Truth - Il prezzo della verità

Truth

USA, AUSTRALIA - 2015
3/5
Truth - Il prezzo della verità
Mary Mapes, giornalista e produttrice televisiva, per anni ha lavorato alla trasmissione della CBS "60 Minutes", al fianco del noto anchorman Dan Rather. Nel 2004, nel corso della trasmissione Rather rivela di essere in possesso di alcuni documenti che in seguito daranno vita al controverso caso noto come "Rathergate", sui presunti favoritismi ricevuti da George W. Bush per andare alla Guardia Nazionale anziché in Vietnam. Una storia non confermata che, a due mesi dalle elezioni presidenziali americane, ha provocato le dimissioni di Rather e il licenziamento di Mapes, portando tutta la CBS News a un passo dal collasso.
  • Durata: 121'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT, CODEX ARRIRAW (2.8K), PANAVISION (1:2.35)
  • Tratto da: libro "Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power" di Mary Mapes
  • Produzione: BRADLEY J. FISCHER, WILLIAM SHERAK, BRETT RATNER, DOUG MANKOFF, ANDREW SPAULDING, JAMES VANDERBILT PER MYTHOLOGY ENTERTAINMENT, ECHO LAKE ENTERTAINMENT, RATPAC ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: LUCKY RED (2016)
  • Data uscita 17 Marzo 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

C’è stato un momento in cui anche il giornalismo di inchiesta americano ha abdicato pressato da intrecci economici, poteri politici e dai meccanismi di replicazione e dispersione informativa tipici della rete. E quel momento viene raccontato molto bene da Truth, titolo d’apertura alla Festa di Roma, che va a rimpolpare il già nutrito filone dei newsroom-movies.

Il film ricostruisce il “Memogate” del 2004, lo scandalo che travolse la CBS News e alcuni dei suoi giornalisti di punta, in particolare l’agguerrita Mary Mapes e il veterano Dan Rather, volto della trasmissione di inchiesta 60 Minutes. Due professionisti dalla carriera brillante e immacolata prima di andare a sbattere contro un caso di presunti favori accordati a George W. Bush (all’epoca dell’inchiesta inquilino alla Casa Bianca) durante il servizio militare prestato nel ’68, quando riuscì ad entrare nell’aeronautica della Guardia Nazionale evitando di essere inviato in Vietnam.
Ebbene, lo scoop che la Mapes e il suo mentore Dan Rather credevano di aver fatto si rivelerà un boomerang non appena saranno messe in dubbio la solidità delle prove e l’affidabilità delle fonti.

E’ interessante il modo in cui lo script di James Vanderbilt (già sceneggiatore di Zodiac e qui al debutto in regia) sposta di continuo il fuoco prospettico dal problema, riproducendo di fatto il modo con cui il moderno sistema informativo opera un sistematico, non necessariamente volontario, depistaggio. Perciò l’operazione, nobile e impeccabilmente confezionata, possiede il valore aggiunto dello spaccato d’epoca, riuscendo a intercettare un fondamentale momento di trasformazione nel modo di fare giornalismo (la corsa allo scandalo, l’impari e incontrollata concorrenza dei blogger, il ricorso dei grandi broadcaster ai famigerati service esterni per le inchieste, il pensionamento della vecchia guardia).

Per trasparenza di messa in scena e qualità degli interpreti (qui ci sono due fuoriclasse come Cate Blanchett e Robert Redford) è il gemello disperato di Spotlight di McCarthy, che però era più asciutto dal punto di vista retorico e più rigoroso da quello morale. Appare esagerato l’endorsement di Vanderbilt a favore dei due protagonisti, elevati addirittura al rango di eroi nell’improbabile e del tutto assolutorio finale in ralenti. Dimenticando che la lezione del grande giornalismo americano non è mai stata quella di sfidare il potere senza paura. Ma di presentarsi alla battaglia per la verità con le armi giuste: fonti certe e documenti verificati.

NOTE

- FILM D'APERTURA DELLA X EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2015).

