Una questione privata

ITALIA, FRANCIA - 2017
3/5
Una questione privata
Milton, ragazzo introverso e riservato, e Giorgio, allegro e solare, amano Fulvia. Lei si lascia corteggiare da entrambi, giocando con i loro sentimenti. I tre ragazzi nell'estate del 43 si incontrano nella villa estiva di Fulvia per ascoltare e riascoltare il loro disco preferito: "Over the Rainbow". E nonostante la guerra, sono felici. Un anno dopo tutto è cambiato. Milton e Giorgio sono ora partigiani. E' inverno e la nebbia è calata su tutto. Milton si ritrova davanti alla villa dei tempi felici, ormai chiusa e si abbandona al ricordo di Fulvia. La custode lo riconosce e invitandolo ad entrare allude ad una relazione tra la ragazza e il suo migliore amico Giorgio. Per Milton, logorato dal dubbio, si ferma tutto: la lotta partigiana, gli ideali, le amicizie. Ossessionato dalla gelosia, vuole scoprire la verità. E corre attraverso le nebbie delle Langhe per trovare Giorgio, ma Giorgio è stato catturato dai fascisti. L'unica speranza è trovare un prigioniero fascista da scambiare con l'amico, prima che questi venga fucilato...
  • Durata: 84'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo omonimo di Beppe Fenoglio (Ed. Einaudi, coll. Super ET)
  • Produzione: DONATELLA PALERMO, ERMANNO ED ELISABETTA OLMI, SERGE LALOU, ERIC LAGESSE PER STEMAL ENTERTAINMENT, IPOTESI CINEMA, LES FILMS D'ICI, SAMPEK PRODUCTIONS, CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 1 Novembre 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Dunque, Fenoglio. Autore ostico da comprendere, immaginate da tradurre, non gettonatissimo tra gli sceneggiatori di cinema.
Un’unica sola onesta trasposizione, quella di Guido Chiesa, Il partigiano Johnny, 2000. Autore maiuscolo della letteratura italiana, per quella reticenza al realismo come dogma e alla memorialistica resistenziale per ideale, in nome di una disillusione umana più alta e profonda della vicenda italiana.
Con Fenoglio siamo già nell’allegoria della Storia. Siamo nel campo di gioco dei Taviani. Un orizzonte che ricomprende il realismo nel teatrale, più sconnesso che mitico stavolta, sempre e comunque al di là della fanghiglia ideologica.

Una questione privata conteneva sulla carta l’indole e lo sbocco dell’opera dei Taviani, la catastrofe storica come punto di partenza per la ricerca d’assoluti nella condizione umana. E se il romanzo è tutto un precipitare di situazioni, interiori e storiche, e dei principi implicati, nell’amara coscienza che non c’è, né mai potrà esserci, romanticismo nella guerra, il film dei Taviani, meno coinvolto (ma anche meno preciso), indaga il contenuto della resistenza fuori dalle circostanze e dal loro retaggio ideologico, in una prospettiva insieme idealistica e attuale.

L’avventura di Milton, un Luca Marinelli più allucinato che intenso, è l’eterna avventura umana, in uno scenario fuori dallo Spazio (i Taviani utilizzano le Langhe originarie del romanzo in funzione chiaramente allegorica) e dal Tempo (Memoria, Sogno e Presente si alternano senza soluzione di continuità lungo lo stesso asse cronologico). La disperazione della purezza perduta ma anche l’occasione del pragmatismo. Resistere oltre il concupire di ideali (l’Amore, l’Amicizia, la Lealtà) che annebbiano il cuore e l’intelletto, per ritrovare sufficiente presenza di spirito che il momento richiede. Riconoscersi uomini d’azione prima che di lettere.
Come dire, lasciamo le questioni private agli scrittori. Il pubblico chiama, il dover essere incombe. Ah, che audaci questi Taviani…

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE CINEMA; CON IL SOSTEGNO DI: REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO, FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE.

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA XII EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2017).

