Uno scandalo per bene

ITALIA - 1984
Nel 1926, un vagabondo viene sorpreso a rubare nel cimitero di Torino. Sprovvisto di documenti e di ricordi, senza identità né conoscenze, viene ricoverato nel manicomio di Collegno. Dopo un anno di inutili cure, i medici decidono di pubblicare la fotografia dell'uomo su alcuni giornali. Si fa avanti una famiglia borghese di Verona: quel poveretto è il professor Giulio Canella, a suo tempo partito per la guerra e dato per disperso in Macedonia. Mentre il riconoscimento è immediato ed esplicito da parte del fratello e di alcuni amici, la moglie Giulia sembra sulle prime assai esitante. Ma porta via con sé lo stesso lo sconosciuto e comincia a vivere con lui, tentando pazientemente di ricostruirgli una identità, di sollecitare i suoi ricordi finché, poco a poco persuasa, ricomincia ad amarlo come un tempo. Ma all'improvviso arriva un ordine di incarcerazione: un'altra famiglia, quella dei Bruneri (costituita da una moglie, un fratello, un bambino, nonché un'amante) hanno riconosciuto nell'uomo, che è sempre smarrito ed assente, la persona di Mario Bruneri, tipografo, anarchico e ricercato per imbrogli e furti. Comincia così da parte di Giulia Canella una autentica lotta a suon di legali, confronti, testimonianze e processi, per avere il diritto di tenersi in casa il disperso e ora ritrovato marito. L'opinione pubblica di tutta l'Italia è divisa in due veri e propri partiti, entrambi assolutamente convinti di avere ragione. Una prima sentenza del Magistrato decide che non si tratta né del professore veneto, né del tipografo torinese: le ambiguità e le incertezze, nonché la discordanza delle prove e delle testimonianze non consentono un giudizio inequivocabile. Lo smemorato di Collegno, uscito di carcere, torna a vivere con Giulia, pur senza riuscire a ricordare nulla di preciso e di determinante e l'ultimo processo si conclude con la convinzione della corte che quell'uomo sia il pregiudicato (e simulatore) Mario Bruneri, il quale, pertanto, deve tornare in carcere. Giulia chiede ed ottiene la riapertura del processo e lo smemorato sconta solo due dei quattro anni a suo carico: dopo di che i Canella si trasferiscono in Brasile, dove l'uomo muore nel 1941. Nel 1970, la Santa Sede riconobbe come di Giulio Canella i due figli da lui avuti con Giulia.
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICO COLORE
  • Produzione: FULVIO LUCISANO PER ITALIAN INTERNATIONAL FILM, SCREEN WORLD, RAI-RADIOTELEVISIONE ITALIANA
  • Distribuzione: PIC - DOMOVIDEO

NOTE

- NE ESISTE UNA VERSIONE TELEVISIVA DI 167', ANDATA IN ONDA IN DUE PARTI IL 9 E L'11 APRILE 1986.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 1984.

- PREMIO DAVID 1985 PER MIGLIORE PRODUZIONE (FULVIO LUCISANO).

CRITICA

"Fu, quella, una scandalosa vicenda e fu un processo clamoroso (con un Canella difeso da Francesco Carnelutti). Fu l'Italia divisa in due fazioni, accanite e furenti, e percorsa da un'accesa passionalità, da sincera pietà, ma anche da curiosità morbosa. In mezzo a tali vortici lui, lo smemorato: paziente o attonito, con rarissimi lampi e brandelli di memoria, ma anche con silenzi abissali e sconfortanti, duttile e, all'occorrenza, ottuso, candido o impostore. Un essere indecifrabile. Un enigma. Un uomo senza passato (o non, piuttosto, con un passato dai confini sfumati sì, ma in fondo esistente e che era comodo non riesumare, pena la galera?) Un colto professore del ceto borghese più perbenista o non, invece, un truffatore di mezza tacca, sovversivo per giunta e - davanti alla porta del confortevole nido che la 'signora Giulia' gli consentiva di oltrepassare con tutti i diritti - profittatore e simulatore? Diciamo subito che tutto ciò che nel film è puntuale ed intelligente cronaca di quei lontani avvenimenti e concatenazione di essi sul piano personale, temporale e giudiziario ha trovato nella regia di Pasquale Festa Campanile il più diligente e acuto interprete. I valori drammatici di quella vicenda, i suoi significati, le ambiguità, le contraddizioni di ogni personaggio trovano quasi sempre l'occasione giusta, i momenti più consoni e la visualizzazione più pertinente. Il dramma, insomma, c'è e lo si avverte. Né può dirsi che il regista assuma deliberatamente posizione pro-professore o pro-tipografo; al contrario, la stessa lucidità del racconto cinematografico è prova e dimostrazione della sostanziale obiettività di colui che si è posto dietro la macchina da presa (...). La stessa esatta, quasi ossessiva ricostruzione degli ambienti esterni ed interni, come pure dell'atmosfera stessa di quegli anni e di quei luoghi nella provincia italiana, convalidano una tale impressione. Quello che manca, invece (e questo è anche, a monte, un problema di sceneggiatura) è il problema centrale e universale: quello della vera, autentica 'identità' della persona, quello delle molte 'verità', delle ambiguità, di ciò che 'è' e di ciò che 'appare' in fuggevoli riflessi. (...) Curiosamente esso è dramma - di un uomo (retto o turlupinatore che sia), di una donna e di alcuni altri pure - ma non assurge a tragedia." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 98, 1985)
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