Troppa grazia

ITALIA, GRECIA, SPAGNA - 2018
3/5
Troppa grazia
Lucia è una geometra che vive da sola con sua figlia. Mentre si arrangia tra mille difficoltà, economiche e sentimentali, il Comune le affida un controllo su un terreno scelto per costruire una grande opera architettonica. Lucia nota che nelle mappe del Comune qualcosa non va, ma per paura di perdere l'incarico decide di non dire nulla. Il giorno dopo, mentre continua il suo lavoro, viene interrotta da quella che le sembra una giovane "profuga". Lucia le offre 5 euro e riprende a lavorare. Ma la sera, nella cucina di casa sua, la rivede all'improvviso, davanti a lei. La "profuga" la fissa e le dice: "Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa..."
  • Altri titoli:
    Lucia's Grace
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT PLUS, ARRIRAW (2.8K), DCP
  • Produzione: BEPPE CASCHETTO, RITA ROGNONI PER IBC MOVIE, PUPKIN PRODUCTION CON RAI CINEMA, IN COPRODUZIONE CON OPLON FILM, STRADA PRODUCTIONS, SMALLFISH SPAIN
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE
  • Data uscita 22 Novembre 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Emanuele Rauco
Evidentemente in Italia i santi non sono più un tabù e la divinità - più che la religione - un qualcosa di cui si può parlare con disinvoltura se non proprio scherzare. Lo ha fatto Sorrentino con The Young Pope, Aronadio con Io c’è, Ammaniti con Il miracolo e ora Gianni Zanasi con il suo nuovo film, Troppa grazia.

La protagonista è una geometra (Alba Rohrwacher) molto precaria che accetta un lavoro di misurazione per un imprenditore non sempre trasparente: ma nel bel mezzo di un campo, le appare la Madonna che le intima di far costruire lì una chiesa. Nessuno però è disposto a crederle, nemmeno lei stessa.

Una commedia surreale dall’idea brillante - scritta da Zanasi con Federica Pontremoli - che racconta con un’atmosfera gioiosa e un po’ folle una storia più complessa delle sue apparenze.


 

Perché Troppa grazia guarda in modo surreale e ironico all’Italia che spera sempre nel miracolo, nel deus ex machina, nel sotterfugio per poter campare e prosperare, in cui l’assenza di risposte o speranze concrete si riversa nel bisogno del soprannaturale, dell’imprevisto: e allora l’apparizione di una Madonna come raramente se ne sono viste, diretta, concreta, anche sanguigna e severa e buffa (perfetta Hadas Yaron, la Sposa promessa nel film di Rama Burshtein e già con Zanasi nel precedente La felicità è un sistema complesso), sono la speranza di un mondo migliore qui, se non esiste l’aldilà.

Zanasi cambia registri di continuo, la commedia di caratteri diventa prima spirituale e poi “politica”, alterna gag impreviste (la "rissa" tra Alba e la Madonna) a passaggi opachi, si perde e lo spettatore non sa mai davvero dove voglia arrivare, cosa voglia dire con i personaggi e gli eventi, cosa farne delle luci curatissime di Vladan Radovic e delle musiche di Niccolò Contessa de I cani.

Eppure il suo modo sbilenco e vitale di guardare il mondo, di metterlo in immagini, di farlo interpretare da attori magnifici (tutti, nessuno escluso, con menzione per la sempre puntuale Carlotta Natoli) fa dimenticare il punto di arrivo che forse non c’è e fa godere moltissimo il viaggio.

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO D'INTERESSE CULTURALE NAZIONALE CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL
MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO, OPERA REALIZZATA CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO, PROGETTO COFINANZIATO DALL'UNIONE EUROPEA.

- FILM DI CHIUSURA ALLA 50. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2018), HA RICEVUTO IL PREMIO LABEL EUROPA CINEMA.

- CANDIDATO AL DAVID DONATELLO 2019 PER: MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA (ALBA ROHRWACHER).

- CANDIDATO NASTRI D'ARGENTO 2019 PER: MIGLIORE COMMEDIA, MIGLIORE ATTRICE COMMEDIA (ALBA ROHRWACHER), CANZONE ORIGINALE ('NASCOSTA IN PIENA VISTA'- SCRITTA E INTERPRETATA DA I CANI - NICCOLÒ CONTESSA).

CRITICA

"Sarà l'apparizione della Madonna alla Rohrwacher (che non è più né 'Il Miracolo' né la notizia) o l'apparizione della Rohrwacher alla Madonna che le mette addirittura le mani addosso, ma 'Troppa grazia' non si sa proprio da dove piova. L'Alba pellegrina ha a cuore la propria credibilità ed è sorda alle reiterate invocazioni della Vergine, che la prega di costruire un'altra Lourdes. Morale, nulla accade finché a un certo punto miracolosamente finisce il film." (SteG, 'Il Giornale', 22 novembre 2018)

"Magari sembrerà un rappezzo, ma viene naturale premettere che l'autore De Angelis e lo sceneggiatore Contarello sono valori solidi nel vacillante panorama del cinema italiano odierno. «Il vizio della speranza» però, quarto lungometraggio del regista, non è un film riuscito bensì un progetto di film schiacciato e asfissiato da difetti di non poco conto, primo fra tutti quello del surplus di pretese inversamente proporzionali alla consistenza di ciò che si materializza per un'ora e trentasei minuti sullo schermo. Si può transigere sul riciclaggio dello scenario del litorale domizio che per merito dei Garrone, Risi, Lombardi, Gagliardi e lo stesso De Angelis è diventato così risaputo e familiare da correre il rischio d'assomigliare a un set cinematografico fisso: in fondo anche i western riuscivano a trasmettere valori epici riproponendo all'infinito il topos della cittadina con l'ufficio dello sceriffo, il barber shop e il saloon. Il guaio è che in questo caso siamo ben lontani dal pragmatismo del cinema di consumo, qui si punta in alto, si sottolineano tematiche universali, si esibiscono simbolismi in serie, s'inseguono afflati spirituali con retrogusto laico e infine, contraddicendo il compiacimento miserabilista e patetico dell'intero svolgimento, si cerca di risarcire sia i protagonisti, sia gli spettatori fornendogli il bonus delle spiegazioni più o meno convincenti e delle giustificazioni dei cattivissimi che forse potrebbero essere buonissimi(...) Le battute del dialogo, intanto, cercano di sistemarsi sulla stessa lunghezza d'onda delle martellanti musiche di Enzo Avitabile, (...) ma, sempre per colpa della ridondanza allegorica, non solo al presunto vizio della speranza (definito peraltro «una stronzata» da una battuta dell'impareggiabile Confalone), ma anche allo scoop finale sembra non crederci prima di tutti proprio il regista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 novembre 2018)
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