Tito e gli alieni

ITALIA - 2017
Il Professore da quando ha perso la moglie, vive isolato dal mondo nel deserto del Nevada accanto all'Area 51. Dovrebbe lavorare ad un progetto segreto per il governo degli Stati Uniti, ma in realtà passa le sue giornate su un divano ad ascoltare il suono dello Spazio. Il suo solo contatto con il mondo è Stella, una ragazza che organizza matrimoni per i turisti a caccia di alieni. Un giorno gli arriva un messaggio da Napoli: suo fratello sta morendo e gli affida i suoi figli, andranno a vivere in America con lui. Anita 16 anni e Tito 7, arrivano aspettandosi Las Vegas e invece si ritrovano in mezzo al nulla, nelle mani di uno zio squinternato, in un luogo strano e misterioso dove si dice che vivano gli alieni...

CAST

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO - DIREZIONE GENERALE CINEMA, REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON PATRIZIO SRL AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT, CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO.

- PRESENTATO AL 35. TORINO FILM FESTIVAL (2017), NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"(...) 'Tito e gli alieni' è un film di fantascienza se per fantascienza intendiamo il desiderio di ritrovare chi abbiamo amato e non c'è più, il dolore e la sua elaborazione, la tenerezza e la malinconia intorno a quel vuoto, l'ostinazione che da qualche parte dell'universo si può ancora una volta parlare al padre, come sogna di fare Tito, che è soltanto un ragazzino e non vuole accettare che l'uomo sia scomparso per sempre. Il « genere» è una passione della regista e attraversa in modo eccentrico i suoi film nei quali ama capovolgere le regole con ironia e giocosità - come accadeva tra i migranti dello Sri Lanka e la comunità napoletana di 'Into Paradiso'-e come accade qui. 'Tito e gli alieni' parla della morte ma anche della vita, dell'immobilità e di una nuova partenza, delle lacrime e della scoperta dell'amore. Nel suo viaggio poetico, che arriva fino al Nevada, Randi si avventura nell'immaginario, ne coglie suggestioni e riferimenti per rielaborarli seguendo il movimento della propria fantasia. Come una maga unisce commedia, echi spaziali, sentimenti personalissimi, candore e spudoratezza, detour eccentrici e improvvisi con una libera sempre più rara al cinema. E questo il suo spazio (laico), lo spazio dell'incontro e dello stupore nel quale si incontrano due ragazzini pieni di parole e un uomo adulto che ha scelto il silenzio e ricicla gli oggetti destinandoli a un nuovo uso per mantenere (o almeno provarci) una memoria. Con coraggio quasi da «aliena» Randi scommette sul potere dell'immaginazione, che scompiglia e reinventa, quando si riesce a coglierlo, l'orizzonte della vita." (Cristina Piccolo, 'il Manifesto', 7 giugno 2018)

"(...) È giusto lottare contro la carineria di routine nella neocommedia all'italiana, ma quando ci s'imbatte in un film come «Tito e gli alieni» certi argini si fanno scavalcare volentieri. A parte la commozione suscitata dalla dedica finale all'autore delle musiche, il precocemente scomparso fuoriclasse degli Avion Travel Fausto Mesolella, Paola Randi a sette anni di distanza dal successo ottenuto grazie al noir etnico «Into Paradiso» conferma di possedere un tocco libero e creativo che le permette di attraversare pressoché indenne le tipiche trappole del candore poetico (la tenerezza, del resto, non è un copyright di Sorrentino). Aiutata nell'incursione ad alto rischio nei territori della fantascienza, da sempre ostici al made in Italy, dal carisma di Valerio Mastandrea - attore inimitabile per come riesce a tramutare la naturale musoneria in vitamina per qualsiasi personaggio - la regista milanese napoletanizzata ha il fegato d'ambientare una fiaba crepuscolare e stralunata nel deserto del Nevada e, in particolare, tra la Extraterrestrial Highway e il villaggio Rachel (54 abitanti) ai margini della segretissima Area 51 abituale referente non solo americano delle teorie del complotto e del folklore ufologico. (...) La Randi attenua, peraltro, i disagi procurati dalla prevedibilità del copione e l'esilità delle annesse schermaglie con una perspicace e sincera attenzione agli stati d'animo dei personaggi principali e il supporto di effetti speciali più che dignitosi, ma in ogni caso in grado di non trasformare in autogol i numerosi omaggi ai classici del genere, «Incontri ravvicinati del terzo tipo» in testa. Mastandrea, per di più, non sa parlare il napoletano, ma in questo contesto di cinema meticcio interpolato da situazioni strambe e viavai di alieni finto/veri appare così a suo agio, così rilassato nelle movenze ed espressioni da mimo del muto da arrivare a un passo dal convincere lo spettatore d'essere stato un diligente allievo della scuola di Eduardo o di Peppino." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 giugno 2018)
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