Tobia al caffè

ITALIA - 2000
Tobia al caffè
Il caffè 'Quattro palme' è frequentato da borghesi in pensione, da alti ufficiali e da nobili discreti. Giuseppe, uno dei camerieri, è reduce da una vita spericolata e difficile. Tobia, invece, è un ragazzino figlio di una ricca coppia che frequenta il locale. Col passare degli anni, Tobia crescerà con l'affetto che Giuseppe proverà per il ragazzo rimasto orfano che, poco a poco, il cameriere sente come un figlio.

TRAMA LUNGA
Il Quattro Palme è un caffè elegante, frequentato secondo tradizione da persone eleganti, intellettuali, amanti della musica lirica e della poesia. Giuseppe, uno dei camerieri, vi si dedica anche al di là dell'orario di lavoro, sentendosi ormai parte di quel luogo. Nel locale cresce anche Tobia, un ragazzino figlio di un ingegnere. Quando i genitori muoiono, Tobia, ormai grande, trova in Giuseppe il vero punto di riferimento. Quando nel caffè entra un rumoroso gruppo di giovani, Tobia tra loro vede Annette, ne è colpito, le regala un anello che però non le entra e allora lei lo rifiuta. Il padrone del caffè muore per infarto. Lentamente gli avventori cambiano. La crisi incombe, e nella sala vengono ospitate alcune televendite. Quando si avvicina il fallimento, Tobia decide di rilevare il locale. Una sera alcuni barboni si presentano alla porta. Giuseppe vorrebbe cacciarli, ma Tobia decide di aprire e di accoglierli. Tutti insieme festeggiano il compleanno di Tobia. Arriva anche Annette. Tobia la vede e scappa. Giuseppe lo insegue. In una strada in città lo vede com'era da piccolo ed ora da grande.
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Tratto da: Tratto dalla raccolta "Grande Raccordo" di Marco Lodoli
  • Produzione: MARIELLA LI SACCHI PER FACTORY
  • Distribuzione: AB FILM DISTRIBUTORS (2000)

NOTE

- HANNO COLLABORATO ALLA SCENEGGIATURA ANGELO ORLANDO E GIANFRANCO MINGOZZI.

- PRESENTATO AL TAORMINA FILM FESTIVAL 2000.

CRITICA

"Una favola dove però non si cede alla tentazione di additare i buoni e i cattivi, dove non si inciampa nell'ingenuità di dire che lontano dalla vita reale si vive meglio che nel proprio universo personale. Poche battute raccontano questa contrapposizione, per farlo bastano le immagini, grazie anche a un scenografia ben studiata e alla curatissima scelta dei costumi". (Francesca Altomonte, 'CinemaZip', 13 ottobre 2000)

"Autore di straordinari documentari a partire dagli anni '60, in tempi più recenti Gianfranco Mingozzi si è convertito a un cinema di poesia e di metafora; senza venire meno, però, a principi di coerenza stilistica e di attenzione alla realtà. In 'Tobia al caffè', tratto da un racconto di Marco Lodoli (co-sceneggiato dall'autore), la realtà fa irruzione in un luogo apparentemente fuori del tempo e dello spazio, afferma le sue esigenze e cambia la vita dei protagonisti. La chiave rappresentativa scelta da Mingozzi è metaforica, a tratti in bilico tra la vita, l'immaginazione, il sogno (il tutto con una dose di benevola ironia, che non guasta)". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 22 ottobre 2000)

"Il film di Mingozzi (a cui si devono alcuni capolavori del documentario italiano), ha il suo punto debole nella sceneggiatura di Marco Lodoli, un'accozzaglia di quel kitsch minimalista che si sperava seppellito per sempre con gli anni '80. La direzione degli attori tende alla macchietta parafelliniana (come in una versione povera di 'E la nave va' o del 'Pianista sull'oceano'), la musica di Piovani è la solita. Il tono dell'insieme è televisivo, con alcune impennate pseudo-poetiche (i personaggi entrano ed escono da un quadro agreste)". (Emiliano Morreale, 'Film TV', 24 ottobre 2000)
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