Tramonto

Napszállta

UNGHERIA, FRANCIA - 2018
4,5/5
Tramonto
1913, Budapest, nel cuore dell'Europa. Il giovane Irisz Leiter arriva nella capitale ungherese con grandi speranze di lavorare come modista nel leggendario negozio di cappelli appartenuto ai suoi defunti genitori, ma che viene rifiutata dal nuovo proprietario, Oszkár Brill. Rifiutandosi di lasciare la città, la giovane segue le orme di Kálmán Leiter, il suo unico legame con un passato perduto. La sua ricerca la porta attraverso le strade buie di Budapest, dove brilla solo il negozio di cappelli di Leiter, nel tumulto di una civiltà alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra mondiale.
  • Altri titoli:
    Sunset
    Tramonto
  • Durata: 142'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT / ARRIFLEX 235 / ARRIFLEX 765, 35 MM / 65 MM, (1:1.85)
  • Produzione: GÁBOR RAJNA, GÁBOR SIPOS PER LAOKOON FILMGROUP, PLAYTIME PRODUCTION, HUNGARIAN NATIONAL FILM FUND, COOPRODUTTORE FRANÇOIS YON
  • Distribuzione: MOVIES INSPIRED (2019)
  • Data uscita 4 Febbraio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Dall’inferno dell’Olocausto, dalla fine dell’uomo, László Nemes fa un passo indietro e ci catapulta all’alba del Novecento, un attimo prima che il Vecchio Continente decidesse di suicidarsi.

Ci riporta a Budapest, nel 1913, e si sofferma sulla giovane Irisz Leiter (Juli Jakab). Arriva nella capitale ungherese nutrendo la speranza di lavorare come modista nel leggendario negozio di cappelli un tempo appartenuto ai genitori defunti. Ma viene cacciata dal proprietario, Oszkár Brill. Mentre nella cappelleria sono in corso i preparativi per accogliere ospiti della massima importanza, un uomo si reca inaspettatamente da Irisz in cerca di un certo Kálmán Leiter. La ragazza scopre così di avere un fratello, che non ha mai conosciuto prima, unico anello di congiunzione con un passato perduto. La sua ricerca la condurrà dalle strade buie di Budapest, dove il negozio Leiter è l’unico raggio di luce, all’interno di una civiltà in tumulto alla vigilia del tracollo.

Irisz è l’Europa. Che, innocente, ingenua e sgomenta, è trattenuta e sballottata dalle diverse forze in campo. Da una parte la lussureggiante, elegante, rassicurante, luminosa ma ancorché depravata e decadente patina di un Impero colto all’apice del suo progresso e dello sviluppo, dall’altra il sottobosco misterioso e oscuro di un groviglio di impeti distruttori e sanguinosi, pronto a far esplodere nel cuore stesso del vecchio continente, sotto l’egida della monarchia austroungarica, tutte le tensioni accumulate, frutto della coesistenza di modernità e obsolescenza.

Solamente alla seconda opera da regista, Nemes riprende il sentiero formale che già sorprese per Il figlio di Saul (Oscar per il miglior film straniero), riformando la stessa troupe (dal cosceneggiatore al direttore della fotografia, dal montatore al compositore) del film precedente e “utilizzando” la sua protagonista come corpo/sguardo in perenne movimento all’interno del crescendo di un caos che la solita macchina da presa in (falsa) soggettiva di Mátyás Erdély prova a contenere con insistiti piani-sequenza, messe a fuoco alternate e asfissianti cambi di direzione.




Non a caso, ancora una volta, il cinema del regista ungherese ex allievo di Béla Tarr costringe ad un’immersione che travalica il semplice concetto di fruizione: siamo catapultati in un “qui e ora” da cui è impossibile fuggire, il cui limite oltrepassa il campo visivo, con il continuo bisbiglio e il rumore di un fuori campo che il sonoro di Tamas Zanyi amplifica di pari passo all’aumentare del conflitto narrativo, sempre più labirintico e circolare, proprio come le fasi della Storia.

L’Europa è Irisz, dunque, ma siamo anche noi. Ed è qui che Nemes voleva arrivare, alla preoccupante situazione dei giorni nostri, all’Ungheria di Orban, alle tensioni di un centro Europa che, poco più di cento anni dopo, è nuovamente ad un bivio. Smesso l’abito elegante da modista, Irisz si perde nella ferocia dei tumulti, tra le ombre in campo.


Per poi provare a riguardarsi indietro, dopo una dissolvenza in nero. Quando il nostro sguardo la ritrova dopo un lento long-take nelle strettoie di una fangosa trincea: Orizzonti di gloria, odore di morte.

Un film straordinario. E necessario.

NOTE

- PREMIO FIPRESCI ALLA 75. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2018).

CRITICA

"Dal 4 al 6 febbraio come evento esce il film di Làszlò Nemes, applaudito regista ungherese del 'Figlio di Saul' che delude in parte le aspettative parlando con alcune lungaggini di maniera del passato quasi remoto al centro di quella civiltà austroungarica, del mondo di ieri così ben descritto da Zweig." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 31 gennaio 2019)

"Uno spettro si aggira per l'Europa e prende la forma innocente di una elegante modista in 'Tramonto' di Laszlo Nemes. Angelo sterminatore, nemesi storica, spirito del tempo, incede per tutta la durata del film rendendoci partecipi di eventi che stanno per accadere, in un'Europa di inizio Novecento. (...) Ripresa di spalle come a trasportarci inesorabilmente nel suo incedere nelle pieghe di una società dedita ai piaceri simbolicamente rappresentati dai lussureggianti cappelli di piume e nastri, in un tripudio alla Wedekind, la camera cambia la soggettiva e la riprende in primo piano, sguardo sempre più minaccioso sullo spettatore. Il suo passaggio apre la visione di ogni angolo della città, i palazzi regali dove si aprono ferite e si intuiscono misteri, le strade costeggiate dai palazzi che evocano i fasti antichi della città ma in audace sovrapposizione nella memoria alla distruzione della guerra e ai colpi sulle facciate dei cingolati sovietici. E fino nei bassifondi raccontati da Molnar. Un intreccio crescente di muti riferimenti letterari e riferimenti cinematografici riempiono di echi stupefacenti il procedere senza sosta verso la fine di un' epoca e l'affacciarsi di un futuro spettrale a cominciare dalle trincee della Grande guerra. Come nel 'Figlio di Saul' un singolo individuo concentra su di sé tutto lo spirito del tempo, anche in 'Tramonto' Irisz annuncia e incarna una tragedia epocale e accompagna lo spettatore che si sia lasciato condurre riempiendo le scene dei riferimenti in suo possesso ad affacciarsi sull'orlo del precipizio, per provare a trovare il mistero di quello che è successo all'inizio del XX secolo, come sia stato possibile che delle società tanto sofisticate, ricche di opere d'arte e di invenzioni, possano essere precipitate nella distruzione. E chiedersi se nella nostra epoca non siamo di fronte a una analoga situazione." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 7 febbraio 2019)
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