Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

En duva satt på en gren och funderade på tillvaron

NORVEGIA, FRANCIA, GERMANIA, SVEZIA - 2014
4/5
Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza
Come una coppia di Don Chisciotte e Sancio Panza dei nostri tempi, Sam e Jonathan, due venditori ambulanti di travestimenti e articoli per feste ci accompagnano in un caleidoscopico viaggio attraverso il destino umano. È un percorso che svela la bellezza di singoli momenti, la meschinità di altri, l'ironia e la tragedia nascosti dentro di noi, la grandezza della vita, ma anche l'assoluta fragilità dell'umanità.
  • Altri titoli:
    A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: RED EPIC , REDCODE RAW (5K), D-CINEMA (1:1.66)
  • Produzione: ROY ANDERSSON FILMPRODUKTION, IN CO-PRODUZIOEN 4 ½ FIKSJON AS, ESSENTIAL FILMPRODUKTION, PARISIENNE DE PRODUCTION, SVERIGES TELEVISION AB, ARTE FRANCE, CINÉMA, ZDF/ARTE
  • Distribuzione: LUCKY RED
  • Data uscita 19 Febbraio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Qualcuno volò sul nido del piccione e trovò il Leone: d’Oro. Roy Andersson, il cultissimo regista svedese, che ha vinto la 71. Mostra di Venezia con la conclusione della sua trilogia “sull’essere un essere umano”: dopo Songs from the Second Floor (2000) e You, The Living(2007), ecco A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence.
Il buon Roy incornicia tre incontri con la morte – infarto del marito che stappa la bottiglia con moglie canterina; vecchia in agonia che non molla i gioielli ai tre figli; passeggero esanime su un traghetto con consumazione già pagata – e dà il là a una riflessione esistenzialista che frulla Hopper, Bruegel e Ikea su basso continuo estraniato e straniante: due commessi viaggiatori che sono “nel divertimento” provano a vendere canini e canini extra lunghi da vampiro, sacchetti che ridono e maschere da zio con dente solitario; Lotte la Zoppa vende grappa a 50 centesimi o bacio; Re Carlo XII di Svezia sfratta le donne dal bar e trotta ucronico verso la sconfitta; un marinaio non trova l’appuntamento et (mor)alia.
Glory, Glory, Hallelujah, canta il Leitmotiv, ma che c’è da festeggiare? Più di qualcosa: il cinema diorama di Andersson, che impaglia il reale, cristallizza il divenire e riflette sull’esistente, ancor prima che sull’esistenza.
Colori smortaccini, vite di uomini non illustri, un aforisma lungo un film che sarebbe piaciuto, crediamo, a Giuseppe Pontiggia. C’è del surreale in Svezia, e merita di essere colto, nonostante questo Piccione possa risultare indigesto a più d’uno: ci vuole pazienza, e  costanza, per entrare nella materia, capire che tra humour, nonsense e sospensione dell’impassibilità si nasconde un tesoretto.
“Parla di noi, della nostra vita”, dice il regista, che dal colonialismo agli esperimenti sugli animali mette alla berlina le disforie, le turpitudini passate e presenti (?) dell’Occidente: riflettiamo, dunque, sull’esistenza, riflettiamo su come non finire impagliati, meglio, disanimati a nostra volta. Perché Roy Andersson non fa sconti: il ramo può attendere?

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI: SVENSKA FILMINSTITUTET, EURIMAGES COUNCIL OF EUROPE, NORDISK FILM-OCH TV FOND, NORSKA FILMFONDEN, FILM-UND MEDIENSTIFTUNG NRW, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE.

- LEONE D'ORO ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014).

