

"Al cinema contano il racconto e la regia. Così il film insiste sullo scontro col clan Turatello, ma smussa le conseguenze di efferatezze e rapine (...). Insomma enfatizza i lati avventurosi del protagonista: le sue donne, da Valeria Solarino a Paz Vega; i complici a cui è profondamente legato; il traditore e tossico, Filippo Timi, che Vallanzasca sgozzerà con le sue mani. Sfiorando appena il contesto storico, che qui è fatto di abiti, auto, pettinature, atmosfere, ma poco di fatti, cifre, clima politico e sociale, mentalità (...). Però lo schermo si ricopre di Tg e prime pagine quando Vallanzasca viene arrestato a Roma (sempre mentre fa sesso, è naturale, un capo è un capo) e diventa una 'star'. Certo, il cinema racconta il mito, non la realtà. Ovvero il modo in cui la realtà diventa mito, Hollywood insegna. E questo è - apertamente - un film 'di genere'. Ma allora perché non cambiare nomi, pur mantenendo l'ispirazione? Solo perché il nome vero è un marchio e una garanzia di successo? 'Vallanzasca' non forza mai le regole di un genere ormai ben codificato (...). Dunque aggiunge poco, se non in senso puramente spettacolare, a quanto già si sapeva. In fondo è questo il problema. Al cinema chiediamo di arricchire la realtà storica, cioè di renderla ancora più significativa, strutturata, complessa. Bisogna meritarsela la leggenda. Anche sullo schermo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 gennaio 2011)

"Placido è un regista di grana grossa, alterno nei risultati perché poco portato alle sfumature (che fanno la differenza). In questo caso si mantiene su di una stentata sufficienza, visto che l'epopea noir della Milano anni '70 - accompagnata dalla voce narrante del protagonista Kim Rossi Stuart - ha qualche buona carta da giocare, ma sconta anche vistose debolezze. Col segno più vanno, innanzitutto, tramandate le interpretazioni (...). Così com'è giusto rimarcare il ritmo sufficientemente adrenalinico di quella che fu una faida capace di trasformare la metropoli (e non solo) in un sanguinoso campo di battaglia, una fotografia adeguata e l'impressionante escalation di violenza che risponde alle caratteristiche impulsive e muscolari del Placido furioso. Dove 'Vallanzasca' (...) perde colpi è nella vividezza e credibilità degli sfondi e nella mancanza di una forte chiave di lettura, non in senso moralistico, per carità. Al contrario di quanto sperimentato in 'Romanzo criminale', infatti, il regista procede come per routine o per inerzia, sorvolando sul contrappunto sociologico in senso stretto, ma tralasciando nel contempo lo sforzo di trasfigurarlo in un'inedita dimensione mitopoietica." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 21 gennaio 2011)

"Piacerà a chi ha amato 'Romanzo criminale' sempre di Placido. 'Vallanzasca' è la prova del nove che l'attore regista lucano a raccontare gli efferati mascalzoni ci sguazza. Mentre invariabilmente con i buoni sentimenti ('Un eroe borghese', 'Il grande sogno') la sua bravura scende a livello molto, molto medio." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 gennaio 2011)

"Dopo il 'Romanzo criminale' di Roma, ecco quello di Milano, 'Vallanzasca - Gli angeli del male', distaccato e superfluo quanto l'archetipo. Solo in parte è colpa di Michele Placido, sceneggiatore e regista: il delinquente offre spunto per un buon film facendone - e non solo definendolo - l'angelo del male. Qui abbiamo solo un impiegato della mala più furbo di altri, un po'squilibrato, un po'cialtrone, quasi personaggio da commedia all'italiana. Così non diventa mai ciò che, con altri sceneggiatori, in altri climi storici, ne avrebbero potuto fare Delon o Volonté." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 21 gennaio 2011)

"Protagonista il bello e bravo Kim Rossi Stuart, anche co-sceneggiatore e 'co-regista', Filippo Timi è un gregario (troppo) schizzato, il convincente Francesco Scianna il boss Frances Turatello, mentre 'Gli angeli del male' conferma la ricetta di Michele Placido: adrenalina, ritmo, tagli con l'accetta, introspezione psicologica in libera uscita, ricostruzione storica traballante, epica a buon prezzo. Insomma, un altro 'Romanzo criminale', che non scrive l'agiografia di Vallanzasca, ma neanche lo comprende: parossismo più che umanità, murales più che scultura, prendere o lasciare. È vero, non si dorme, ma nemmeno si sogna o si riflette: il bandito rimane un soggetto misterioso, il film manca l'incontro ravvicinato. E le polemiche? Come la musica dei Negramaro, tanto rumore per nulla." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 21 gennaio 2011)
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