- CANDIDATO AL DAVID DONATELLO 2018 PER: MIGLIORE SCENEGGIATURA ADATTATA.

- CANDIDATO AL GLOBO D'ORO 2018 PER: MIGLIORE FOTOGRAFIA (SIMONE ZAMPAGNI).

CRITICA

"Per una volta i due fratelli italiani si sono divisi i compiti (la regia è solo di Paolo, per i postumi di un incidente che ha tenuto Vittorio lontano dal set) ma il film è totalmente di entrambi, coerentissimo con un percorso che ha sempre chiesto al cinema di farsi strumento di riflessione e di discussione, di confronto con la Storia e con il Presente. Anche a costo di apparire fuori moda. Fedele al romanzo di Fenoglio (...). Non è la prima volta che i Taviani scavano dentro le incoerenze dell'impegno, l'irrazionalità di azioni che dovrebbero essere mosse solo dalla ragione, ma qui lo fanno dal punto di vista esistenziale più che da quello ideologico. La rabbia del partigiano Milton prende forza dalla gelosia dello spasimante Milton, quasi se ne nutre, per restituire una complessità di motivazioni che non può non rimandare alla confusione dei giorni nostri. E i due fratelli lo raccontano come hanno sempre fatto, evitando le facili allusioni e i moralismi, con uno stile che può sembrare fin troppo «pacato» rispetto alle imperanti mode sincopate, dove ogni immagine trova un senso grazie al legame con il tutto e mai per la pura voglia di stupire, scegliendo una recitazione classicamente mimetica e una fotografia (di Simone Zampagni) dai toni compressi, mai eclatanti, come a restituire la «bruttezza» (morale prima che estetica) di quegli anni bui. Privilegiando così la coerenza con la propria storia che l'adesione agli imperativi di una presunta modernità." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 28 ottobre 2017)

"Paolo e Vittorio Taviani (...) hanno davvero conosciuto, da adolescenti, l'epoca del film (che hanno tra l'altro raccontato in 'La notte di San Lorenzo'). Ma qui sembrano piuttosto tentare una sorta di riattualizzazione metaforica e metastorica, provando a far incarnare a un gruppo di giovani d'oggi, come in trance, lo spirito di quell'epoca. L'esperimento riesce solo in minima parte, anche a causa delle evidenti carenze di gran parte del cast, sintomo forse di un'incertezza più generale di tono: tra realismo e astrazione, tra distanza saggistica ed elegia, tra dialoghi letterari riproposti tali e quali, e gusto del paesaggio che conduce verso la fiaba. Rimangono certe atmosfere sospese, i momenti in cui si avvertono la paura, la nebbia, il freddo e la fatica; e rimangono pur sempre la presenza scenica e lo sguardo allucinato di Marinelli, che era in effetti l'unico attore italiano a poter interpretare la febbrile ossessione di Milton." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 28 ottobre 2017)

"Immerso in un universo di nebbia per rendere più concreta la lontananza è l'inizio di 'Una questione privata' dei fratelli Taviani. Si tratta, visto oggi, della lontananza degli anni, il 1943 della guerra partigiana, del ricordo dei tanti protagonisti di quell'epoca ormai scomparsi o colpiti nel pieno della gioventù, dell'occultamento sempre più evidente della Liberazione come momento fondativo del paese. I fratelli Taviani si ispirano al romanzo di Beppe Fenoglio pubblicato postumo nel '63 quando già l'argomento sembrava esaurito (il titolo lo mise Calvino colto da una frase) come a ribadire la loro militanza e lo fanno con uno stile che incanta, come a sfogliare quelle pagine già quasi pronte a fornire una sceneggiatura, ripescare le parole a volte un po' attempate che diventano movimenti di macchina. E con Roberto Perpignani che inventa la strategia di un montaggio che non ti lascia abbandonare i sentieri delle valli, coautore strepitoso per affinità elettiva. (...) Le scene si susseguono come pagine sfogliate, con il tempo giusto della lettura e dei particolari che restano impressi nella memoria (...), con scene struggenti che portano il marchio dei registi (...)." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 28 ottobre 2017)

