To the Wonder

USA - 2012
Il giovane amore tra l'americano Neil e l'ucraina Marina non poteva sbocciare con una cornice migliore: la così definita 'Meraviglia dell'Occidente', Mont St. Michel. Ci sono tutte le premesse perché questo amore duri per sempre. In effetti, dopo due anni, vanno a vivere in Oklahoma, vicino al paese natale di Neil, e qui la vita sembra scorrere tranquilla. Tuttavia, nell'animo dei due qualcosa si spezza. In maniere differenti, entrambi avvertono che il loro rapporto non li appaga più e quella passione travolgente che li aveva così tanto avvicinati, ora sta lasciando spazio a una distanza incolmabile. Marina cerca conforto in un prete cattolico, Quintana, che si rivela altrettanto in preda a una crisi spirituale; mentre Neil vede riaffacciarsi all'orizzonte lo spettro di una vecchia fiamma, Jane. Qual è allora la scelta da fare: seguire una nuova passione incipiente, 'naturale e semplice' o accettare che un amore possa mutare anche come non si vorrebbe?

CAST

NOTE

- PREMIO SIGNIS ALLA 69. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2012).

CRITICA

"L'assoluto naturale ha preso la mano di Malick che replica la fenomenologia d'un amore perduto e non ritrovato nel trasloco dalla Francia in Usa. L'albero della vita è ancora spoglio, l'occhio del regista si muove torrentizio e lirico fino a raggiungere alla Bergman il prete della porta accanto (Bardem). Melodramma con un grande cuore che rischia spesso il manierismo. Con la Kurylenko uno stupito Ben Affleck." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 4 luglio 2013)

"Fitto intreccio, tra i seguenti elementi: l'amore tra uomo e donna; fede religiosa; presenza potenza e protagonismo della natura e dell'ambiente ma molto più quello naturale di quello sociale (luce, vento, acqua, cielo, terra, animali bradi, spazio); senso del piacere e dell'abbandono al piacere, del dolore e del dovere, della vita. Attraverso un violento confronto-contrasto tra Europa (Parigi, Bretagna delle maree e della fine della Terra) e America (sconfinati non luoghi e distese extra metropolitane, bellezza e purezza ma anche e molto bruttezza e inquinamento). Durata insolitamente contenuta (meno di due ore). Ricorso alla parola superiore ai suoi standard, sia pur secondo modalità più indirette (voci interiori, divagazioni monologanti) che dirette (dialoghi). Il coprotagonista Ben Affleck non apre bocca dall'inizio alla fine o comunque non lo udiamo. (...) Resta perfettamente vero che quello di Malick è un cinema le cui parole-chiave sono fantasia, pensiero e immagini. E continuiamo a rispettare, data la forza delle suggestioni che ci ha regalate, il fatto che quella di comunicare non è la sua preoccupazione primaria. Ma è difficile negare la sensazione di una tendenza al ribasso ripetitivo. E anche quella che l'eccellenza enigmatica del suo prestigio dovesse molto alla rarità delle sue esternazioni." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 4 luglio 2013)

"Per alcuni è un capolavoro, per altri (noi inclusi) è un film poco riuscito. Non che il texano Terrence Malick abbia rinnegato se stesso: anzi, in un susseguirsi di immagini di volti, corpi, fiori, cieli, alberi, accompagnate da una musica altisonante e pensose riflessioni fuori campo, 'To the Wonder' porta inconfondibile la sua firma di poeta del cinema. Il problema è che in 'The Tree of Life' la componente lirica era giocata su un nucleo forte: la rievocazione di un passato infantile dominato da due genitori incarnati da Pitt e Chastain con vibrante emozionalità; mentre in 'To the Wonder' appare un esercizio estetizzante intorno a una scatola vuota. Ovvero l'insulsa storia fra il monocorde Ben Affleck e l'inespressiva Olga Kurylenko, che ovunque sia, da Parigi alle pianure dell'Oklahoma, è tutta un sognante saltellare. Nessuno stupore che lui approfitti del ritorno in Francia di lei per invaghirsi di Rachel McAdams, mentre il contraltare a questo problematico amor profano è l'amor sacro che il sacerdote in crisi Javier Bardem aspira a ritrovare. Al solito, il disegno di Malick è quello di incidere l'effimero paesaggio umano di metafisico spessore, ma stavolta la poeticheria ha avuto il sopravvento sulla poesia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 luglio 2013)