CRITICA

"Chiariamo subito (...) il film dello svedese Roy Andersson (...) non è un film per tutti. Lo si capisce anche dal titolo. Non è adatto, ad esempio, a chi non può fare a meno di una struttura narrativa tradizionale, di una storia con un inizio e una fine. Sarebbe difficile persino raccontarvi una trama. Ma ci sono due personaggi che ricorrono (...). Insieme a loro attraversiamo mondi surreali, popolati da altri personaggi paradossali, tragicomici e grotteschi, che tra ossessivi tormentoni e gesti ripetuti, riflessioni filosofiche ed episodi da commedia nera, ci spingono a riflettere sulla solitudine che ci avvolge, sull'assurdità di tante vicende umane. Spesso non vi è un nesso logico tra le storia a cui assistiamo, ma il gusto pittorico di Andersson per l'inquadratura non potrà che catturare gli occhi dello spettatore in cerca al cinema di qualcosa di diverso." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 20 febbraio 2015)

"Aspettando Godot trascorre la Storia nelle sciocchezze ripetitive della vita quotidiana. Monocromia grigio fumo, relazioni prive di sentimento, trentanove quadri viventi quasi-comiche in altrettanti piani sequenza, ognuno al suo posto, ma qual è il posto? (...) Volatile saggio dello svedese Roy Andersson, cineasta di 5 film in 40 anni. Qui chiude la sua trilogia sull'umanità, anzi «sull'essere un essere umano» (dopo 'Songs from the Second Floor' e 'Gioisci vivente!'). Il titolo 'Un piccione seduto sul ramo riflette sull'esistenza' introduce l'ironia della contemplazione surrealista, a cui s'ispira il regista, tra Beckett, Buñuel e Kaurismäki. Unico, disperato, diverte e fa piangere." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 20 febbraio 2015)

"Lo diciamo prima noi, che in 'Un piccione seduto sul ramo riflette sull'esistenza' (...) non si capisce, niente. Sembra. Poi, più ci pensi, più il film pare un nonsense geniale, con metodo: e si capisce tutto, solo che fa paura. Fa anche ridere. Sono 39 sketch in piano sequenza dove lo svedese Andersson organizza il teatrino della disperazione comica, seguendo Beckett, che diceva che niente è più comico dell'infelicità. Nel match tragedia-risate, le scene di vita non quotidiana, inserite in magnifica cornice coreografica d'espressionismo astratto e rimandi a Hopper, Brueghel il Vecchio (è lui l'autore del piccione), ci sono fissi due venditori falliti di scherzi di Carnevale e altra molto varia umanità partendo da tre morti iniziali. E non è escluso che siano già tutti revenant (...). Irresistibili scene: il bar di Lotta la zoppa, il tormentone della telefonata dove siamo tutti contenti che stiamo bene, la scostumata scuola di flamenco, fino a apparizioni finali, il sogno e la gente che alla fermata del bus discute sui giorni della settimana. Tutti in attesa di Godot, ancorando la salvezza all'assurdo, al mutismo di Keaton, tra l'orrore del passato e la nostalgia del futuro, in una escalation di angosce da ora del lupo in cui non si ha più neanche il coraggio di formular domande. E in questo senso si capisce tutto: il film che chiude la trilogia «essere un essere umano» va visto, pensato, introiettato ma non espulso perché mai come stavolta è il film che sta guardando noi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 febbraio 2015)

"Cinquanta sfumature di Roy Andersson. Se il titolo non fosse già occupato sarebbe perfetto per questo film svedese (...) che esplora tutte le possibili combinazioni fra tragico e comico sorprendendoci fino alla fine. Né commedia né tragedia dunque, ma nemmeno semplice black comedy o commedia dell'assurdo. Andersson, 71 anni e 7 film, coltiva la bizzarria fin dal titolo (...). Ma non cade mai nel futile o nel compiaciuto. Tanto la libertà di tono è assoluta, quanto l'organizzazione del racconto è rigorosa. E irresistibile. Sono 39 brevi 'quadri' staccati in cui ricorrono personaggi senza rapporti apparenti, ma tutti ugualmente vulnerabili e forse imperdonabili. Le inquadrature sono fisse, le luci soffuse, i colori tenui. Ciò che accade è ora esilarante ora terribile, e spesso le due cose insieme. Piccoli incidenti, sfasature, smagliature in cui appare di colpo il (non) senso della vita. (...) Sul piano visivo si pensa a Hopper (Andersson cita anche le statue iperrealistiche di Duane Hanson e George Segal). Come cinema non siamo lontani da Kaurismäki, altro grande scandinavo. Ma il finlandese racconta storie, ed è cinefilo e ideologico. Andersson è più primario, o forse primitivo. I personaggi non sono ricchi e poveri o sfruttati e sfruttatori, ma magri e grassi, vecchi e giovani, maschi e femmine. O presenti e passati, (...) il salto temporale consente un salto di registro non meno clamoroso (...)... E se sulla pagina il tutto può suonare strambo, sullo schermo ogni scena si fonde alle altre in un insieme imprevedibile che svela minuscole o enormi assurdità. (...) Ma a un talento simile perdoneremmo ben altro." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 febbraio 2015)

