Un americano a Parigi

An American in Paris

USA - 1951
Jerry Mulligan giunge a Parigi dopo la prima guerra mondiale e finalmente nella "ville lumière" può dare sfogo alla sua vera passione: la pittura. Il giovane, bello ed esotico, desta subito l'interesse di una ricca ereditiera che fa collezione di quadri ed amanti. Dopo un breve smarrimento Jerry si accorge che non è fatto per una vita simile e che il denaro lo interessa ben poco. E' invece molto più attratto da Lise, una bella francese giovane e povera. Lise è però a sua volta fidanzata con un pianista perdutamente innamorato di lei...

CAST

NOTE

- COREOGRAFIE: GENE KELLY.

- PREMIATO CON 6 PREMI OSCAR 1952: MIGLIOR FILM, MIGLIOR SCENOGRAFIA, MIGLIORI COSTUMI, MIGLIORE SCENEGGIATURA, MIGLIORE FOTOGRAFIA, MIGLIORE COLONNA SONORA.

- NUMERI MUSICALI: GOETZ E DE SYLVA.

- PRIMA USCITA IN ITALIA: 6 SETTEMBRE 1952. NEL 2016 TORNA IN SALA LA VERSIONE RESTAURATA.

CRITICA

"Questo film - una commedia sentimentale musicale - è arcinoto, anche perché alcune delle sue più celebri sequenze sono state inserite in recenti prodotti antologici. Ciò nonostante, la sua riedizione integrale è del massimo interesse, perché le pagine da manuale sono più numerose di quelle menzionate nelle succitate antologie hollywoodiane. E' noto, infatti, come per il ballo finale, oltre alla prestazione di Gene Kelly nella doppia veste di coreografo e primo ballerino, è tuttora sorprendente quella di Leslie Caron (allora 19enne ed esordiente); i due protagonisti sono accompagnati da 120 ballerini, 220 costumi riempiono le fantastiche scenografie; Minnelli, solo per questo gran finale ha speso 450.000 dollari. Tuttavia, sarebbe ingiusto non citare almeno la sequenza onirica riuscitissima in cui Oscar Levant, nella parte del pianista Adam, sogna il proprio finalmente compiuto concerto e si vede nelle vesti del pianista, del direttore d'orchestra, del batterista, del violinista moltiplicato e dello spettatore in un palchetto. Ma, a parte le sequenze più note, tutto il film merita uno studio approfondito per i tre suoi maggiori interessi: 1. la musica del grande George Gershwin; 2. la vasta concezione dello spettacolo dimostrata da Vincente Minnelli che in questa pellicola fonde egregiamente diversi generi; 3. la ricostruzione parigina fatta mediante una sorta di omaggio ai pittori impressionisti. Come tutti sanno, il film è un balletto cinematografico, non alla moda del music hall, bensì sotto forma di narrazione. Ovviamente la vicenda, sentimentale e delicata, è assai seocndaria rispetto alla musica, alle danze e alle coreografie." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 89, 1980)

"Ai tempi (1951) questo fu un capolavoro anche coraggioso per la Mgm: non i soliti gossip dietro le quinte a Broadway, ma un piccolo grande amore sulle rive della Senna poi amate da Woody Allen. E se i personaggi minori soffrono di sensi unici vintage (la riccona, il pianista artista) le scenografie sognate di Parigi in cartolina, i numeri di Gene Kelly (l'ultimo di 17') e della deb Leslie Caron (in anticipo su Audrey Hepburn) con musiche dei Gershwin bros, portano al top i valori di un genere che prese 6 Oscar." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 giugno 2016)