"Terrence Malick non è più quello de 'La sottile linea rossa' e neanche quello, agli inizi, de 'La rabbia giovane' e de 'I giorni del cielo'. Film lodati e premiati, come di recente 'The Tree of Life', Palma d'oro a un Festival di Cannes. A parte però il fatto che, nonostante il prestigioso riconoscimento, quel film non mi aveva persuaso del tutto, il seguente, 'To the Wonder', che esce adesso a Roma, l'estate scorsa non aveva ottenuto molti consensi neanche quando venne presentato alla Mostra di Venezia. E a ragione perché con un susseguirsi di immagini così decisamente ricercate da rasentare il calligrafico, si fa accettare solo in minima parte e grazie soprattutto a un suo episodio quasi marginale. (...) Ben Affleck è il protagonista ma quasi non esiste, né come personaggio né come interprete. Le due donne che ama (molto male, nonostante le tantissime effusioni) sono Olga Kurylenko e Rachel McAdams, così poco incisive, però, che si fanno spesso scambiare l'una con l'altra. Da apprezzare invece Xavier Bardem, il sacerdote in crisi che, pur pensando di non amare più come vorrebbe, resta fedele con coraggio alla sua missione." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 4 luglio 2013)

"Va bene che è il weekend del 4 luglio, cruciale nel mercato americano (assai meno nel nostro), ma perché 'To the Wonder' deve uscire nei cinema italiani quasi un anno dopo la partecipazione in concorso a Venezia, sfidando l'afa e la formidabile concorrenza di un blockbuster annunciato come 'Lone Ranger'? La risposta è duplice, e doppiamente facile. Nessuno capisce più nulla delle logiche che presiedono alla distribuzione, e solo le uscite ormai «globali» dei kolossal americani seguono dei percorsi comprensibili; per altro, alla 01 pensano evidentemente che 'To the Wonder' non possa incassare manco mezzo euro, e francamente è difficile dar loro torto. Terrence Malick non è regista da grandi incassi nemmeno quando fa capolavori, figurarsi quando - per la prima volta in carriera - «toppa» un film in modo clamoroso. 'To the Wonder' è il suo sesto lungometraggio in 40 anni (...) ed è il primo decisamente sbagliato. Prima o poi, doveva capitare. 'To the Wonder' sembra realizzato con gli scarti di montaggio di 'The Tree of Life', il precedente film vincitore a Cannes nel 2011: gli somiglia molto, ma racconta una storia (storia?) assai meno interessante e non ha nemmeno un millesimo della forza visionaria ed evocativa del capostipite. (...) Dialoghi quasi assenti, estenuanti voci off recitate con intonazione sacrale: più che un film, sembra l'interminabile trailer di un film che deve ancora iniziare. I siti specializzati attribuiscono a Malick ben tre nuovi titoli già girati e in fase di post-produzione (a quasi 70 anni è diventato improvvisamente prolifico): saranno tutti, per forza di cosa, migliori di questo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 4 luglio 2013)

"Delude 'To the Wonder' di Terrence Malick che con il suo stile lirico e metaforico mette in scena la solitudine un coppia che ha perso l'amore e di un prete che ha smarrito la fede, senza raggiungere le vette del suo film precedente, 'The Tree of Life'." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 4 luglio 2013)

"Ebbene, il cinema di Terrence Malick è umano, troppo umano: dopo l'arbusto spacciato per 'The Tree of Life', inusitata Palma d'Oro a Cannes 2011, ecco il bonsai 'To the Wonder', che di meraviglioso ha ben poco. Un passo a due di melenso stilnovo, con voci over rubate ai peggiori Harmony, ospitate inconsulte (Romina 'sono l'esperimento di me stessa' Mondello) e la svenevolezza a naso insù spacciata per filosofia. Dopo 5 film in 38 anni, Malick ha scoperto la prolificità: uno-due in un paio d'anni, ma al tappeto va lui. Buono, 'To the Wonder', solo per ribadire l'importanza del maggese e, temiamo, la volatilità della creatività..." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 4 luglio 2013)

"Spiacerà e molto, a chi, come noi, onora da 30 anni il culto di Terrence Malick che in sei lustri aveva fatto solo quattro film ma tutti da 4 stellette (da 'La rabbia giovane' a 'The Tree of Life'). Il successo inaspettato di 'The Tree of Life' ha fatto di Malick una «hot property». Per la prima volta è stato costretto a fare un film invece di piangere in ginocchio per poterlo fare. La costrizione non gli ha giovato. La trama è messa insieme con amarcord della sua personale vita sentimentale (non proprio straordinaria). Ne è venuto fuori un melodrammino sentimentale da 6 e mezzo di voto, dove Ben Affleck torna a fare la patata lessa di qualche anno fa." (Giorgio Carbone, 'Libero', 4 luglio 2013)