"E' insolito già dal titolo (...). Non è quello che si usa definire 'film per tutti' ma ha tutti i numeri per farsi apprezzare da chi cerca sorpresa, originalità e anche stranezza. II suo andamento ipnotico e iterativo si annuncia subito come lo sviluppo conclusivo di una trilogia, su un doppio registro filosofico e umoristico (nero, nerissimo) piuttosto spiazzante: il film mi sta prendendo per i fondelli? Potrebbe chiedersi lo spettatore. Imperturbabili, impassibili, i personaggi dei fulminanti tre prologhi e degli episodi che seguiranno formano un repertorio di desolazione totale ma sono al tempo stesso assolutamente comici. Il film è fatto di segmenti brevi che sono anche quadri quasi fissi la cui composizione manifesta uno spiccato gusto pittorico (il regista dichiara Otto Dix, ma viene anche da pensare a Hopper) o forse fotografico, e per la scelta degli ambienti dai quali emerge un sapore vintage, di compostezza scandinava proprio come il luogo comune se la immagina, di controllo e compressione dei sentimenti che invece, dentro, gridano; provocando, quando raramente l'equilibrio salta, esiti deflagranti. (...) manca il respiro per sostenere fino in fondo la durata convenzionale." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 19 febbraio 2015)

"Certo «Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza» è un titolo tanto criptico quanto stuzzicante, ma questo non vuol dire che quello del settantunenne regista svedese Andersson sia un film trascinante. Certo l'ultimo tassello della sua trilogia «sull'essere umano» - 39 brevi piani-sequenza bloccati come «quadri viventi» e tenuti insieme da un esile gioco di raccordi - rimanda a grandi modelli come Buñuel, i Monty Python, Kaurismäki e soprattutto al Teatro dell'assurdo di Beckett, ma questo non vuol dire che abbia meritato il Leone d'oro di Venezia 2014. Certo l'umorismo nero che pervade la messinscena di una realtà tragicomica e grottesca è coerente a un programma di straniamento totale, ma questo non vuol dire che il sentimento del pubblico debba uniformarsi a un taglio così algido e paradossale. Certo l'idea che l'apocalisse non sia un affare di effetti speciali né di profezie filosofiche e che l'amore, il dolore, la crudeltà e il cinismo, la storia e la nostalgia ci riguardino solo come evanescente riflesso di un mondo già trapassato è sommamente allarmante, ma questo non vuol dire che i temi prescelti e le riflessioni e i moniti aggregatici risultino alla fine davvero anticonformisti e originali. (...) L'ipnotico e provocatorio gioco dell'oca (...) alla lunga ruota su se stesso e mescola sino alla saturazione dello spettatore il finto stupore per le brutture dell'occidente cosiddetto (ma oggi non più così tanto) opulento con la vera strategia di accostarle l'una all'altra con un malcelato compiacimento intellettualistico (...) una fotografia che spegne ogni squillo imponendo un sempiterno grigiore autunnale, metaforico, va da sé, dell'umanità contemporanea sprovvista di un passato decente e attesa da un futuro peggiore. Infelicità senza riscatto (...)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 19 febbraio 2015)

