Tutti lo sanno

Hame midanand

ITALIA, FRANCIA, SPAGNA - 2018
2/5
Tutti lo sanno
In occasione del matrimonio della sorella, Laura torna con i figli nel proprio paese natale, nel cuore di un vigneto spagnolo. Ma alcuni avvenimenti inaspettati turberanno il suo soggiorno facendo riaffiorare un passato rimasto troppo a lungo sepolto.
  • Altri titoli:
    Todos lo saben
    Everybody Knows
  • Durata: 132'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER
  • Produzione: ALEXANDRE MALLET-GUY & ALVARO LONGORIA PER MEMENTO FILMS, MORENA FILMS, ANDREA OCCHIOINTI PER LUCKY RED
  • Distribuzione: LUCKY RED
  • Data uscita 8 Novembre 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Tutto il cinema di Asghar Farhadi, in fondo, ruota intorno a separazione e sparizione. Non fa eccezione l’ultimo, Todos lo Saben (Everybody Knows), sua prima prova in lingua spagnola, dopo i film iraniani – l’ultimo Il cliente, 2016 – e la parentesi in lingua francese, Le passé, 2013.

Stavolta segue il ritorno a casa, un villaggio spagnolo, di Laura (Penélope Cruz), giunta dall’Argentina con i due figli per il matrimonio della sorella: lì ritrova i parenti, nonché l’ex innamorato Paco (Javier Bardem), che nel frattempo s’è sposato. Anche il marito, Alejandro (Ricardo Darin), inizialmente rimasto in Argentina raggiungerà Laura, perché è successa una tragedia: la figlia della coppia, Irene (Carla Campra), è stata rapita, e mentre giungono i messaggi dei sequestratori la famiglia allargata si squassa tra antichi rancori, controversie mai chiarite, segreti e gelosie.

Anche in About Elly (2009) spariva una donna, ma tutto era non detto, sottaciuto e schermato, viceversa, “Lo sanno tutti” non elude quasi nulla, affastellando didascalie, dialoghi a rischio ridicolo e colpi di scena da melodramma a breve scadenza. Si fatica, purtroppo, a riconoscere quel Farhadi in questo, perché alle ricorrenze poetiche (sparizione, angoscia, svelamento) non fa seguito una drammaturgia sapiente, calibrata, distillata, bensì un guazzabuglio di relazioni, un affresco smaccato, un lessico familiare zeppo di esclamazioni.


 

Chissà, forse non padroneggiare la lingua può sortire queste conseguenze: a suo agio con i latini Farhadi non sembra, la maggiore libertà disponibile rispetto ai suoi lavori persiani gli è nociva, lo porta a dire e mostrare tutto, anziché suggerire tra i gangli della censura. Se il mix di generi e registri (altmaniano, dramma familiare, giallo) non trova l’amalgama, la regia spesso denuncia una grammatica televisiva, stile Garbatella e avete capito, e anche la direzione d’attori e gli attori lasciano a desiderare: Cruz ai minimi, Bardem alle prese con battute mortificanti, Darin marginale e fideistico. Tutti lo sanno, che non è un film riuscito.

NOTE

- FILM REALIZZATO IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINEMA, UNTITLED FILMS AIE, RAI CINEMA. IN ASSOCIAZIONE CON MEMENTO FILMS DISTRIBUTION, COFINOVA 14, INDEFILMS 6, COL SOSTEGNO DI ICAA, EURIMAGES, CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL+, FRANCE TELEVISIONS, CINE+, MOVISTAR+.

- PRODUTTRICE ESECUTIVA: PILAR BENITO.

- FILM D'APERTURA, IN CONCORSO, AL 71. FESTIVAL DI CANNES (2018).

CRITICA

"Regista tra i migliori del suo Paese, l'iraniano Asghar Farhadi ('Una separazione') si è distinto come autore di film profondamente umanisti, dove i 'buoni' hanno segreti da nascondere e i 'cattivi' non sono mai del tutto tali. Questa volta si trasferisce in Spagna, anche se con un soggetto in origine destinato all'Iran; e se non rinuncia al dispositivo di fondo del suo cinema, pare un po' spaesato. (...) La trama poliziesca mira a essere soprattutto un reagente di comportamenti; però a tratti la sceneggiatura, farcita di colpi di scena, risulta maldestra." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 08 novembre 2018)

"(...) Il regista iraniano Asghar Farhadi, nuovamente in trasferta in Europa, torna a indagare i temi a lui più cari, come la crisi familiare, la dissezione di una coppia, l'inchiesta e la riflessione morale che scaturisce da una situazione estrema, facendo emergere il bilancio umano e psicologico dei personaggi. Ma questa volta il regista non è altrettanto abile nell'inanellare i suoi arabeschi di sceneggiatura e i passaggi narrativi finiscono per essere ampiamente prevedibili." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 09 novembre 2018)
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