"Luca Marinelli, strappato alla routine delle sue giustamente apprezzate prove precedenti, è l'oggetto misterioso del film: da una parte appare vagamente spaesato, sottotono, quasi inibito dall'impronta autoriale del contesto; dall'altra si ritrovano i lampi del suo innegabile carisma in una recitazione che comprime, sino a farne percepire lo strazio fisico, la delirante veemenza del protagonista. In effetti il problema del film sta proprio nel nucleo stilistico che lo caratterizza. E se sulla maniera ieratica, pantomimica e altisonante del cinema dei Taviani si accese negli anni Ottanta un forte dibattito tra critica ufficiale e cinefilia francesizzante, oggi si tratta più prosaicamente di vedere cosa giova e cosa no allo stato di salute del cinema italiano. Certo i passaggi del racconto che restano fedeli al metodo degli anziani, ma tutt'altro che distratti fratelli possono trasmettere brividi poetici e intensità d'atmosfere del tutto ignoti agli spettatori ancora disposti a dare fiducia al cinema di casa ai quali, paradossalmente, «Una questione privata» può finire col sembrare un film insolito, spiazzante se non addirittura sperimentale. Com'è anche vero che le tonalità dei dialoghi tutt'altro che piemontesi, la staticità dell'affabulazione, la caratterizzazione di alcuni protagonisti (vedi la Fulvia pseudo-fascinosa dell'inesperta Bello) e alcune comparse (per esempio i contadini che parlano come libri stampati) o l'andirivieni dei personaggi che spuntano fuori dichiarando chi sono e che faranno, rischiano di rendere il film inerte e pretenzioso agli occhi di molti altri. Va bene, in definitiva, stilizzare la Storia e sfrondare la Resistenza - che fu poi in realtà guerra civile - dalla retorica d'ordinanza, però gli effetti speciali abborracciati e la fotografia non all'altezza dei livelli attuali non contribuiscono a valorizzare l'omaggio alla memoria collettiva, integrato a quella bruciante e commovente tramandata dalla gioventù di ogni epoca." (Valerio Caprara, ''Il Mattino', 2 novembre 2017)

"Come ampiamente rilevato, nella poetica fenogliana il libro segna una decisa svolta dal memorialismo al romanzesco, ma i Taviani non trascurano la fondamentale importanza del «fitto della guerra civile» in cui è immersa la vicenda; e sul fremente controcanto dei ricordi del protagonista (...) imbastiscono una trama di errabondi spostamenti per boschi e sentieri che richiama la complessità storica del quadro. In Fenoglio avvertiamo l'influenza dei romantici inglesi (in primis Thomas Hardy), i fratelli prediligono un registro straniato non esente da tocchi di brechtiana ironia: tuttavia i tre hanno in comune l'imperativo morale e una dostoevskiana visione della natura umana. Così finisce che questo film di pura firma Taviani rispecchi la pura essenza Fenoglio." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 2 novembre 2017)

"I fratelli Taviani invecchiano dignitosamente trasferendo sullo schermo le storie già girate da altri. La loro è la terza versione del romanzo di Fenoglio ed è abbondantemente la migliore. E Luca Marinelli, l'attore italiano del momento (...) sta dimostrando di film in film di avere la stoffa dei numeri uno." (Giorgio Carbone, 'Libero', 2 novembre 2017)

"I 'fratelli' del cinema italiano (...) tengono duro sul bisogno di non perdere il sentimento del tragico annidato nella memoria di fatti collettivi ed emozioni private, e a 85 anni traducono Fenoglio combinando la distanza critica del palcoscenico e l'impatto neorealista del paesaggio (le langhe nebbiose della guerriglia tra Pavese e Rossellini). (...) Qualche stonatura di scena, ma prevale il racconto epico insediato nel monologo interiore del protagonista." ('Nazione-Carlino-Giorno', 2 novembre 2017)
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