"(...) ultimo capitolo di una trilogia intesa a riflettere sul significato dell'esistenza. (...) Un paesaggio urbano popolato di meste figure, quasi sempre gente comune, colte nel quotidiano; il tutto introdotto da tre lunari incontri con la morte e qualche onirico salto nel passato. Andersson poggia sul suo stupidario umano un disincantato sguardo da entomologo che tuttavia tradisce compassionevole empatia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 19 febbraio 2015)

"Peggio per chi non andrà a vederlo, perché (...) merita, e andrebbe protetto, preservato, sostenuto. Soprattutto, visto. (...) Certo, se vi girano le scatole, se avete poco tempo (mentale) e poca pazienza, buttate un occhio alla sala accanto, ma se volete liberarvi in aria laddove osano i piccioni, ecco, questo cinema-diorama ha molto da offrirvi: Andersson raffredda le emozioni, infarina i volti, dilava i colori, impaglia il reale, ma non è un De profundis, se non all'estetica - e all'etica - del cinema mainstream più pastorizzato. Anzi, lo humour la fa da padrone, prendendo per mano nonsense e surrealismo (...). Qui si ride, sorride, bofonchia e, dopo un po', si coglie il disegno complessivo: Un piccione è un aforisma lungo un film, vezzeggia i nostri tic, stigmatizza bonario le nostre inadempienze, sottolinea le nostre indecisioni, i 'vorrei ma non posso', i 'dovrei ma non voglio', il caos del nostro stare tutti giù per terra. Il piccione ci guarda, discerne nella nostra confusione esistenziale, s'orienta nello sfalsamento di tempi, modi e desideri, tuba nell'immenso casino del nostro qui e ora: che volete di più? Assaggiare per credere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 19 febbraio 2015)

"Conclusione della trilogia «sull'essere un essere umano» (...). Primo film realizzato interamente in digitale da Roy Andersson (...). Composto da trentanove piani-sequenza, tutti composti ed eseguiti impeccabilmente, fotografati da István Borbás (che ha anche consigliato l'autore svedese su come gestire la transizione dalla pellicola al digitale), il film è una reinvenzione eliotiana sugli uomini vuoti il cui mondo scompare non con un boato ma un lamento. Un cadaverico aplomb surrealista, da teatro delle marionette in disuso, e una catatonica ripetizione delle situazioni più disperate (...), sono la cifra portante di un film la cui matrice evidente risiede nella riproposizione essiccata di certi stilemi surrealisteggianti della nová vina e la lezione di Miklos Jancsò. Sulla serietà del progetto anderssoniano, dunque, nulla da eccepire. Purtroppo è proprio la sua esibita intenzionalità autoriale a sottrarre fascino a un'operazione che resta come intrappolata nei suoi manierismi e nel suo rigore in fin dei conti inerte. Nel tracciare la parabola discendente della civiltà occidentale, osservata dalla culla della socialdemocrazia protestante, Andersson chiama in causa l'idea stessa di un identità europea affidata quasi esclusivamente a un'idea economica e non a una idea di redistribuzione della felicita. I conti, però, non tornano del tutto filmicamente. Perché a eccezione del piano-sequenza con protagonista Carlo XII, davvero la cosa più miklosjancsiana vista al cinema da decenni a questa parte, resta in fondo una fastidiosa insoddisfazione nei confronti del film.(...) 'Un piccione seduto sul ramo riflette sull'esistenza' si presenta dunque, paradossalmente, nonostante la sua allegra e paradossale ilarità funebre, come un film privo di contrasti. Calato completamente nell'abbacinante luce del suo progetto autoriale, dal quale l'ambiguità e la possibilità di eccedere il perimetro del discorso dato in partenza non è mai contemplata. Un'idea di cinema autoriale un tantino vetusta (...) che non si può non trattare con rispetto e deferenza, ma della quale allo stesso tempo non si può fare a meno di notare l'evidente autoreferenzialità. (...) oscillante fra gusto per la composizione e determinismo del discorso (formale e non) (...) si offre come luogo privilegiato per osservare cosa resta di una certa idea di cinema d'autore europeo." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 19 febbraio 2015)