"La favola romantica - letteralmente disegnata sullo schermo dalla fusione delle recitazioni e le coreografie con le sublimi musiche e parole di George e Ira Gershwin - (...) include (...) una miniera di cellule cinematografiche primarie. La prima delle quali riguarda il talento del regista, fortificato dall'intesa con il mitico produttore Arthur Freed della MGM, nel cogliere fingendosi narratore naif venuto d'oltreoceano i valori di una cultura secolare e stratificata. Cruciali in questo senso sono, per fare un esempio, i numeri «Our Love Is Here To Stay» o «I Got Rhythm» con i quali Kelly comunica attingendo all'acrobazia e la disciplina (appunto americane) tutta la grazia e la delicatezza del glamour parigino. L'alchimia fondamentale consiste nel trasformare il kitsch di una visione turistico-folklorica in sofisticata essenza visionaria, ricca di gioia di vivere e sospinta dalle immutabili leggi del desiderio umano. Come ribadisce la sequenza cult finale, una fantasmagoria danzante di ben 18 minuti in Cinemascope, grazie a cui i capolavori di Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Renoir e Monet si materializzano nella preziosa qualità di un'emozione che non si potrebbe definire in altro modo se non cinematografica." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 giugno 2016)

"(...) scenografie fantasmagoriche ispirate a tutti i grandi pittori impressionisti e post impressionisti (...), in un'esplosione di segni e colori che lascia ancor oggi senza fiato (e anticipa di 40 anni lo Scorsese/Van Gogh a spasso in paesaggi appunto alla Van Gogh in 'Sogni' di Kurosawa: ma l'idea era di Arthur Freed, mitico produttore di musical alla Mgm, non di Minnelli)." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 giugno 2016)

"(...) è uno dei musical più proverbiali, nonché uno dei migliori fra quelli diretti da Minnelli assieme a 'Incontriamoci a St. Louis' (1944) e 'Spettacolo di varietà' (1953) (...) la trama è tutta giocata su equivoci sentimentali a cavallo tra commedia sofisticata e pochade, ma ovviamente la forza e l'originalità del film sta tutta nei numeri musicali. (...) la commistione tra la musica di Gershwin e l'influenza dei pittori impressionisti creò dei numeri visivamente bellissimi. 'Un americano a Parigi' è probabilmente il più 'elegante' dei musical classici, ma questo non giustifica minimamente la miopia di chi, negli anni, l'ha definito pomposo o manierista. Basterebbe la contagiosa energia di Gene Kelly, nel ruolo di Jerry, per renderlo entusiasmante. (...) E' un cinema lontanissimo dal gusto di oggi, forse... ma se esiste, là fuori, un pubblico per questi ripescaggi vuol dire che il cinema non è morto e che ci sono segnali di vita. Andateci, per favore!" (Alberto Crespi, 'L'Unità', 9 giugno 2016)

"Il giovane pittore e la dolce fanciulla (...) esaltano coi loro volteggi il Technicolor sfavillante che il restauro - curato qualche anno dalla Warner Bros - restituisce nella sua magia. (...) imperdibile il numero finale di 17 minuti di danza che è una delle sequenze più raffinate e costose prodotte a Hollywood. (...) è fondamentale la complicità del direttore della fotografia John Alton, il quale è riuscito a «trasportare» per i numeri in coppia i due attori nei quadri dei grandi pittori impressionisti (e non solo) francesi. Dufy, Renoir, Toulouse-Lautrec, Rousseau, Utrillo disegnano Montmartre, il Moulin Rouge, Place de la Concorde, Pont Neuf in un'esplosione di stili e colori che racconta, come prima la suite di Gershwin, anche lo sconto (e la reciproca attrazione) tra vecchio e nuovo mondo, e quell'amore per la ville lumière che lo stesso Minnelli non aveva mai nascosto. Un Carnevale, una festa mascherata, le fantasie amorose del ragazzo sulla ragazza ancor prima di conoscerla: tutto è fantastico, trascinante, trasognato nella malinconia tenerissima di quella Parigi nel dopoguerra che diventa un'invenzione di cinema. Sì, è davvero un'occasione da non perdere." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 9 giugno 2016)

"Dopo 65 anni, torna in sala restaurato (...): un'imperdibile occasione per godere delle splendide coreografie di Kelly; ammirare la regia 'impressionista' e spettacolare di Minnelli; stropicciarsi gli orecchi con i pezzi senza tempo di Gershwin, tra cui 'Our Love Is Here to Stay'. Un balletto cinematografico mesmerizzante: fatevi questo regalo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 9 giugno 2016)
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