"Se soffrite di insonnia, questo è il film giusto per risolvere il problema, anche se il rischio di cadere in depressione è alto. Due ore di sermoni del recidivo cine-guru Malick sul tema della anaffettività, sia negli affari di cuore che in quelli di fede. Affleck recita per tutto il film con espressione inebetita; non si è ripreso dalla lettura del copione." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 4 luglio 2013)

"Il gesto-cinema di Terrence Malick si fonde con il suo vedere. Come in un sortilegio sinestetico lo sguardo di Malick s'inebria di una vertiginosa libertà - come in volo a planare - e s'immerge nelle abissali superfici del sentire. Con 'To the Wonder' il cinema malickiano abbraccia una libertà inaudita, ancor più sconcertante che in 'The Tree of Life'. Il pensiero del cinema diventa immagine e questa, a sua volta, di nuovo immagine, come in un maelstrom senza principio e senza fine, dove il film è sempre la passione inarrestabile di un durante, di un momento di passaggio, dove ogni elemento s'intreccia al successivo, come nel più folle corteggiamento di una libertà indicibile. (...) L'incipit stesso di 'To the Wonder', un aggancio brusco, alla stregua di un nastro strappato che riprende a scorrere all'improvviso, come attivato dal desiderio di chi guarda, è un irresistibile azzeramento del dettame normativo del «fare cinema» contemporaneo, come se il regista, rossellinianamente, si fosse finalmente liberato dell'ingombro della macchina e dei suoi effetti, per ritrovare il cinema, quello delle origini proprio; come un uomo con la macchina da presa che si ritrovi ad occhi spalancati all'alba della Creazione. Non c'è mai statica e sterile contemplazione estetizzante nel film di Malick (altro che new agel). Tutto si muove, come seguendo la danza degli atomi che compongono i corpi e l'ambiente nel quale sono calati. In un montaggio associativo, 'absolutely free' Malick è come se si situasse alla fine di 'The Tree of Life' per cogliere il momento in cui tutto ritorna alla vita. Di nuovo. 'To the Wonder' è un 'Europa 51' mutante di dimensioni cosmiche. Raramente il mal di vivere è stato colto con tanta precisione e passione solidale. Radiografia della malattia mortale del mondo contemporaneo che ha disimparato a vedere e a sentire, 'To the Wonder' osa pensare un cinema «ingenuo», bambino, che parla ad altezza d'occhi con il mondo. Ai margini dell'inquadratura non è difficile immaginare la benevolenza di Walt Whitman che accarezza il capo di questo suo discepolo con la macchina da presa. (...) Nella storia di un uomo teso fra due donne e di un sacerdote che non è più in grado di decifrare il silenzio di Dio, Malick sfida con folle e olimpica lucidità il «ridicolo» nel tentativo di ricreare un'esperienza filmica che vada di là dei limiti stessi del dispositivo di riproduzione. Ascoltare il mondo, infrangendo le barriere del mezzo e delle sue regole, per ritrovare se stesso come puro gesto di un pensiero in azione nel mondo, oggi. Come la musica cosmica di Gram Parsons, 'To the Wonder' è profondamente ancorato alla terra degli Stati uniti ed è da questa scelta di campo, essere in un luogo, qui e ora, che sgorga tutta la potenza delle immagini che si muovono instancabili recando con sé l'eco lontana delle voci dei protagonisti che s'intrecciano come in una partitura di musica concreta. Il film, infatti, è attraversato da una cifra inconfondibilmente roots talmente forte che sembra tornare indietro addirittura indietro al momento della fondazione stessa del 'Grande Paese'. Malick, come Gram Parsons, invoca il Signore affinché gli conceda la «visione» nell'ora del bisogno ('In My Hour of Darkness'). Malick cala la cristallina armonia cosmica di Parsons - nelle panoramiche e le (semi)soggettive di 'To the Wonder': un tentativo di spingersi oltre la linea dell'orizzonte, come se il mondo non fosse abbastanza vasto per perdercisi dentro. 'To the Wonder' ci ricorda, con E.E. Cumming, che «twilight is Light» (il crepuscolo è Luce)." (Giona A. Nazzareno, 'Il Manifesto', 4 luglio 2013)
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