CRITICA

"Due pezzi da novanta del giornalismo sfidano la Casa Bianca. E perdono tutto: la faccia, il lavoro, la fiducia in un sistema che anziché proteggerli se ne libera per salvarsi. È la storia vera di Mary Mapes e Dan Rather (...) queste due colonne della libera informazione chiusero la loro gloriosa carriera con un colossale infortunio che 'Truth' di James Vanderbilt (...) rievoca con tutte le astuzie tipiche del genere, a partire dal cast stellare (lei è Cate Blanchett, lui Robert Redford: fantastici, ma è poco dire che gli originali ci guadagnano). Più quel sapore amaro tipico dei film capaci di cogliere dietro i fatti la fine di un'epoca. (...) 'Truth', che potrebbe anche intitolarsi 'Trust', fiducia (parola oggi sempre più vuota e screditata), non è un inno al mito del giornalismo investigativo di una volta. Né l'inutile riabilitazione di una professionista rimasta in panchina da quel 2004. Benché apertamente di parte, l'oliatissima sceneggiatura di Vanderbilt, ispirata al libro di memorie della Mapes (...), dà spazio anche alle debolezze della protagonista. (...) Psicanalisi da Hollywood, certo. Ma anche invito a non dimenticare quel 'fattore umano' che il culto attuale di un professionismo da robot rimuove senza risolvere." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 marzo 2016)

"Nel titolo manca il punto di domanda insito però nella storia. Verità? È possibile fra i condizionamenti della politica e del giornalismo? Il deb James Vanderbilt, che ha scritto film come 'Zodiac' ricalca il genere che ha visto trionfare nel '76 'Tutti gli uomini del Presidente' (e la presenza di Redford come Dan Rather non è casuale) e oggi ci fa ripensare a 'Spotlight' (e a 'Frost/Nixon'). (...) Attuale e tradizionale, il film mostra reporter d'assalto dal vivo, la fatica per scansare pressioni, corruzioni, smentite e macchine del fango. È diretto come un giallo in cui viene uccisa la Verità, sport in cui noi italiani siamo campioni. Cast di all democratic star col 79enne Bob, la brava Elizabeth Moss di 'Mad Men', Dennis Quaid e soprattutto Cate Blanchett, la nuova Meryl Streep: il suo discorso finale sull'accavallarsi non casuale delle notizie, in modo che tutto si confonda e si annulli affinché alla fine sembri che sono tutti uguali e via con l'amnesia, è un gioiello di sociologia che vale da solo tutto il film e ci riguarda da vicinissimo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 marzo 2016)

"Forse 'Truth' è un film di impianto più tradizionale e 'Il caso Spotlight' più nuovo, ma altrettanto degno ed efficace, nel solco del grande filone del cinema sul giornalismo come metafora dei principi basilari della democrazia Usa. (...) Cate Blanchett, protagonista, è strepitosa." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 17 marzo 2016)

"Interessante, ma non convincente, l'esordio nella regia del reputato sceneggiatore James Vanderbilt; e curiosamente a risultare debole è proprio il copione, basato sul libro della giornalista Mary Mapes, il cui titolo (...) dà conto delle tematiche in gioco nella controversa inchiesta che ne è al centro. (...) Forse a causa della confusa ambiguità del quadro autobiografico, il film fatica a trovare un punto di vista; e se Robert Redford presta a Rather il suo carisma di divo dal pedigree democratico, l'intrepida Mapes incarnata da Cate Blanchett avrà le sue buone ragioni a parlare di «prezzo della verità», eppure non riusciamo a sentirci del tutto dalla sua parte." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 17 marzo 2016)