"Piacerà a patto che prendiate il film per quello che vuol essere: una rappresentazione in trentanove atti (tante sono le scene) della società di oggi, ormai mentalmente alienata. E un teatrino della schizofrenia globale, raggelante anche quando è divertente. Leone d'Oro all'ultimo festival di Venezia. Meritato." (Giorgio Carbone, 'Libero', 19 febbraio 2015)

"Come critico, il primo incontro che ho avuto con il regista svedese Roy Andersson è stato nel 2000, con il suo film 'Canzoni del secondo piano'. Non ho visto, perché non è mai uscito in Italia, il seguente 'You the Living' del 2007. E' noto però che quello di oggi, intitolato 'Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza', conclude, con stile eguale, una sua ambiziosa trilogia proprio sull'esistenza e il quotidiano, visti attraverso una lente deformante che tende, spesso in cifre di umorismo nero, a rifare al cinema il teatro dell'assurdo di Beckett. Per ricordarlo oggi si serve di una quarantina di scene, con scarsi collegamenti fra loro, salvo quando certi personaggi di una trasmigrano in un'altra, con gli stessi sentimenti e gli stessi problemi. In mezzo, seguiti quasi dall'inizio alla fine, due venditori ambulanti che possono assomigliare per caratteri e per atteggiamenti simili ora a Don Chisciotte e Sancho Panza, ora addirittura a Stanlio e Ollio, uno difatti sempre tronfio l'altro poco sveglio, che si alternano, senza mai collegarsi a tutti gli altri personaggi (...). Quel mondo che l'autore demolisce con ironia spietata e con tecniche del tutto insolite, come, ogni volta, una scena fissa senza movimenti di macchina, con personaggi spesso immobili per imitare, forse, i 'tableaux vivants', mentre, emergendo da lontano, fasciano ogni immagine fra il grigio e il verde tenue, atmosfere musicali derivate dalla traduzione svedese classica e moderna. Gli interpreti rispettosamente si adeguano." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 18 febbraio 2015)

"In Svezia evidentemente si aspetta ancora Godot. O almeno lo aspettano i personaggi del film di Roy Andersson 'En duva satt på en gren och funderade på tillvaron' (Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza), dove di fronte a una macchina da presa fissa, dentro scene sostanzialmente monocromatiche, uomini e donne con la faccia schiarita da un trucco antinaturalistico, aspettano qualcosa che non sanno nemmeno loro, forse un inafferrabile Godot, forse solo che passi il tempo e metta fine alle loro solitudini (...). C'è un bar che in passato aveva vissuto momenti di maggior vitalità, un militare che arriva sempre in ritardo ad appuntamenti inesistenti, due rappresentanti incapaci di vendere il loro campionario di oggetti 'divertenti' o pensionati che ripetono sembra la stessa frase fatta al telefono... All'improvviso, il passato fa irruzione nel presente (...) dove grottesco, surrealtà, ironia e tristezza si intrecciano in maniera indissolubile. E spesso comica. Peccato solo che la totale mancanza di una evoluzione narrativa (il film poteva durare altre due ore o mezz'ora meno e non sarebbe cambiato poi molto) finisca per togliere forza a questo insolito e curiosissimo oggetto." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 3 settembre 2014)

"Non tutti gli svedesi somigliano a Bergman. Neanche Roy Andersson si fa illusioni sull'umanità. Illustra però il suo punto di vista con ironia e geometria (gli interni somigliano a quadri di Edward Hopper, virati nei beige e nei verdini meno invitanti). (...) Se il Leone d'oro deve andare a qualcosa di bello e originale, scordatevi il gobbetto Leopardi e scegliete 'Il piccione che sul ramo riflette sull'esistenza' (complimenti anche al titolo)." ('Il Foglio', 3 settembre 2014)
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