"(...)' Truth' fotografa i preconcetti, le forzature e gli ostacoli sottesi al lavoro giornalistico. Eppure, si sbaglierebbe a intendere il film di James Vanderbilt quale atto d'accusa nei confronti del quarto potere, perché è l'esatto contrario (...). Già, 'Truth' è un'esortazione all'indipendenza, innanzitutto di giudizio: il cane da guardia della democrazia non può avere guinzagli, ma nemmeno paraocchi. (...) 'Truth' pone emotivamente una questione, giornalismo e verità sono sinonimi?, e retoricamente si dà una risposta che almeno non siano contrari. Ma il ricorso al pathos non è necessariamente un male, perché Vanderbilt (...) non solo non giudica e non mette al muro i colpevoli, ma nemmeno li individua irrefutabilmente: già, di chi è la colpa, della Mapes, di Rather o della CBS? Che succede se cercando la verità non la trovi e finisci addirittura per perdere la carriera? Complice la presenza di Redford è facile ripensare a 'Tutti gli uomini del presidente', nel caso, questo è un Tutti gli uomini (e le donne) del buon vecchio giornalismo andato: sollevandolo dalle responsabilità individuali, e senza volervi svelare gli esiti professionali di Mapes e Rather, il RatherGate ha sancito la fine di un certo tipo di giornalismo, a sfavore dell'indipendenza dai centri di potere politico-economico e a favore di Internet, ovvero della 'democraticizzazione' e dispersione informativa. Se quella di Rather, interpretato con senile ritegno da un buon Redford, fu la 'caduta di un re shakespeariano, ignaro fino all'ultimo', Vanderbilt concede anche alla Mapes, cui l'ottima Cate Blanchett infonde umanità e perfino tragicità, l'onore delle armi, riscrivendo de facto il dettato machiavellico: il fine giustifica gli errori." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 17 marzo 2016)

"Piacerà perché la storia è tosta e coinvolgente anche se il regista ha il torto di iniziarla come un pamphlet sul quarto potere e di proseguirla come un melodramma uterino. Già uterino. Le spettatrici che hanno preso a identificarsi con Cate Blanchett (anche quando fa la saffica in Carole la psicotica in Blue Jasmine) non potranno non calarsi appieno nel personaggio di Mary (anche perché è l'attrice la prima a essere convinta, a difendere il personaggio anche nei difetti). E come non amarla, non giustificarla? Una donna in carriera che la carriera l'ha fatta nonostante le deludenti figure maschili che son passate nella sua vita (nemmeno Rather nonostante il suo paternalistico sussiego ci fa una gran figura). E come non solidarizzare quando la poverina viene presa di mira dai poteri forti? L'identificazione (ci potete scommettere) non verrà nemmeno e quando Mary (per sua stessa ammissione - nell'autobiografia) truccherà le carte. Il fine (inchiodare Bush) giustificava i mezzi (per il gentil sesso la deontologia professionale è sempre stata un'invenzione maschilista)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 17 marzo 2016)

"Avvincente dramma ispirato a uno scandalo che scosse l'America, senza per altro modificare gli eventi. (...) Nell'intrigo tra politica e stampa, Cate Blanchett e Robert Redford sembreranno marziani ai giornalisti di casa nostra." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 marzo 2016)

"Robert Redford torna in un ruolo non lontano da quello interpretato in 'Tutti gli uomini del presidente', celebre 'newsroom drama', genere focalizzato cioè sul giornalismo investigativo e di denuncia politica. (...) il film di James Vanderbilt, solido e teso, non si concentra sullo scandalo Bush, ma sul lavoro di costruzione di un'indagine giornalistica, sulla lotta di chi tenta di non farsi ridurre al silenzio, in nome del coraggio della verità e del rispetto dei cittadini che hanno il diritto di sapere." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 18 marzo 2016)

"Purezza e fatica del cronista alla prova, cast da tappeto rosso, intrigo politico e standard rispettato. (...) E' l'ultima tappa dell'impegno civile di Redford a indagare la democrazia nel suo Paese, con un titolo inequivocabile per l'intera carriera: Verità. Da 'I tre giorni del Condor' a 'Tutti gli uomini del presidente' a 'Leoni per agnelli' (regista). Ed è con il rispetto dovuto che si accetta di vederlo stirato dal chirurgo estetico e dal make-up come un centenario Kirk Douglas. Esecuzione un po' di parte." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 18 marzo 2016)
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